Avvolta in un chiuso anfiteatro di colline come le anziane negli scialli neri, Gibellina aveva i tratti introversi di chi spiava la vita amando starsene in disparte. Si sporgeva, come dal balcone di casa, su quella larga ferita che è la valle del fiume Belice, che affonda in questa parte di Sicilia prospettive distanti e profondissime. Ancorata a questo confine antico tra gli Elimi, che il mito voleva profughi da Troia, e i Sicani abitatori di Sicilia, stava prossima a Poggioreale e Salaparuta, in vista di Sambuca, Santa Margherita, e Contessa Entellina dove si parla arbëreshë e le chiese sono di rito greco. Vedette sui latifondi di grano a perdita d’occhio, sulle stoppie dorate nell’estate battuta dallo scirocco; paesi che stavano come sempre ci fossero stati, in paesaggi dove ogni pietra ha nome, storia, e leggenda, partecipando allo scorrere tempo con l’indifferenza indolente di chi si sente parente prossimo dell’eternità. Il terremoto del 1968 parve sgretolare questa convinzione. Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero rasi al suolo.
Il Cretto di Gibellina e il lutto delle pietre
Lo scorso maggio, il cielo spazzato dal vento del nord era ceruleo screziato di nuvole fuggenti, su una campagna lussureggiante come non si vedeva da generazioni. Segnata da vigneti ordinatissimi ed estesi, da campi di porpora per la sulla in fiore, dal grande bacino artificiale del lago Arancio. E il Cretto di Alberto Burri, là dove c’era Gibellina, appariva accecante come le coste rocciose di gesso e di calcare, candido e crepato come una distesa di calce asciugata troppo in fretta. Ecco, la coltre di cemento bianco che dal 1985 ha tombato le rovine del paese, lasciando memoria di alcune strade e isolati, a farsi opera di Land Art. Tutto è livellato e, nell’ampiezza della superficie, nel plastico adagiarsi sul terreno, si fa labirinto. Così voleva Alberto Burri, così in effetti è. Labirinto apparve ai Gibellinesi, che si sedevano tra le macerie per ritrovare quella geografia di parentele e relazioni smarrite nella diaspora della rovina. Il Cretto cancellò tutto, gli abitanti non indovinarono più le loro case pur ridotte in breccia, il sagrato della Chiesa Madre, la via Umberto dove avvenivano lo struscio e le solenni processioni.
La nascita di Gibellina Nuova
Gli anziani di Gibellina non lo accettarono, fu come avessero sparso sale sul paese. Il pellegrinaggio verso i ruderi s’asciugò fino a inaridirsi, come i torrenti siciliani al sole dell’estate; e i bambini ne disimpararono la strada, perdendosi in quell’altro labirinto che fu per essi, per tutti, Gibellina Nuova. La new town si fondò a dieci chilometri di distanza: dieci chilometri che sono però l’altrove di un’altra dimensione. Nella valle del Fiumefreddo, in vista di Salemi, voltando le spalle a sé stessi, sorse Gibellina Nuova ed il suo impianto di strade larghe e piazze metafisiche, opere d’arte moderna e chiese che sembravano lunari per chi conosceva un abitato compatto, stradine adatte allo zoccolo del mulo, la pratica vita contadina. Una città estranea in un paesaggio senza coordinate conosciute.
Poggioreale, il paese che non muore
Quanto accadde a Gibellina, si replicò a Poggioreale. Si piantò a valle ciò che stava a monte, il che rende bene il senso dell’esser messi a soqquadro. Nella città nuova disegnata da un impianto dominato dalla curva, qui tutti erano, e forse sono ancora, stranieri: la pianta non esprime una scala di valori, né il senso della gerarchia delle cose e delle persone, delle istituzioni e della società, con i suoi pregi, i suoi difetti. La piazza, firmata Paolo Portoghesi, non esprime centralità né uguaglianza, piuttosto fredda indifferenza. Comunque, a dispetto di tutto questo, ai poggiorealesi restava, resta ancora, Poggioreale antica. Il paese, con i suoi ruderi in grembo al monte Castellazzo, è lassù.
Il festival iART tra le macerie di Poggioreale
Resiste, e la sua vita, o il suo ricordo, manifesta la più perseverante ed ostinata delle resilienze, nel disegno di gerarchie e stratificazione, nel rapporto con il paesaggio. La teoria ordinata di strade; la via principale che sfocia nella piazza regolare; la Chiesa Madre assisa su una scalinata come una madonna in trono. Il paese finisce lì, oltre un bevaio colmo d’acqua dove si specchia solo il cielo e la campagna, guardata dal monte Castellazzo, dal suo insediamento dell’Età del Ferro. Poggioreale perdura così in questo paesaggio millenario, e oggi si lavora sui ruderi, si mette in sicurezza ciò che resta perché anche altri carezzino le pietre: dal 10 al 14 giugno il festival iART ha animato il paese che non muore con installazioni, spettacoli, concerti.
Il tempo lungo della rigenerazione a Gibellina, Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2026
Nel mentre, a Gibellina Nuova, non ci si sbraccia, non si fanno proclami. Ci sono volute due generazioni, una stagione lunga e dolorosa di elaborazione del lutto delle pietre, di quel paese che giace seppellito sotto il Cretto. Oggi i gibellinesi si riconoscono nella città nuova, nel suo portato visionario, con le sue ombre e le sue luci. I giovani trovano familiari quelle opere d’arte con cui sono cresciuti: mai importate, ma pensate e realizzate a Gibellina per Gibellina. La chiesa di Ludovico Quaroni, che sorge come la luna, la torre di Mendini, la grande stella di Consagra, le opere di Schifano, Pomodoro, Isgrò che esplodono nei musei che non ti aspetti. Tutto si è fatto identità, icona, segno. Da amare, da odiare, da cambiare se si vuole. Così si lavora con testa e arte, profilo basso e concretezza giorno dopo giorno, perché quel senso di infinita attesa sembra trovare compimento consapevole nel calendario cadenzato e stimolante di Gibellina, prima Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2026.
Ascoltare il battito del proprio cuore tra le ferite insanabili di Gibellina
Sotto il cielo spazzato dal vento del nord, attraverso i dritti vigneti e la purpurea sulla, una performance, Battiti al Cretto di Federika Ponnetti, ha accompagnato anziani e bambini, giovani e adulti sulla coltre di cemento bianco: ciascuno con una sedia, a far circolo come si usava un tempo, prima che tutto si spezzasse. Amplificato, per due minuti, ciascuno ha diffuso il battito del proprio cuore. Per far pace con il Cretto, con chi e cosa vi è sepolto, accettare il passato e il dolore: ed esser liberi di essere. Ecco, per chi sostiene che l’architettura non viva di energia tutto questo potrà apparire senza senso: ma nella grande opera ormai al tramonto sembrava vedere il gonfiarsi di lenzuola, di quelle dagli ornatissimi ricami, che si stendevano al balcone nei giorni di festa del paese.
Gabriele Mulè
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