Calabria senza speranza. «A gatta prescialora ha fattu i figli cecati»: quando la fretta del Pnrr rischia di lasciare vuote le Case della Comunità


«A gatta prescialora ha fattu i figli cecati»: quando la fretta del Pnrr rischia di lasciare vuote le Case della Comunità – I nostri nonni, con la loro proverbiale saggezza, riuscivano a racchiudere in poche parole concetti che oggi richiederebbero pagine di analisi. “A gatta prescialora ha fattu i figli cecati” significa, tradotto in italiano, “La gatta che ha avuto troppa fretta nel partorire ha fatto i figli ciechi.” Un monito contro l’improvvisazione, contro la corsa dell’ultimo minuto e contro quella fretta che raramente produce risultati di qualità.

È un proverbio che sembra descrivere perfettamente quanto sta accadendo in questi ultimi giorni di giugno nella sanità calabrese e, in particolare, nell’ASP di Catanzaro.

Il 24 giugno è stata pubblicata una manifestazione di interesse rivolta al personale dipendente a tempo indeterminato dell’Azienda – infermieri, OSS, assistenti sociali e personale amministrativo – per prestare servizio negli Ospedali di Comunità e nelle Case della Comunità Hub e Spoke, strutture che il Commissario Straordinario ha attivato attraverso una serie di delibere adottate quasi in extremis, negli ultimi giorni del mese di giugno.


Una notizia che, sulla carta, potrebbe apparire positiva. Il rafforzamento della sanità territoriale rappresenta infatti uno degli obiettivi più importanti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, basta andare oltre i comunicati ufficiali per far emergere interrogativi ai quali, almeno per ora, nessuno sembra voler dare risposte.

La domanda è tanto semplice quanto inevitabile: chi lavorerà realmente all’interno di queste strutture? Perché inaugurare un edificio è relativamente semplice; garantirne il funzionamento quotidiano è tutta un’altra storia.

Da anni si parla di Case della Comunità, Ospedali di Comunità, medicina territoriale, presa in carico dei pazienti e riduzione degli accessi impropri ai Pronto Soccorso. Obiettivi certamente condivisibili, ma ogni riforma sanitaria vive o muore in base alla disponibilità del personale.


Ed è proprio qui che emerge il vero paradosso. Gli infermieri oggi impiegati nelle Centrali Operative del 118 e nelle PET risultano ancora formalmente inseriti nelle piante organiche dell’ASP di Catanzaro, poiché il passaggio definitivo ad Azienda Zero non è stato ancora completato. Di conseguenza, dal punto di vista amministrativo, potrebbero partecipare alla manifestazione di interesse pubblicata il 24 giugno. Una circostanza che apre scenari tutt’altro che rassicuranti.

Se una parte di questi professionisti dovesse scegliere di trasferirsi nelle nuove Case della Comunità, chi garantirà la piena operatività del sistema dell’emergenza-urgenza territoriale? Si rischia forse di indebolire un servizio essenziale per renderne operativo un altro appena inaugurato?

E ancora: quali criteri verranno adottati per l’eventuale selezione del personale e come si eviterà di compromettere l’operatività del sistema dell’emergenza-urgenza, già oggi alle prese con croniche carenze di organico? Sono domande legittime, alle quali cittadini e operatori sanitari meritano risposte chiare.

Il problema, però, è ancora più ampio. La sensazione è che, ancora una volta, si sia privilegiata la corsa alle scadenze rispetto alla programmazione. Le risorse del PNRR erano disponibili da anni. Le Case della Comunità non sono un progetto nato ieri. C’era tutto il tempo necessario per ristrutturare gli immobili, programmare il fabbisogno di personale, bandire i concorsi e assumere infermieri, operatori socio-sanitari, assistenti sociali e personale amministrativo.


Invece si è arrivati agli ultimi giorni di giugno con una manifestazione di interesse che appare come un tentativo di reperire, in extremis, le risorse umane necessarie per far partire strutture che rischiano di essere operative soltanto sulla carta.

Il sospetto è che la vera urgenza non fosse quella di offrire nuovi servizi ai cittadini, ma quella di rispettare le scadenze imposte dal PNRR, evitando così il rischio di perdere i finanziamenti. Se così fosse, sarebbe una sconfitta della programmazione e della buona amministrazione.

Perché la qualità della sanità non si misura dal numero delle inaugurazioni, ma dall’efficienza dei servizi che riesce a garantire ogni giorno.

I cittadini non hanno bisogno di fotografie davanti a edifici appena inaugurati o di cerimonie con il classico taglio del nastro. Hanno bisogno di trovare un infermiere quando si rivolgono a una struttura sanitaria, un medico quando ne hanno necessità e un’assistenza efficace quando la salute lo richiede. Una Casa della Comunità priva del personale necessario rischia di trasformarsi nell’ennesima scatola vuota, destinata ad alimentare aspettative che difficilmente potranno essere soddisfatte.

Ed è proprio qui che riaffiora l’antico proverbio calabrese. “A gatta prescialora ha fattu i figli cecati.” La fretta, quasi mai, è sinonimo di efficienza. Molto più spesso è il tentativo di rimediare, all’ultimo momento, a mesi – se non anni – di ritardi, rinvii e decisioni mai assunte.


La politica sanitaria avrebbe dovuto programmare, prevedere, assumere e organizzare con largo anticipo, non rincorrere il calendario negli ultimi giorni disponibili. Perché quando la programmazione lascia spazio all’improvvisazione, qualcuno finisce inevitabilmente per pagarne le conseguenze. E quel qualcuno non sarà il commissario straordinario, né i dirigenti dell’ASP, né i decisori politici che oggi rivendicano il raggiungimento degli obiettivi del PNRR. Saranno, ancora una volta, i cittadini. Saranno gli anziani costretti ad attendere mesi per una visita specialistica, i malati cronici in cerca di una presa in carico efficace, gli operatori sanitari chiamati a lavorare con organici sempre più ridotti e quei professionisti che, ogni giorno, continuano a garantire il funzionamento del sistema sanitario nonostante le difficoltà organizzative.

La vera sfida non era inaugurare le Case della Comunità entro il 30 giugno. La vera sfida era aprirle già pienamente operative, con personale sufficiente, servizi realmente funzionanti e un’organizzazione capace di rispondere concretamente ai bisogni del territorio.

Perché i finanziamenti europei possono costruire gli edifici, ma non possono sostituire la competenza, la programmazione e il senso di responsabilità di chi è chiamato ad amministrare la sanità pubblica. E quando questi elementi vengono meno, anche il più moderno dei contenitori rischia di rimanere soltanto questo: un edificio ristrutturato, una targa all’ingresso e tante promesse. Fuori, però, resteranno sempre i cittadini. Quelli che non chiedono inaugurazioni, ma una sanità che funzioni davvero.

Le opere pubbliche si inaugurano in un giorno. La fiducia dei cittadini si costruisce in anni e si perde molto più in fretta. Per questo motivo, nella gestione della cosa pubblica non si può adottare la mentalità  tipica dei generali negli scenari di guerra, poiché le istituzioni richiedono cura, dialogo e coesione, non strategie di annientamento. Per farla breve, le Case della Comunità sono state naugurate in tempo, ma saranno davvero pronte? La risposta la conosciamo già, purtroppo… 



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