Per secoli il carcere non fu una pena, ma un luogo di custodia in attesa di torture, esecuzioni o altre condanne; solo con l’Illuminismo la detenzione iniziò a essere concepita come una pena autonoma, e l’architettura penitenziaria assunse un ruolo centrale nella gestione dei detenuti. Le carceri con forma a raggiera, con le celle disposte come raggi di una ruota attorno a un nucleo di controllo centrale, incarnano una precisa idea di controllo che ha influenzato per oltre due secoli la progettazione delle prigioni e il modo di concepire la pena.
Le origini del carcere: da luogo di tortura a problema filosofico
Prima della nascita del carcere moderno, la reclusione era una misura temporanea in attesa di pene corporali. Non esisteva ancora un sistema strutturato che vedesse la detenzione come punizione autonoma: nella fase più antica della storia delle prigioni, il carcere era soprattutto un luogo di transito verso qualcosa di peggiore.
La svolta arrivò con l’Illuminismo: pensatori come Cesare Beccaria, col suo trattato Dei delitti e delle pene del 1764, sostennero l’idea che la pena dovesse essere proporzionata al reato e orientata alla correzione del condannato invece che alla sua distruzione fisica.
Se il carcere diventava uno strumento di riabilitazione, anche lo spazio fisico doveva rispecchiarlo. Da quel momento la progettazione delle carceri divenne anche una questione filosofica: l’architettura iniziò a riflettere il modo in cui la società concepiva la pena.
Cos’è il Panopticon di Jeremy Bentham e come funziona
Il Panopticon è un progetto di carcere ideale elaborato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham, che si basava su un’intuizione radicale: non era necessario controllare i detenuti in ogni momento, bastava che credessero di poter essere osservati in qualsiasi istante. Il nome Panopticon viene dal greco pan (“tutto”) e optikon (“vedere”), cioè “ciò che permette di vedere tutto”.
Quello che poi fu noto come modello panottico prevedeva una torre centrale con un guardiano invisibile, circondata da un anello di celle illuminate dall’esterno; ogni cella aveva due finestre: una verso l’esterno per la luce, l’altra rivolta alla torre. Il custode vedeva tutto senza poter essere a sua volta identificato dai reclusi.
Bentham descrisse questo meccanismo con l’espressione “power of mind over mind“, cioè il potere della mente sulla mente: un principio senza precedenti nella storia delle istituzioni punitive.
Perché la forma a raggiera o circolare per le carceri?
La pianta a raggiera si sviluppò nelle carceri negli stessi decenni del progetto panottico e ne condivise l’obiettivo di rendere più efficiente la sorveglianza, pur senza riprodurne sempre fedelmente lo schema: in molti casi, i blocchi di celle si irradiano dal centro verso l’esterno, convergendo verso un unico nodo di sorveglianza comune.
Ecco i principali vantaggi di una pianta a raggiera rispetto a una pianta tradizionale:
- poche guardie bastavano a presidiare più corridoi, grazie alla visuale unificata dal nucleo centrale;
- tutti i percorsi interni convergevano verso il punto di controllo, rendendo difficile muoversi inosservati;
- era possibile isolare un’intera ala senza interrompere il funzionamento del resto della struttura;
- i costi di gestione si riducevano sensibilmente, in accordo con i principi utilitaristici della riforma penitenziaria.
L’Eastern State Penitentiary di Philadelphia, inaugurato nel 1829 su progetto di John Haviland, divenne la più famosa espressione di questo modello, con la sua pianta a sette bracci convergenti verso una sala centrale.
In Italia, il carcere di Santo Stefano sull’isola di Ventotene – costruito nel 1795 e attivo fino al 1965 – presenta una pianta circolare che anticipa alcuni principi poi associati ai modelli di sorveglianza centralizzata; è noto anche per aver ospitato Sandro Pertini.
I modelli penitenziari dell’800: isolamento e sorveglianza
La struttura a raggiera delle carceri si intrecciò nel corso dell’Ottocento con due grandi sistemi penitenziari rivali, entrambi nati negli Stati Uniti e poi esportati in Europa: essi condividevano l’obiettivo della riabilitazione, ma divergevano profondamente nei metodi adottati.
Il Sistema Pennsylvaniano (o di Philadelphia): l’isolamento continuo
Il sistema dell’isolamento carcerario totale, noto come sistema pennsylvaniano, aveva radici quacchere: solitudine e silenzio assoluti avrebbero favorito la riflessione morale e il pentimento; ogni recluso viveva, lavorava e dormiva nella propria cella, senza mai incontrare gli altri detenuti. La pianta radiale era la soluzione architettonica perfetta per garantire questo isolamento fisico, mantenendo al contempo un controllo centralizzato.
Col tempo, però, emersero conseguenze gravi come disturbi mentali, crisi psicotiche, deterioramento psicologico documentato da numerose testimonianze. Per questa ragione, il sistema si rivelò insostenibile.
Il Sistema Auburniano: lavoro collettivo e regola del silenzio
Un approccio ben diverso fu adottato con il sistema auburniano, sviluppato nel carcere di Auburn nello Stato di New York: isolamento individuale la notte, lavoro collettivo durante il giorno, ma in assoluto silenzio; i detenuti non potevano comunicare tra loro in alcun modo.
Rispetto al modello pennsylvaniano, questo sistema produceva beni attraverso il lavoro comune e risultava economicamente più efficiente. Nel corso dell’Ottocento esso prevalse come riferimento nei sistemi penitenziari americani.
Il carcere oggi: dalla sorveglianza alla riabilitazione
L’evoluzione del sistema penitenziario ha progressivamente messo in discussione la logica panoptica: la funzione rieducativa della pena, teorizzata già dai riformatori illuministi, stenta tuttora a tradursi in spazi adeguati, ma alcune esperienze recenti segnalano un cambio di direzione reale.
Lo scopo del carcere oggi, nelle realtà più avanzate, non è più soltanto quello di contenere o punire, ma anche quello di restituire alla società persone capaci di reinserirsi. In diversi Paesi europei questo principio si è tradotto nella progettazione di nuovi istituti penitenziari con maggiore attenzione agli spazi comuni, alla luce naturale e al reinserimento sociale.
Il Justizzentrum di Leoben, in Austria, completato nel 2004 dall’architetto Josef Hohensinn, è spesso citato come esempio di un diverso approccio progettuale, orientato a conciliare sicurezza e qualità degli spazi: luce naturale, ampie vetrate e piccoli gruppi di convivenza prendono il posto dei corridoi anonimi e delle celle isolate dei vecchi modelli radiali.
Oggi le carceri a raggiera rappresentano soprattutto una testimonianza storica di un’epoca in cui la sorveglianza era considerata il principale strumento di rieducazione. Il dibattito contemporaneo si concentra invece sempre più sull’equilibrio tra sicurezza, dignità della persona e il suo possibile reinserimento in società.
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Gabriella Dabbene
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