Un patrimonio culturale non fruito è un patrimonio mutilato, sprecato. Ma se per valorizzarlo servono risorse economiche, il settore non può aspettare che sia solo lo Stato a sostenerlo: serve un nuovo approccio, che sia capace di attrarre, in modo consapevole – cioè tramite un’analisi mirata – capitali dal settore privato. Oggi, il sostegno di cittadini, imprese fondazioni agli enti culturali avviene attraverso una moltitudine disorganizzata di strumenti: Art bonus, 5×1000, erogazioni liberali, sponsorizzazioni, crowdfunding, membership, contributi di fondazioni e partenariati. Un ecosistema ibrido e frammentato, ma con un enorme potenziale. È per mettere ordine in questo panorama che è nato l’Atlante italiano del fundraising culturale, il cui primo report è stato presentato all’Università Iulm di Milano.
Il progetto – ideato dalla Scuola di fundraising di Roma e da Patrimonio cultura e realizzato con la direzione scientifica della Fondazione Santagata per l’economia della cultura, in partnership con Iulm e con il sostegno di Fondazione Cariplo – punta a offrire a istituzioni culturali, donatori, imprese, fondazioni, professionisti e decisori pubblici una piattaforma – in continuo aggiornamento – di buone pratiche, tendenze e prospettive del fundraising, supportate da dati, studi, e approfondimenti. L’obiettivo è dare vita a un patrimonio di conoscenze sul tema, in modo tale da favorire uno sviluppo coerente del sostegno privato alla cultura, sempre più fondamentale per la sostenibilità economica del settore.

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
«Non possiamo far crescere il fundraising se non aumentiamo il nostro livello di conoscenza dei mercati, degli strumenti di raccolta e delle loro performance, delle motivazioni che spingono i privati a sostenere o a non sostenere la cultura nel nostro Paese», ha sottolineato Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di fundraising di Roma. Eppure, ha aggiunto, l’Italia non ha a disposizione sufficienti dati e conoscenze per affrontare la sfida della sostenibilità. L’Atlante nasce per colmare questo vuoto: da un lato, favorire l’accesso ai dati e alle conoscenze quantitative e qualitative che sono state prodotte da enti di ricerca e altri istituti; dall’altro, favorire lo sviluppo della ricerca dando vita percorso partecipato da tutti gli stakeholders, con la creazione di un osservatorio permanente.
Secondo i dati del primo report pubblicato dall’Atlante, i donatori privati alla cultura sono 6 milioni: rappresentano la base più ampia del dono culturale (a livello numerico, non di importo: il 54% dei donatori versa meno di 50 euro), ma la loro partecipazione è frammentata, spesso occasionale e non sempre tracciata nei dati disponibili. Per quanto riguarda il numero di imprese che erogano fondi alla cultura, non esiste un dato esatto, ma solo quello potenziale, cioè il totale delle aziende italiane, pari 5,8 milioni. Per quanto riguarda le fondazioni (di origine bancaria e non), nel 2024 hanno erogato oltre 256 milioni di euro al settore artistico-culturale.
Questi fondi finiscono a oltre 57mila enti culturali non profit. Tuttavia, solo il 16,3% di esse fa raccolta fondi. Non solo: quando il fundraising è praticato, nel 44% dei casi è gestito da figure interne con responsabilità multiple e solo il 9% dichiara di avere una figura o un team dedicato, mentre il 6% ricorre a consulenti esterni. È qui che può inserirsi il fundraising, attivando nuove risorse, ed è qui che può inserirsi l’Atlante, mettendo a disposizione degli addetti ai lavori le competenze necessarie ad attirare capitali. Lo ha richiamato anche Riccardo Tovaglieri, presidente di Patrimonio cultura: «L’Atlante vuole creare una vera e propria piattaforma di lavoro aperta ad un pluralità di soggetti accademici, istituzionali, del mondo della cultura e delle associazioni».
L’Atlante, infatti, non è solo una mappa di numeri. Analizzando trend e motivazioni delle donazioni, mira a costruire reti e itinerari: per un ente culturale, conoscere cosa spinge un cittadino o un’impresa a donare facilita la pianificazione delle modalità d’ingaggio. Per esempio, il 59% delle imprese cita l’opportunità di costruire relazioni con enti e istituzioni pubbliche come motivazione principale e non un desiderio di mecenatismo. Allo stesso modo, avere una panoramica di tutti gli strumenti esistenti per portare denaro nelle proprie tasche rende più semplice ed efficace la progettazione di campagne di advocacy verso aziende e fondazioni.
«Quando ragiona sulla propria sostenibilità economica, un’organizzazione culturale deve essere in grado di capire quali siano gli strumenti di raccolta fondi più appropriati agli obiettivi che si vogliono raggiungere», ha detto Carolina Botti, direttrice di Ales, la società in house del ministero della Cultura che supporta le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. «Per esempio, se deve fare una grande ristrutturazione, ha bisogno dell’intervento di un’impresa o di una Fondazione, non delle piccole erogazioni dei privati cittadini, ma anche qui ha diverse possibilità: la sponsorizzazione, l’Art bonus, e così via».
Secondo Botti, in un’ottica di stimolo al fundraising, ancora molto poco sfruttato nel settore culturale, la forza dell’Atlante è anche d’immagine: «Le aziende o le fondazioni sono interessate a capire quale possa essere il ritorno in termini d’immagine e quale sia l’impatto del loro intervento. Allo stesso modo, i cittadini sono interessati a sapere dove vanno i propri soldi. Più queste cose sono studiate, più si dà fiducia a chi le rende possibili e chi le attua», ha detto Botti. «Poter disporre oggi di dati e conoscenze maggiori sul sostegno dei privati alla cultura può concorrere a fare crescere tutte le forme di sostegno che contribuiscono a rendere più sostenibile la cultura».
Perché, come ha rilevato Angelo Miglietta, prorettore vicario dell’Università Iulm, il fundraising non è solo un tema di carattere finanziario, ma «interroga le istituzioni chiedendo loro di sviluppare competenze in cui si incontrano management, comunicazione, arti e responsabilità sociale».
In apertura: Pauline Loroy/Unsplash
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Francesco Crippa
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