Il rapper Danial Moghadam era detenuto nel carcere di Evin quando il bombardamento israeliano durante la guerra dei 12 giorni, nel giugno del 2025, ha fatto crollare le pareti del reparto in cui si trovava ed è riuscito a fuggire. In un video ha raccontato di essere “scappato involontariamente” a causa dell’onda d’urto. Arrestato di nuovo il 29 luglio 2025, è stato condannato a otto mesi di carcere, al divieto per due anni di risiedere a Teheran e nelle province limitrofe – una misura che lui stesso definisce un esilio interno – e al divieto di espatrio. È stato rilasciato il 24 febbraio 2026 con la pena residua sospesa. Il 9 maggio 2024 era stato arrestato insieme al rapper Vafa Ahmadpour dopo l’uscita del brano Amadeh Bash (Sii pronto) girato a Persepoli e dedicato alla repressione, agli arresti di massa e alla crisi economica.
La sua è una delle 68 biografie raccolte in Human Rights Defenders 2025: il rapporto annuale della ong norvegese Iran Human Rights realizzato per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulle condizioni sempre più pericolose in cui operano i difensori dei diritti umani in Iran. Avrebbe dovuto essere pubblicato il 10 dicembre 2025, nella Giornata internazionale dei diritti umani. È stato invece reso pubblico pochi giorni fa. La ribellione popolare del gennaio scorso, gli eccidi commessi in tutto l’Iran per reprimerla, l’aggressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele hanno obbligato l’ong norvegese ad aggiornare il rapporto, che è una straordinaria mappa della società civile che continua a sfidare la Repubblica Islamica. Attraverso biografie e vicende personali ricostruisce il volto di una rete composta da avvocati, giornalisti, sindacalisti, ambientalisti, artisti, insegnanti, attivisti e attiviste che difendono i diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose, dei lavoratori, dei prigionieri politici e condannati a morte. E grazie al report si scopre che esiste una ong che, per quanto messa sotto pressione dal regime, si occupa di minori a Teheran. Gli autori precisano che si tratta di una radiografia inevitabilmente parziale perché racconta soltanto le storie dei difensori dei diritti umani che hanno scelto di esporsi pubblicamente (o per i quali è stato possibile verificare con certezza informazioni aggiornate) e si focalizza anche su quelli meno noti all’opinione pubblica internazionale.
Il primo capitolo è dedicato alla campagna “No Death Penalty Tuesdays”, diventata uno dei simboli della resistenza civile iraniana. Lanciata inizialmente nel 2023 con il nome di Black Tuesdays (Martedì Neri), oggi prosegue come movimento “No Death Penalty Tuesdays” (Martedì contro la pena di morte) e, settimana dopo settimana, si è estesa fino a coinvolgere 56 carceri in tutto il Paese. Il martedì non è stato scelto a caso: è il giorno in cui i condannati vengono spesso trasferiti nelle celle di isolamento, l’ultimo passaggio prima dell’esecuzione. Intorno al movimento si mobilitano anche i familiari dei condannati a morte e numerosi attivisti, che ogni martedì organizzano presidi, rilanciano appelli sui social e promuovono iniziative di solidarietà anche all’estero attraverso la diaspora iraniana.

Scorrendo le pagine del rapporto emerge il ritratto di una società civile iraniana sempre più sotto assedio. Ci sono gli avvocati che difendono i prigionieri politici, come Javad Alikordi, che ha assistito gratuitamente detenuti e familiari delle vittime del movimento Donna, Vita, Libertà. Suo fratello Khosrow, anche lui avvocato per i diritti umani, è stato trovato morto nel suo studio legale il 6 dicembre 2025. Javad Alikordi è stato arrestato dopo aver protestato contro il violento arresto di alcuni attivisti della società civile presenti alla commemorazione della morte del fratello. In una diretta su Instagram aveva annunciato l’intenzione di rendere pubbliche informazioni sulle circostanze della morte di Khosrow. Il 20 aprile 2026 è stato processato dal Tribunale rivoluzionario di Mashhad senza poter essere assistito da un avvocato e condannato a dieci anni di carcere. Le autorità hanno parlato di un infarto ma Iran Human Rights ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta indipendente per fare luce sulle circostanze della sua morte.
Nel lungo dossier di 96 pagine ci sono le famiglie che chiedono giustizia per i figli uccisi nelle proteste, come quella del diciassettenne Abolfazl Adinehzadeh, morto a Mashhad nell’ottobre 2022 e i cui familiari continuano a essere perseguiti per aver chiesto un’indagine indipendente. Fra le realtà raccontate c’è The Association for the Protection of Child Labuorers and Street Children: impegnata nella tutela dei minori sfruttati, la sede è stata più volte chiusa e i membri del team arrestati. Nel capitolo dedicato agli insegnanti compare Kokab Bodaghi Pegah, docente di educazione fisica a Izeh, nel Khuzestan, arrestata dopo le proteste del gennaio 2026 e da allora detenuta in isolamento senza poter comunicare con l’esterno. Il marito ha persino presentato una denuncia formale per scomparsa.
Tanti anche gli ambientalisti che hanno iniziato a battersi contro il progressivo degrado delle risorse idriche sin dagli anni ‘90. Karim Esmailzadeh, pugile e campione di powerlifting di Tabriz, noto per le campagne in difesa del lago di Urmia e contro l’inquinamento del fiume Aras, è stato arrestato nel 2023 per aver “istigato” i tifosi della squadra Tractor Tabriz a protestare durante una partita contro il prosciugamento del lago Urmia. Arrestato di nuovo nel marzo 2025 e tenuto per quarantanove giorni in isolamento, ha perso quaranta chilogrammi a causa delle torture fisiche e psicologiche.
In questi giorni in cui la macchina propagandistica sta preparando le cerimonie funebri per Ali Khamenei, l’ex guida suprema della Repubblica islamica, che si terranno dal 4 al 9 luglio, il report restituisce il ritratto di una società civile che continua a resistere in tutti i segmenti della società. Infatti Il direttore di Iran Human Rights, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha dichiarato: «I difensori dei diritti umani raccontati in questo rapporto sono tra i cittadini più coraggiosi dell’Iran: persone che, pur essendo state private della libertà, del lavoro e della vita familiare, e nonostante minacce, torture e maltrattamenti, non hanno mai rinunciato alle proprie rivendicazioni. La nostra responsabilità è fare in modo che, ovunque ci troviamo, queste persone non vengano dimenticate, che i loro nomi continuino a essere ricordati e che ricevano un sostegno costante».
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Anna Spena
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