Dal racconto di una studentessa che, al termine dell’Esame di Stato, ha saputo raccontare il proprio percorso di crescita personale nasce una riflessione più ampia sul rapporto tra scuola, nuove generazioni e responsabilità educativa. Oltre le polemiche sui coriandoli e sullo spumante, emerge una domanda molto più importante: siamo ancora capaci di riconoscere il valore dei giovani o continuiamo a guardarli con gli occhi della nostalgia?
I coriandoli non raccontano una generazione
Ogni estate, puntualmente, accade qualcosa di prevedibile. Migliaia di ragazze e ragazzi concludono il proprio percorso scolastico, si abbracciano, piangono, ridono, si fotografano, lanciano in aria il tocco, qualche coriandolo, talvolta stappano una bottiglia di spumante. Contemporaneamente, si riaccende una polemica che sembra ormai appartenere al calendario civile italiano: c’è chi parla di perdita del senso del limite, chi invoca maggiore disciplina, chi denuncia il decadimento dell’educazione, chi rimpiange una scuola che, a suo dire, sarebbe stata più rigorosa e rispettosa.
Quest’anno, tuttavia, una voce ha scelto di spostare il baricentro della discussione.
È quella del dirigente scolastico e linguista Daniele Scarampi, che ha raccontato un episodio vissuto durante una sessione degli esami orali. Non ha parlato dei coriandoli. Non ha descritto il rumore della festa. Ha raccontato le parole di una studentessa. Una giovane che, interrogata sul proprio percorso, ha affermato di avere imparato a relazionarsi con il mondo, di avere superato paure che la accompagnavano da anni, di essere uscita dal proprio guscio, di avere compreso che la volontà può spingersi molto oltre i limiti che spesso siamo noi stessi a imporci.
Quelle parole valgono infinitamente più di qualsiasi polemica estiva.
Perché riportano il dibattito nel luogo in cui dovrebbe sempre trovarsi: il significato autentico dell’educazione.
Una scuola che permette a una ragazza di acquisire consapevolezza di sé, di imparare a leggere il mondo e di progettare il proprio futuro ha già raggiunto uno dei suoi obiettivi più alti. Tutto il resto appartiene al rumore di fondo che accompagna ogni cambiamento sociale.
Eppure quel rumore continua a essere amplificato.
Basta aprire un social network, leggere qualche commento sotto un articolo o ascoltare alcune trasmissioni televisive per imbattersi nella solita formula: «Ai miei tempi…».
Tre parole.
Tre parole che sembrano innocue.
Tre parole che, invece, raccontano molto più degli adulti che dei giovani.
La più antica nostalgia del mondo
Esiste una convinzione tanto diffusa quanto infondata: quella secondo cui ogni nuova generazione sarebbe peggiore della precedente.
È una convinzione antichissima.
La storia della cultura occidentale è disseminata di lamentele contro i giovani. In ogni epoca si ritrovano adulti convinti che i ragazzi non rispettino più le regole, non abbiano più valori, siano meno educati, meno preparati, meno disponibili al sacrificio.
Cambiano gli oggetti della critica.
Un tempo erano i libri considerati troppo permissivi.
Poi la radio.
Poi il cinema.
Poi la televisione.
Poi Internet.
Poi gli smartphone.
Poi i social network.
Domani sarà probabilmente l’intelligenza artificiale.
L’oggetto cambia.
Il meccanismo mentale rimane identico.
Ogni generazione tende inconsapevolmente a trasformare il proprio passato in un modello ideale dal quale giudicare il presente.
È un fenomeno studiato dalla psicologia cognitiva.
La memoria non registra il passato come una videocamera.
Lo ricostruisce.
Elimina molti dettagli.
Attenua le sofferenze.
Amplifica i ricordi positivi.
Rende più lineari eventi che, quando furono vissuti, apparivano estremamente complessi.
Così nasce quella nostalgia che spesso viene scambiata per verità storica.
Ma nostalgia e storia non coincidono.
La nostalgia seleziona.
La storia analizza.
La nostalgia consola.
La storia problematizza.
La nostalgia costruisce miti.
La storia ricostruisce fatti.
Per questo motivo l’espressione “ai miei tempi” dovrebbe essere accolta con prudenza. Non perché il passato non abbia nulla da insegnare, ma perché il passato reale è molto diverso dal passato ricordato.
Chi sostiene che un tempo gli studenti fossero tutti rispettosi dimentica le prepotenze, il bullismo mai nominato, le discriminazioni ritenute normali, gli abbandoni scolastici molto più elevati, le enormi differenze sociali nell’accesso all’istruzione, gli studenti con disabilità esclusi dalle classi comuni, le ragazze scoraggiate dal proseguire gli studi, i ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento etichettati come svogliati.
Idealizzare il passato significa cancellarne le contraddizioni.
Ed è proprio questa cancellazione che impedisce di comprendere il presente.
La nostalgia come errore epistemologico
L’epistemologia ci insegna che ogni conoscenza è il risultato di un confronto continuo con la realtà.
Quando smettiamo di confrontarci con i fatti e iniziamo a confrontarci soltanto con i nostri ricordi, il rischio di errore cresce enormemente.
La nostalgia, in questo senso, rappresenta una forma di semplificazione cognitiva.
Riduce la complessità.
Sostituisce l’analisi con il confronto emotivo.
Trasforma il ricordo individuale in criterio universale.
È il motivo per cui tante discussioni sull’educazione finiscono per assomigliare più a racconti autobiografici che a riflessioni pedagogiche.
«Io non avrei mai fatto così.»
«Noi rispettavamo i professori.»
«Una volta queste cose non succedevano.»
Davvero?
Oppure semplicemente non venivano raccontate?
Oppure assumevano forme differenti?
Oppure erano considerate normali e quindi invisibili?
Ogni società costruisce i propri dispositivi culturali per interpretare il comportamento dei giovani.
La società contemporanea, caratterizzata da un flusso continuo di immagini e informazioni, rende immediatamente visibili episodi che in passato sarebbero rimasti confinati all’interno di una scuola, di una piazza, di un quartiere.
Ciò che aumenta non è necessariamente il fenomeno.
Aumenta la sua esposizione.
Confondere visibilità e frequenza è uno degli errori più comuni del dibattito pubblico.
La scuola che cambia la vita
Il racconto di Scarampi merita attenzione proprio perché interrompe questo schema.
Mentre molti osservavano il piazzale della scuola, lui ha osservato la trasformazione di una persona.
È una differenza enorme.
Perché il vero indicatore della qualità educativa non è il comportamento rituale di fine anno.
È ciò che rimane dentro gli studenti quando la scuola finisce.
John Dewey scriveva che l’educazione non è preparazione alla vita.
L’educazione è la vita stessa.
Questa affermazione conserva oggi una forza straordinaria.
Per troppo tempo abbiamo immaginato la scuola come un luogo destinato a trasmettere nozioni.
In realtà la scuola costruisce identità.
Ogni lezione, ogni verifica, ogni discussione, ogni progetto, ogni errore corretto, ogni incoraggiamento ricevuto contribuisce lentamente alla formazione della persona.
Le competenze disciplinari sono fondamentali.
Ma non esauriscono il compito educativo.
Una ragazza che, al termine del percorso scolastico, afferma di avere imparato ad affrontare le proprie paure dimostra che la scuola ha operato anche su un piano più profondo.
Ha sviluppato fiducia.
Ha costruito autonomia.
Ha alimentato resilienza.
Ha reso possibile una trasformazione personale.
Sono risultati difficili da misurare con un voto.
Ma spesso rappresentano il successo educativo più autentico.
Educare significa liberare
Paulo Freire sosteneva che la scuola non dovesse limitarsi a trasferire conoscenze.
Doveva contribuire alla liberazione della persona.
La sua critica alla cosiddetta educazione “depositaria” resta attualissima.
Lo studente non è un contenitore da riempire.
È un soggetto che interpreta il mondo.
Quando una ragazza racconta di avere trovato il coraggio di uscire dal proprio guscio, non sta semplicemente descrivendo un miglioramento caratteriale.
Sta raccontando un processo di emancipazione.
Ha imparato a guardarsi.
Ha imparato a riconoscere le proprie capacità.
Ha imparato che il sapere non serve soltanto a superare un esame.
Serve a costruire una vita.
Questa è la vera finalità dell’educazione.
Ed è curioso che, mentre alcuni adulti continuano a discutere di coriandoli, una studentessa riesca a esprimere con poche parole il senso più profondo della scuola.
Forse dovremmo ascoltare di più gli studenti.
Non perché abbiano sempre ragione.
Ma perché il loro punto di vista ci costringe a uscire dalle categorie con cui interpretiamo automaticamente il presente.
Non sono la Generazione Z. Sono i Futuremakers
È arrivato il momento di cambiare linguaggio.
Le parole non descrivono soltanto la realtà.
La costruiscono.
Definire queste ragazze e questi ragazzi esclusivamente come “Generazione Z” significa ridurli a una classificazione anagrafica.
Parlare di “nativi digitali” significa identificarli soltanto con la tecnologia.
Descriverli come “adolescenti fragili” significa osservare una sola parte della loro esperienza.
Serve una categoria diversa.
Una categoria che non guardi alla loro età, ma alla loro missione storica.
Per questo propongo il termine Futuremakers.
Futuremakers non indica semplicemente giovani che vivranno nel futuro.
Indica giovani che il futuro saranno chiamati a costruirlo.
Sono i medici che cureranno le prossime pandemie.
Gli insegnanti che formeranno le nuove generazioni.
I magistrati che difenderanno lo Stato di diritto.
Gli ingegneri che progetteranno città sostenibili.
I ricercatori che svilupperanno nuove tecnologie.
Gli imprenditori che creeranno lavoro.
Gli artisti che daranno forma all’immaginario collettivo.
I giornalisti che difenderanno il diritto a un’informazione libera.
Gli amministratori che governeranno istituzioni sempre più complesse.
Sono i Futuremakers.
Ed è difficile immaginare una responsabilità più grande.
Noi stiamo affidando loro il pianeta.
Stiamo affidando loro le nostre democrazie.
Stiamo affidando loro la ricerca scientifica.
Stiamo affidando loro la tutela dei diritti fondamentali.
Stiamo affidando loro la pace, l’ambiente, la cultura, la convivenza civile.
Continuiamo davvero a credere che possano essere descritti da qualche fotografia di fine esame?
O forse dovremmo iniziare a guardarli per quello che realmente sono: la più grande infrastruttura umana, culturale e democratica sulla quale il nostro futuro potrà essere costruito?
È da questa domanda che dovrebbe ripartire ogni riflessione sulla scuola. Perché i coriandoli si raccolgono in pochi minuti. Una coscienza civile, una personalità libera, una cittadinanza responsabile richiedono invece anni di studio, relazioni, fatica, errori, ascolto e fiducia. Ed è proprio questo, molto più del clamore di una festa, che ogni giorno si costruisce nelle aule scolastiche.
La scuola come laboratorio di democrazia
Esiste una domanda che dovrebbe accompagnare ogni riflessione sull’educazione e che, invece, troppo spesso rimane sullo sfondo: a che cosa serve realmente la scuola?
Per molti anni abbiamo creduto che la risposta fosse relativamente semplice. La scuola serviva a trasmettere conoscenze, a preparare una professione, a garantire un livello minimo di alfabetizzazione, a consentire l’accesso all’università o al mondo del lavoro.
Tutto vero.
Ma non sufficiente.
La scuola è molto di più.
John Dewey scriveva che la democrazia non è soltanto una forma di governo, ma un modo di vivere insieme. Se questo è vero, allora la scuola rappresenta il primo luogo nel quale la democrazia prende forma concreta.
È tra i banchi che si impara ad ascoltare chi la pensa diversamente.
È in una discussione guidata da un docente che si comprende il valore dell’argomentazione razionale.
È durante un lavoro di gruppo che si sperimenta la cooperazione.
È affrontando un conflitto che si scopre il significato del rispetto reciproco.
La scuola non insegna semplicemente la democrazia.
La fa vivere.
Quando uno studente impara a prendere la parola senza prevaricare gli altri, quando accetta una critica motivata, quando modifica una propria convinzione davanti alla forza di un’argomentazione migliore, sta esercitando una competenza democratica che nessun manuale potrebbe trasmettere da solo.
Per questa ragione appare paradossale che il dibattito pubblico continui a misurare il successo educativo attraverso indicatori marginali, trascurando il risultato più importante: la formazione di cittadini consapevoli.
La ragazza raccontata da Daniele Scarampi non ha soltanto superato un esame.
Ha raccontato un percorso di cittadinanza.
Ha spiegato di essere diventata una persona diversa.
È difficile immaginare un risultato educativo più alto.
La complessità è il vero banco di prova dei Futuremakers
Ogni epoca ha avuto le proprie sfide.
La nostra ne presenta una caratteristica inedita: la simultaneità.
Le crisi non arrivano più una alla volta.
Si intrecciano.
Si alimentano reciprocamente.
Si moltiplicano.
La pandemia ha modificato i rapporti sociali.
La guerra ha riportato l’insicurezza nel cuore dell’Europa.
L’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro, la comunicazione, la ricerca scientifica, l’educazione.
La crisi climatica impone decisioni globali.
Le migrazioni ridefiniscono le società contemporanee.
Le disuguaglianze aumentano.
Le informazioni viaggiano a una velocità che supera spesso la nostra capacità di verificarle.
Edgar Morin definisce tutto questo complessità.
Non significa confusione.
Significa interdipendenza.
Ogni scelta produce conseguenze che coinvolgono altri sistemi.
Ogni decisione economica diventa anche ambientale.
Ogni innovazione tecnologica diventa anche etica.
Ogni scelta politica produce effetti culturali.
Per questa ragione educare oggi non può significare fornire risposte preconfezionate.
Occorre insegnare a formulare domande migliori.
È questa la vera competenza del XXI secolo.
I Futuremakers saranno chiamati a governare sistemi infinitamente più complessi di quelli che abbiamo conosciuto noi.
Non potranno limitarsi a conoscere.
Dovranno comprendere.
Non potranno limitarsi a ricordare.
Dovranno interpretare.
Non potranno limitarsi a decidere.
Dovranno prevedere conseguenze.
La scuola che riesce a sviluppare questa capacità sta già costruendo il futuro.
Le competenze che non finiscono nei registri elettronici
Per decenni abbiamo identificato il successo scolastico quasi esclusivamente con il profitto.
Voti.
Medie.
Graduatorie.
Classifiche.
Naturalmente tutto questo conserva una propria importanza.
Le conoscenze disciplinari rappresentano la struttura portante di qualsiasi percorso culturale.
Ma il mondo contemporaneo richiede qualcosa in più.
Richiede competenze che difficilmente possono essere sintetizzate da un numero.
La capacità di collaborare.
L’empatia.
La resilienza.
L’autonomia.
Il pensiero critico.
La creatività.
La gestione delle emozioni.
L’educazione alla responsabilità.
L’attitudine alla cooperazione.
La disponibilità ad apprendere lungo tutto l’arco della vita.
Sono competenze invisibili.
Non perché siano meno importanti.
Al contrario.
Perché emergono lentamente.
Si consolidano negli anni.
Spesso diventano evidenti soltanto quando una persona entra nel mondo del lavoro o assume responsabilità civiche.
La ricerca internazionale insiste ormai da tempo su questi aspetti.
Le competenze trasversali non rappresentano un complemento delle discipline.
Ne costituiscono il naturale sviluppo.
Una ragazza che, come quella ricordata da Scarampi, dichiara di avere imparato ad affrontare il mondo con maggiore sicurezza, ci sta raccontando esattamente questo.
Non sta parlando di un voto.
Sta parlando di una trasformazione.
Ed è questa trasformazione che dovrebbe interessare la pedagogia contemporanea.
Gli adulti devono smettere di avere paura del futuro
Esiste una forma di paura raramente dichiarata.
È la paura di non riconoscere più il mondo.
Ogni innovazione modifica gli equilibri.
Ogni trasformazione mette in discussione abitudini consolidate.
Ogni nuova generazione introduce linguaggi che gli adulti faticano a comprendere.
Da qui nasce, spesso inconsapevolmente, la tentazione di delegittimare ciò che non si conosce.
Accade con la musica.
Con il linguaggio.
Con la tecnologia.
Con i modelli relazionali.
Con le nuove forme di partecipazione.
Ma la storia dimostra che ogni generazione ha costruito strumenti differenti per affrontare problemi differenti.
Pretendere che i giovani affrontino il XXI secolo utilizzando esclusivamente categorie culturali del Novecento significa prepararli al fallimento.
Il futuro non ha bisogno di copie dei propri genitori.
Ha bisogno di persone capaci di immaginare soluzioni nuove.
È questo il significato più profondo del termine Futuremakers.
Non custodiscono semplicemente il futuro.
Lo progettano.
Lo inventano.
Lo costruiscono.
Contro gli pseudo-intellettuali della nostalgia
Ogni stagione culturale produce i propri interpreti.
Produce anche i propri semplificatori.
Negli ultimi anni si è progressivamente diffusa una figura ricorrente.
Lo pseudo-intellettuale della nostalgia.
Lo si riconosce facilmente.
Ha una risposta semplice per ogni problema complesso.
Attribuisce ogni difficoltà educativa alla perdita dell’autorità.
Riduce la crisi della scuola a una questione disciplinare.
Interpreta il cambiamento come decadenza.
Trasforma la propria esperienza personale in una legge universale.
Ignora decenni di ricerca pedagogica.
Ignora la psicologia dello sviluppo.
Ignora le neuroscienze.
Ignora la sociologia dell’educazione.
Ignora perfino i dati.
Gli basta pronunciare la formula rituale:
«Ai miei tempi.»
Questa espressione produce un apparente effetto rassicurante.
Semplifica.
Conforta.
Assolve.
Ma non spiega.
Il sociologo Piero Dominici parla spesso del rischio del conformismo cognitivo.
È una definizione straordinariamente efficace.
Il conformismo cognitivo consiste proprio nell’incapacità di mettere in discussione le proprie categorie interpretative.
Si continua a osservare il presente attraverso strumenti costruiti per leggere un mondo che non esiste più.
È esattamente ciò che accade quando si giudicano i giovani di oggi con parametri educativi appartenenti a cinquanta anni fa.
Non è conservatorismo.
È analfabetismo della complessità.
Ed è forse una delle forme più pericolose di povertà culturale.
Futuremakers: molto più di un neologismo
Ogni epoca crea parole nuove quando cambia il modo di guardare la realtà.
Le parole non seguono il cambiamento.
Lo anticipano.
Per questo motivo Futuremakers non rappresenta semplicemente un termine suggestivo.
Rappresenta una diversa visione antropologica.
Per la prima volta non definiamo una generazione in base all’età.
La definiamo in base alla responsabilità.
Essere Futuremakers significa assumere su di sé il compito di custodire il futuro comune.
Non soltanto il proprio.
Il bene comune.
Le istituzioni democratiche.
L’ambiente.
La pace.
La ricerca scientifica.
La cultura.
La libertà.
La dignità della persona.
In questo senso il termine supera anche l’idea di successo individuale.
Non parla di carriere.
Parla di responsabilità.
Non descrive consumatori.
Descrive costruttori di civiltà.
È forse questo il cambiamento culturale più importante che la scuola dovrebbe accompagnare.
Educare non significa preparare persone competitive.
Significa preparare persone responsabili.
La competizione può produrre vincitori.
La responsabilità costruisce comunità.
Ed è di comunità, oggi più che mai, che il mondo ha bisogno.
Ascoltare i giovani per imparare dagli adulti che saranno
Forse il messaggio più importante del post di Daniele Scarampi non riguarda affatto una studentessa.
Riguarda noi.
Ci invita a cambiare punto di osservazione.
A smettere di guardare i coriandoli.
A cominciare ad ascoltare le parole.
A non fermarci all’apparenza di una festa.
A cogliere la profondità di un percorso umano.
Perché la scuola produce risultati silenziosi.
Li produce quando un ragazzo scopre di essere capace.
Quando una ragazza supera una paura.
Quando uno studente comprende il significato della libertà.
Quando nasce il desiderio di conoscere.
Quando si sviluppa il senso della giustizia.
Quando si impara a prendersi cura degli altri.
Sono conquiste che non fanno rumore.
Non diventano virali.
Non finiscono nei titoli dei giornali.
Ma rappresentano il patrimonio più prezioso di una comunità democratica.
Forse, allora, il dibattito dovrebbe cambiare definitivamente prospettiva.
La domanda non è se i giovani siano all’altezza del futuro.
La domanda è molto più scomoda.
Noi adulti siamo stati capaci di prepararli abbastanza?
Perché, quando tra qualche decennio guarderemo il mondo che avranno costruito, quel mondo parlerà certamente di loro.
Ma parlerà, soprattutto, della qualità dell’educazione che noi avremo saputo offrire ai nostri Futuremakers.
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Antonio Fundarò
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