La vicenda nasce da una sequenza precisa. Meloni rivendica l’aumento dell’occupazione femminile e lega il divario con la media europea a crescita e previdenza. Corazza accetta il nesso economico ma lo porta su un terreno meno comodo: la società italiana non libera lavoro femminile se scarica l’assistenza familiare sulle donne e se lascia la progettazione dell’IA a gruppi poco rappresentativi.
Nota redazionale: il pezzo separa i fatti accertati, le dichiarazioni pubbliche e l’esame giuridico dei sistemi algoritmici usati nei rapporti di lavoro.
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La frase di Padova riporta il lavoro femminile nel conto nazionale
Il 2 luglio 2026, alla Fiera di Padova, la Presidente del Consiglio ha affermato che il futuro dell’Italia dipende dalle donne lavoratrici. Il riferimento arrivava dentro un intervento al congresso Uil centrato su lavoro, salario e sostenibilità del welfare. La frase ha un peso politico perché collega occupazione femminile, crescita economica e tenuta previdenziale, cioè tre capitoli che spesso vengono trattati in sedi separate.
Corazza non contesta il legame tra lavoro femminile e futuro del Paese. Lo rende più stringente. Il suo ragionamento parte dallo svantaggio strutturale ancora presente nel mercato: partecipazione incompleta, carriere compresse e retribuzioni più basse. Sono leve diverse ma finiscono nello stesso punto: autonomia economica ridotta e minore presenza nei luoghi dove si prendono decisioni su tecnologia, organizzazione e salario.
Chi è Corazza e perché il suo intervento pesa nel dibattito sul lavoro
Luisa Corazza è professoressa ordinaria di Diritto del lavoro all’Università del Molise e dirige il Centro di ricerca per le Aree Interne e gli Appennini. Dal profilo accademico Unimol e dalle schede pubbliche dedicate alla sua attività emerge una traiettoria costruita su lavoro, territori fragili e trasformazioni sociali. La sua nomina a consulente del Presidente della Repubblica per questioni sociali risale al 2015.
Nel 2025 ha pubblicato per FrancoAngeli il volume Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva. Il titolo dice già dove cade l’accento: il lavoro femminile non viene letto come tema identitario ma come problema di distribuzione di tempo, denaro, servizi e potere negoziale. La stessa impostazione ritorna nelle sue parole sull’IA, dove l’algoritmo non viene trattato come macchina neutra ma come prodotto di scelte umane.
Il divario italiano resta il più largo nella fotografia europea
I numeri europei danno alla frase politica una misura non aggirabile. Nel 2025 Eurostat colloca il tasso di occupazione dell’Unione al 76,1% tra i 20 e i 64 anni, mentre l’Italia si ferma al 67,6%. Il dato nazionale è il più basso nell’Ue. Ancora più netto il confronto per genere: il divario occupazionale italiano tra uomini e donne arriva a 19,1 punti percentuali, il più ampio tra gli Stati membri.
La distanza non scompare quando l’occupazione cresce. A maggio 2026 Istat registra 24 milioni 336mila occupati, tasso di occupazione al 63,0%, disoccupazione al 5,0% e inattività al 33,6%. La dinamica annua resta positiva ma il mese mostra anche un arretramento degli occupati e una crescita degli inattivi. Per il lavoro femminile il messaggio è secco: il record storico non basta a chiudere la distanza europea.
Servizi pubblici, non bonus: il punto materiale indicato dalla giuslavorista
Corazza usa una formula netta: serve una nuova infrastrutturazione sociale. Tradotto nel lessico del lavoro, significa asili, assistenza agli anziani, servizi territoriali, orari compatibili e presidi pubblici capaci di togliere alle famiglie il carico che oggi viene assorbito soprattutto dalle donne. Senza questa base, la scelta individuale di lavorare più ore o accettare incarichi con maggiore responsabilità si scontra con vincoli quotidiani.
La critica agli incentivi economici nasce qui. Bonus, decontribuzioni e sgravi spingono l’ingresso al lavoro quando l’impresa ha già una posizione pronta o quando il costo immediato dell’assunzione frena il datore. Non modificano da soli la distribuzione dell’assistenza familiare. Se una madre deve ridurre l’orario perché manca un servizio stabile, il vantaggio fiscale arriva dopo il problema e spesso non lo intercetta.
Il welfare fai da lei è il costo nascosto del mercato italiano
La formula usata da Corazza, welfare fai da lei, colpisce perché descrive una sostituzione silenziosa: quando il servizio pubblico non copre i bisogni familiari, il lavoro gratuito o poco pagato entra nelle case e viene affidato in larga parte alle donne. Questa sostituzione ha una contabilità precisa. Ore sottratte al lavoro retribuito, rinuncia a incarichi con presenza piena, part time non scelto e minor capacità di negoziare salario.
Il problema cresce con l’invecchiamento della popolazione. Figli piccoli e anziani non autosufficienti non producono la stessa domanda di servizi ma generano lo stesso effetto sulla partecipazione femminile: rendono intermittente il rapporto con il mercato. Una politica del lavoro che ignora questa frattura finisce per misurare soltanto contratti firmati e non il tempo reale che le donne riescono a vendere sul mercato.
Gli algoritmi stanno già entrando nelle decisioni di lavoro
L’IA è già entrata nei rapporti professionali. I sistemi automatizzati selezionano curriculum, ordinano candidature, attribuiscono punteggi, propongono turni, segnalano prestazioni anomale e aiutano i responsabili a scegliere chi avanzare o escludere. Quando il modello apprende da archivi segnati da carriere maschili più lineari, interruzioni femminili e part time concentrato sulle donne, tende a riprodurre la storia da cui nasce.
Corazza individua qui il rischio giuridico e sociale. L’algoritmo funziona per ricorrenze. Se dentro le ricorrenze del passato le donne hanno avuto meno accesso a ruoli apicali, meno continuità di presenza e salari inferiori, il sistema scambia la diseguaglianza per previsione affidabile. Il danno non appare come discriminazione dichiarata ma come classifica, punteggio o suggerimento di bassa priorità .
STEM e dottorati: la soglia dove si decide chi progetta i sistemi
La presenza femminile nei percorsi che alimentano l’IA resta insufficiente. AlmaLaurea indica per il 2024 una quota femminile del 41,1% tra i laureati STEM, stabile rispetto al 2015, con una discesa al 36,7% nei dottorati collegati alle aree scientifiche e tecnologiche. La caduta tra laurea e ricerca avanzata è il vero collo di bottiglia: lì nascono prototipi, architetture, brevetti, laboratori industriali e ruoli di progetto.
La frase di Corazza sul tavolo degli algoritmi si colloca dentro questa strozzatura. L’uso passivo dei sistemi di IA o la sola esposizione ai loro esiti nei processi aziendali lasciano intatto il potere di chi li progetta. Le donne devono entrare nella progettazione, nella scelta dei set informativi, nei test contro i pregiudizi, nelle commissioni pubbliche e nelle unità aziendali che decidono quali strumenti comprare. La rappresentanza arriva tardi quando viene cercata solo a prodotto già in uso.
L’AI Act colloca il lavoro tra le aree ad alto rischio
Il diritto europeo ha già riconosciuto la delicatezza del tema. L’allegato III dell’AI Act, nella versione consultabile tramite la piattaforma della Commissione europea, classifica come sistemi ad alto rischio quelli usati per reclutamento, selezione, pubblicazione mirata di annunci, filtro delle candidature, valutazione dei candidati, promozione, cessazione del rapporto, assegnazione dei compiti e monitoraggio delle prestazioni.
La Commissione europea aggiorna anche il calendario applicativo: per le aree ad alto rischio, compresi lavoro, istruzione, biometria, infrastrutture e migrazione, l’applicazione è fissata al 2 dicembre 2027 dopo l’accordo politico sul pacchetto di semplificazione. Il calendario non alleggerisce il problema. Al contrario, dà a imprese e amministrazioni un tempo misurabile per costruire procedure, controlli umani, archivi documentati e canali di contestazione.
La legge italiana sull’IA aggiunge responsabilità umana e presidi pubblici
La legge italiana 23 settembre 2025, n. 132, pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed entrata in vigore il 10 ottobre 2025, ha costruito il primo perimetro nazionale sull’intelligenza artificiale. Il Dipartimento per la trasformazione digitale ha presentato il testo come un impianto allineato all’AI Act, con ACN e AgID nei ruoli di autorità nazionali competenti e con un programma da un miliardo per startup e PMI nei settori IA e cybersicurezza.
Nel lavoro il valore della legge dipende dalla traduzione in pratiche aziendali. Responsabilità umana non significa firma formale in fondo a una procedura automatizzata. Significa persona fisica capace di capire il criterio usato, correggere un esito distorto, motivare la scelta e rispondere davanti a lavoratori, candidate, rappresentanze sindacali e giudice. Senza questa catena di responsabilità , l’algoritmo diventa una zona opaca del potere datoriale.
La segregazione orizzontale entra nel salario prima che nel titolo professionale
Corazza richiama la segregazione occupazionale orizzontale, cioè la concentrazione di donne e uomini in lavori differenti. Nel dibattito pubblico viene spesso trattata come una mappa dei settori. In realtà incide prima sulla busta paga. Se le donne restano concentrate in ambiti retribuiti meno e gli uomini occupano con maggiore frequenza aree ad alta remunerazione tecnologica o gestionale, il divario salariale non nasce solo da paghe diverse per lo stesso lavoro.
Qui l’IA introduce un secondo livello. Se i sistemi di selezione apprendono da imprese nelle quali certe funzioni sono già maschili e altre femminili, finiscono per rafforzare l’abbinamento tra genere e mansione. Un annuncio mirato male, un filtro costruito su carriere continue o un punteggio penalizzante sulle interruzioni rischiano di chiudere l’accesso prima ancora del colloquio.
Appalti e retribuzioni: il valore dell’assistenza alla persona si misura nei contratti
La parte meno appariscente del ragionamento di Corazza riguarda gli appalti pubblici. Quando un Comune affida servizi alla persona con prezzi troppo bassi, il risparmio amministrativo finisce spesso nella retribuzione di chi lavora. Poiché in quei servizi la presenza femminile è alta, il sottofinanziamento diventa una via indiretta di svalutazione del lavoro delle donne.
Le sentenze che impongono prezzi compatibili con contratti collettivi adeguati spostano il discorso dalla retorica alla busta paga. Dare valore sociale a un servizio senza pagarlo in modo coerente produce un doppio danno: impoverisce chi lavora e rende fragile il servizio stesso. Il welfare pubblico invocato da Corazza richiede quindi spesa, controllo degli affidamenti e contratti capaci di sostenere professionalità stabile.
La scelta politica: comprare tempo femminile o liberarlo
La questione italiana si concentra qui. Una strada compra tempo femminile a basso prezzo: part time, assistenza informale, servizi esternalizzati con margini stretti e carriere rinviate. L’altra strada libera tempo femminile: servizi pubblici, contratti robusti, presenza nei laboratori di IA, controllo sugli algoritmi e responsabilità umana nelle decisioni automatizzate.
Il futuro del lavoro femminile non si decide con una sola norma e neppure con una sola misura fiscale. Si decide nella somma di scelte che incidono sulla giornata reale delle persone: chi porta un anziano a una visita, chi resta a casa quando l’asilo non copre l’orario, chi viene scartata da un filtro automatico, chi siede nella commissione che approva quel filtro. Corazza mette questi piani nello stesso discorso. Ed è lì che la politica dovrà misurare la propria serietà .
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 Junior Cristarella
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