guida ai cimiteri e alle catacombe di Napoli


Napoli sorprende sempre. Lo fa con la sua luce, con il suo caos, con la stratificazione di epoche che affiora da ogni vicolo, ma sorprende soprattutto quando ci si addentra nei luoghi che custodisce sottoterra. Qui la morte non è mai stata qualcosa da tenere a distanza. È parte della vita quotidiana, un interlocutore familiare, una presenza con cui la città ha imparato a convivere con una naturalezza che altrove sembrerebbe impossibile.

Il Cimitero delle 366 Fosse a Napoli

Santa Maria del Popolo: una fossa per ogni giorno dell’anno

C’è un luogo a Napoli che più di altri incarna l’idea di razionalità applicata alla morte. Il Cimitero di Santa Maria del Popolo, conosciuto come Cimitero delle 366 Fosse, è frutto di una mente illuminista e di un’architettura che ancora oggi lascia esterrefatti. Progettato da Ferdinando Fuga su richiesta di Re Ferdinando IV di Borbone e aperto ufficialmente nel 1763, detiene tre primati straordinari: fu il primo cimitero pubblico europeo, il primo riservato ai poveri, il primo costruito fuori dalle mura cittadine. Quando nel 1804 Napoleone emanò l’Editto di Saint-Cloud per regolamentare le sepolture in tutta Europa, Napoli aveva già la risposta a tutte le esigenze che l’editto metteva nero su bianco. Entrando nel sito ci si ritrova in un grande cortile quadrato e spoglio. La pavimentazione è percorsa da una griglia di 19 file per 19 righe: ogni incrocio è segnato da una pietra quadrata in basalto, con un numero scolpito a mano. Sotto ciascuna si apre una fossa larga quattro metri e profonda dodici. Il sistema era semplice e geniale: ogni giorno dell’anno corrispondeva a una fossa specifica, aperta al mattino e richiusa la sera. La fossa numero uno accoglieva i morti del primo gennaio, la numero 365 quelli dell’ultimo giorno dell’anno. La numero 366 restava riservata al 29 febbraio degli anni bisestili. L’attività cessò nel 1890, quando l’idea illuminista di identificare i defunti solo con un numero iniziò a essere percepita come una privazione della dignità individuale.

Il Cimitero delle Fontanelle a Napoli
Il Cimitero delle Fontanelle a Napoli

Cimitero delle Fontanelle: il culto dei teschi e le anime “pezzentelle”

Nel Rione Sanità, nel quartiere dove nel 1898 nacque Totò, si trova uno dei luoghi più particolari e potenti di tutta Napoli. Il Cimitero delle Fontanelle non è un cimitero nel senso convenzionale del termine, è un ossario scavato nel tufo, originariamente una cava, trasformato nei secoli in deposito di ossa e poi in luogo di devozione popolare.
La storia inizia nel XVII Secolo, quando la grande cava dismessa divenne il luogo in cui venivano portate le salme che non trovavano spazio nelle chiese cittadine. Successivamente, l’epidemia di peste del 1656, che a Napoli fece oltre 250.000 vittime, fece sì che si trasformasse in un ossario di massa. Nei secoli successivi arrivarono anche le vittime delle epidemie di colera, delle carestie, dei terremoti. Nel 1872 a don Gaetano Barbati, canonico del Rione, fu affidato il compito di mettere ordine in quel caos di ossa. Con l’aiuto delle maste, le donne del rione, le ossa furono ripulite, classificate e ordinatamente disposte in tre navate. Da quel gesto di cura nacque qualcosa di inatteso: le donne cominciarono a pregare per quelle anime anonime, a scegliere un teschio, ad adottarlo. Nacque così il culto delle anime pezzentelle, dal latino petere, chiedere. Il fedele offriva preghiere e cura per aiutare l’anima a raggiungere il Paradiso, in cambio si chiedevano grazie o sogni rivelatori. Se l’anima non avesse concesso la grazia, il teschio sarebbe stato rivolto contro il muro come castigo e se ne cercava un altro. Se invece le grazie arrivavano, la capuzzella veniva posta in una teca rivestita di merletti e l’anima veniva considera salva, entrata in paradiso.
Nel 1969 la Chiesa dichiarò questo culto incompatibile con la dottrina, etichettandolo come superstizione. Ma a Napoli certi legami non si spezzano per decreto.


Le Catacombe di San Gennaro a Napoli
Le Catacombe di San Gennaro a Napoli

Catacombe di San Gennaro: sotto la città, millenni di fede

Le Catacombe di San Gennaro raccontano un’altra Napoli ancora, quella del II Secolo d.C., dove una famiglia gentilizia donò il proprio sepolcro alla comunità cristiana. Da quel nucleo originario si sviluppò nel tempo uno dei complessi sotterranei più straordinari d’Italia, distribuito su due livelli ricavati nel tufo, con spazi ampi e ariosi che nulla hanno in comune con l’idea claustrofobica delle catacombe romane. Nell’ampliamento del IV Secolo fu determinante la deposizione delle spoglie di Sant’Agrippino, primo patrono di Napoli, nella basilica ipogea a lui dedicata. Ancora oggi, in quella basilica, viene celebrata la messa. Nel V Secolo arrivarono anche le spoglie di San Gennaro, e la catacomba superiore divenne luogo di pellegrinaggio e di sepoltura ambita. Le tombe poi restituiscono uno spaccato nitido della società dell’epoca: quelle più umili erano semplici incavi nelle pareti, mentre gli arcosoli ad arco appartenevano alle famiglie più abbienti, spesso decorati ad affresco o a mosaico. Il vestibolo della catacomba superiore conserva le prime pitture cristiane del Sud Italia, risalenti al III Secolo e realizzate in stile pompeiano. Nella Cripta dei Vescovi si trovano inoltre pregevoli mosaici del V Secolo. Tre luoghi, tre modi diversi di abitare il confine tra la vita e la morte. Eppure, guardati insieme, questi cimiteri raccontano una sola storia: quella di una città che non ha mai accettato di dimenticare i propri morti. Non per morbosità, non per superstizione, ma per una forma profonda e antica di rispetto. A Napoli i defunti non sono altrove. Sono qui, nel sottosuolo, nelle tombe numerate, nelle teche di vetro, nelle preghiere delle donne del quartiere. Sono presenti, come lo sono stati sempre. E forse è proprio per questo che Napoli, tra tutte le città italiane, è quella che sa guardare la vita con più intensità.

Luisa Gaiardoni

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