Basaglia patrimonio Unesco: riconoscimento o imbalsamazione?


Che il pensiero di Franco Basaglia sia stato dirompente non c’è dubbio. La Legge 180, associata al suo nome, è stata definita da Norberto Bobbio «L’unica vera riforma dal dopoguerra in poi». Oggi c’è chi vorrebbe sancire la straordinarietà del pensiero basagliano con il riconoscimento di patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. L’iniziativa è partita da Franco Perazza, consigliere comunale e già direttore del dipartimento di Salute mentale di Gorizia, ma è stata abbracciata dall’intero Consiglio della città e dall’amministrazione del Friuli Venezia Giulia. La candidatura è partita, ma con essa si sono scatenate pure le polemiche. Una questione politica, ma anche una spaccatura interna nel mondo basagliano. L’Archivio Basaglia ha già lanciato una petizione: la deistituzionalizzazione deve essere pratica viva e concreta, non tradizione imbalsamata.

Le motivazioni della candidatura

Ma quali sono le motivazioni a favore e contro questa candidatura? «Per molto tempo a Gorizia c’è stata una tendenza alla rimozione collettiva della memoria del lavoro di Franco Basaglia, che proprio qui ha iniziato la sua opera», spiega Perazza. «Poi abbiamo iniziato a lavorare per recuperare questo pezzo importantissimo di storia della città. L’anno scorso, nell’ambito di Go2025 Capitale Europea della Cultura abbiamo anche realizzato un importante convegno internazionale, dimostrando la presenza viva del pensiero di Basaglia. Che a volte è scomodo, perché è stato ed è ancora rivoluzionario. Ci interroga, ci spinge, ci fa sentire la necessità di un impegno sempre maggiore e di azioni concrete. Per questo mi è parso giusto cogliere l’occasione per chiedere all’Unesco se fosse possibile intraprendere la strada del riconoscimento di questo pensiero come patrimonio culturale immateriale. L’ente mi ha subito detto di sì, ma mi ha spiegato che la procedura poteva partire esclusivamente da un’amministrazione comunale».

Ed è così che Perazza si è rivolto a Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia, e alla sua Giunta. Che, nonostante siano rappresentanti del centro-destra, meno vicino rispetto ad altri orientamenti al pensiero di Franco Basaglia, hanno deciso di appoggiare la candidatura. E così hanno fatto Massimiliano Fedriga, governatore della Regione, e Riccardo Riccardi, assessore regionale alla salute, politiche sociali e disabilità.

«Alla base della mia iniziativa non c’è retorica né ricerca di visibilità», commenta Perazza, «Non c’è nessuno sguardo al passato, ma una consapevolezza della necessità di rilanciare quel pensiero, quei principi, quegli ideali che sono universali oggi, lo sono stati ieri e lo saranno sempre. E che dovrebbero informare l’agire dei servizi di salute mentale. Anche se l’iter sarà lungo, vorrei che fosse una provocazione in positivo, per riportare questo tema al centro delle politiche pubbliche». Secondo il consigliere comunale, questa candidatura servirà a richiamare l’attenzione sul tema della salute mentale. «Basaglia non era un teorico, è stato una persona che ha rivoluzionato le istituzioni», dice. «Il suo pensiero non può essere riproposto come mera astrazione, ma come agire che deve declinarsi con l’attualità. I manicomi non ci sono più ma ci sono segnali molto preoccupanti. Io ho inteso questa iniziativa come una sfida, un pungolo».


Le ragioni del no

Proprio su questo punto, però, si concentrano le critiche di chi è contrario alla candidatura. Che per Alberta Basaglia, figlia dello psichiatra veneziano, rischierebbe di “imbalsamare” e “monumentalizzare” l’opera rivoluzionaria del padre, riducendola a mera celebrazione.

Secondo Benedetto Saraceno, psichiatra formatosi a Trieste con Franco Basaglia e Franco Rotelli, già direttore del Dipartimento di salute mentale e abuso di sostanze dell’Oms e membro del consiglio direttivo dell’Archivio Basaglia, ci sono due problemi in questa iniziativa: un errore di interpretazione di quello che l’Unesco intende tutelare con il suo riconoscimento e un rischio concreto di strumentalizzazione.

«Se andiamo a guardare cosa si definisce patrimonio immateriale dell’Unesco, vediamo che riguarda tradizioni, pratiche, celebrazioni, feste e arti tramandate di generazione in generazione», dice Saraceno. «Tra quelli che già abbiamo in Italia, per esempio, c’è l’Opera dei Pupi siciliani, la dieta mediterranea, la vite ad alberello di Pantelleria e l’arte del “pizzaiuolo” napoletano. Non mi sembra che in questa lista sia coerente il pensiero e l’opera di Franco Basaglia». In effetti, tra muretti a secco, transumanza, ricerca del tartufo e falconeria – alcuni degli altri tra i 15 patrimoni italiani – stona vedere annoverato anche il lavoro di un medico. Altrimenti – è l’osservazione di Saraceno – perché non inserire anche altri pensatori, ricercatori e innovatori? Si potrebbe aggiungere le parole di Gramsci, per esempio. O i saggi di Maria Montessori. Insomma, ci sarebbe un bacino enorme da cui attingere.

Quello che preoccupa di più l’ex funzionario dell’Oms, però, sono le forze politiche che hanno appoggiato e fatto propria la candidatura. «Sono le stesse che, a livello nazionale, stanno appoggiando il Disegno di legge Zaffini, che intende intaccare profondamente la 180», commenta Saraceno, «estendendo il Tso e la possibilità di praticare la contenzione. E non conosco bene la situazione del Friuli Venezia Giulia, ma pare che l’amministrazione regionale non metta in campo pratiche in linea con la promozione della deistituzionalizzazione». Il rischio, insomma, sarebbe quello di una strumentalizzazione che nasconde una volontà di imbalsamare un pensiero mentre è ancora vivo, riducendolo a folklore da museo. Quando dovrebbe essere ancora una bussola per un agire concreto.


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 Veronica Rossi

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