Inviata da Roberta Dieci – Noi docenti abbiamo il privilegio di vedere la società del futuro e, purtroppo, ciò che vedo in questi ultimi anni è davvero poco incoraggiante, tanto da farmi dubitare di voler continuare a fare questo lavoro.
Nello specifico non voglio essere complice di una totale debacle culturale, ideologica e morale delle future generazioni di adulti.
Se è vero che la scuola forma gli studenti con la didattica, ma soprattutto con l’esempio (come già suggeriva Quintiliano) cosa stanno imparando gli adolescenti da una scuola che non insegna il rigore, il senso del sacrificio, la gestione dello stress e del fallimento? Cosa stanno imparando questi studenti da docenti demoralizzati e delegittimati del loro ruolo?
Quello che succede sempre più spesso nella scuola superiore è sentire frasi come ‘dobbiamo mettere gli studenti nella condizione ideale per studiare’. Verissimo, ma questo non significa che il docente debba diventare un giullare, un amico che ti lascia copiare, un intrattenitore. La scuola superiore deve essere inclusiva, certo, ma non deve offrire l’illusione che tutti possano fare tutto, che l’impegno (o presunto tale, garantito da genitori che ‘vedono lo studente studiare tanto’) sia sufficiente a ottenere il 6; deve ascoltare le difficoltà di un alunno, ma non per questo non richiedere il massimo impegno di ognuno, in base alle proprie attitudini. Non possiamo dire che il latino, la fisica, la matematica, l’economia, il disegno tecnico, la chimica eccetera siano facili, che non servano ore e ore di studio e di esercizio per comprenderle in modo profondo.
LE SCORCIATOIE OFFERTE DALLA SCUOLA DI OGGI
Per parafrasare Euclide: non est regia ad scientiam via: non ci sono scorciatoie per la conoscenza. La frase originale (che prevedeva geometriam al posto di scientiam) fu, secondo la tradizione, pronunciata dal celebre matematico nei confronti del re Tolomeo, che, trovandosi in difficoltà a comprendere gli scritti euclidei, chiedeva se ci fosse un modo più semplice per comprenderli.
Il senso dell’aforisma è chiaro: non esistono vie privilegiate per arrivare alla geometria. Così come non esistono facilitazioni per imparare davvero qualcosa. E invece la scuola di oggi sta proprio facendo questo: sta offrendo continue scorciatoie, ampie autostrade senza ostacoli, piene di giustificazioni continue. E attenzione, non mi stupisco del fatto che i ragazzi provino ad evitare la fatica dello studio, mi stupisco del fatto che noi adulti glielo permettiamo!
Se siete genitori, prima di arrabbiarvi con un docente che ha dato 4 a vostro figlio, chiedetevi se davvero volete crescerlo così, senza che affronti mai una difficoltà. Ma soprattutto chiedetevi se secondo voi noi professori ci divertiamo a dare voti insufficienti; sappiate che la risposta è no: sarebbe infinitamente più semplice dare voti alti, eviteremmo lavoro in più e parecchie scocciature.
Ma non faremmo bene il nostro lavoro.
Non voglio difendere tutto il corpo docente, so bene che ci sono, come in tutti i lavori, insegnanti poco preparati, poco empatici e poco appassionati che farebbero bene a cambiare mestiere. Non voglio nemmeno dire che tutti i genitori difendano i figli e che tutti gli studenti siano poco inclini allo studio, ma voglio descrivere un costume generalizzato e portare all’attenzione di tutti il grave empasse in cui si trovano i docenti (ho parlato delle superiori, ma immagino che non sia molto diverso negli altri ordini di scuola!).
Se gli insegnanti, già sottopagati (ricordiamo che sono persone a cui viene affidata la formazione della società futura, che hanno responsabilità ben maggiori, quindi, di qualsiasi dirigente d’azienda) non hanno nemmeno più il loro ruolo di educatori, se devono continuamente lottare per poter svolgere il loro lavoro nel modo migliore, se sono sempre e comunque messi sotto accusa, sempre meno persone capaci, motivate e serie sceglieranno la strada dell’insegnamento e saranno sempre più quelli che faranno il docente come ripiego, in modo poco attento e senza particolare interesse verso gli studenti.
Con poca fatica.
Insomma, come società, vogliamo far uscire gli uomini e le donne ‘dallo stato di minorità’, come scriveva Kant, o rinchiuderli nella loro minore età per sempre?
La responsabilità è nelle mani di ognuno di noi, che deve iniziare a cambiare prospettiva e pensiero, smettere di denigrare i docenti, ma pretendere anzi che facciano seriamente il loro lavoro e, soprattutto, fidarsi di loro.
COSA VOGLIAMO DALLA SCUOLA?
La prima domanda che tutti dovrebbero porsi è: cosa voglio dalla scuola?
Immagino che una risposta condivisibile (anche da chi non è genitore e quindi non pensa ai suoi figli, ma più in generale alla società in cui vorrebbe vivere) sia: una scuola in cui si insegni ai giovani ad essere cittadini onesti, responsabili, rispettosi delle regole, un luogo in cui si potenzino le eccellenze e si correggano le inclinazioni sbagliate, un luogo in cui i ragazzi scoprano qual è la loro strada, capiscano quali sono i loro talenti e imparino a metterli a frutto.
Dove si facciano scoperte, dove si socializzi, dove si costruiscano amicizie, dove si trovino modelli da imitare. Dove si impari ad avere un pensiero critico, filantropico.
La scuola italiana ha tutte le risorse e le ricchezze per realizzare un modello del genere, senza andare a scomodare il mondo anglosassone che ha sicuramente alcuni punti di forza interessanti che vanno imitati, ma che non raggiungono le profondità di pensiero e di astrazione di numerose scuole superiori italiane. Il valore della scuola italiana è la nostra grande tradizione culturale, la centralità del pensiero critico e della capacità di interpretazione e rielaborazione, il rigore e l’educazione richiesti agli studenti. Ma senza alcun apparente motivo si impedisce alla scuola di compiere la sua ‘missione’, in una ricerca rapida di risultati tangibili, senza perdite di tempo e senza che le famiglie fatichino troppo.
Il mantra è: non vogliamo problemi. Non vogliamo fare fatica.
Ma sono proprio la fatica, l’errore, e anche l’imparare a relazionarsi con un prof con cui non si va d’accordo le cose che fanno crescere. ‘Sbagliando s’impara’ ci hanno sempre ripetuto i nostri nonni e i nostri genitori: com’è possibile che questa saggezza polare sia andata perduta? È frutto della rapida evoluzione dei tempi? Forse si: siamo in fondo tutti centrifugati da queste giornate zeppe di impegni e, eternamente occupati, ci dimentichiamo, come direbbe Seneca, di vivere davvero. E ci dimentichiamo anche che dobbiamo nutrire la nostra mente, la nostra anima e allenare la nostra concentrazione.
Se va male un compito, quello che consiglio agli studenti è di analizzare la situazione come un imprenditore controllerebbe il bilancio: dove ho speso troppe energie? Dove troppo poche? Cosa è andato storto e perché? Cosa posso fare per migliorare? C’è stato qualche evento esterno o interno che è concausa di questo risultato? Individuato il problema sarà più semplice e cercare soluzioni per risolverlo.
Gli esempi della grande letteratura antica, della filosofia, della storia ci insegnano proprio questo: a guardarci dentro, a imparare sbagliando, ad affrontare quante più sfide possibili per migliorarci. Come i cavalieri dei romanzi cortesi, che diventavano degni della propria amata compiendo imprese eroiche e perfezionandosi.
E questa la scuola che i genitori dovrebbero volere per i loro figli, qualcosa che li metta alla prova prima delle difficili sfide della vita lavorativa.
PER RICONOSCERE I PROPRI LIMITI E IL VALORE ALTRUI. PER NON OBBEDIRE PASSIVAMENTE
Ricordiamoci sempre che studenti e docenti sono, come diceva un mio collega, dalla stessa parte della barricata: noi prof non siamo nemici, ma allenatori e alleati. Remiamo tutti nella stessa direzione.
Per migliorare la situazione, a mio avviso, non serve cambiare radicalmente la scuola, non servono chissà quali rivoluzioni pedagogiche, basterebbe solo ridarle la dignità che le abbiamo tolto, desiderare che i nostri giovani abbiano un’istruzione di qualità (non solo dirlo, pensarlo davvero!), ritenere il diploma di maturità un fondamentale rito di passaggio del nostro tempo.
Ogni cultura ha le sue tradizioni, i suoi luoghi sacri, la sua moralità e tutto ciò è sempre scandito da rituali collettivi. La scuola deve essere il nostro luogo sacro, da curare, perfezionare, non distruggere.
E soprattutto, permettetemi in chiusura la riflessione che maggiormente mi sta a cuore, occorre rivalutare le humanae litterae. La cosa peggiore che è stata fatta alla scuola in questi anni è stato screditare l’importanza dell’italiano, della storia dell’arte, della filosofa e soprattutto del latino e del greco a favore delle più ‘moderne’ e ‘utili’ discipline STEM. Attenzione, non voglio dire che le materie scientifiche siano meno importanti di quelle umanistiche, voglio dire che tutte le materie hanno un loro specifico ruolo nella creazione dell’individuo. La matematica, la grammatica e l’esercizio di traduzione sviluppano il ragionamento logico astratto, la fisica e l’economia rendono pragmatico questo pensiero e ne mostrano gli effetti, la filosofia, l’arte, la poesia, la musica nutrono l’anima.
‘Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola ‘invettiva’ dantesca, un verso della Ginestra – scriveva Massimo Cacciari – saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui, ma passivamente obbedire, mai’.
Sono le materie come la lingua e la letteratura latina e greca che ci aiutano a riscoprire le radici profonde della nostra civiltà, che ci aiutano a riconoscere noi stessi in antichi miti ancestrali, che ci rendono più consapevoli di chi siamo e quindi più sicuri nell’affrontare le difficoltà della vita.
Io credo fermamente che una forte corresponsabilità della fragilità delle nuove generazioni sia della poca importanza data allo studio delle discipline umanistiche.
Il calo di iscritti al liceo classico è la spia più significativa di questo meccanismo. Non dobbiamo riformare il liceo classico, non dobbiamo renderlo più moderno, dobbiamo solo ridargli il ruolo che ha sempre avuto: quello di formare le mente e gli animi degli adolescenti, mettendoli davanti a problemi esistenziali e valoriali complessi, spingendoli a riflettere.
IL PARADOSSO DEI LICEI SENZA LATINO
Allo stesso modo non dobbiamo semplificare il liceo scientifico proponendo mille tipi diversi di indirizzi, basta fare quello che abbiamo sempre fatto: una scuola di qualità, in cui materie scientifiche dialogano con quelle umanistiche; abbiamo esempi illustri di intellettuali che hanno saputo brillantemente coniugare l’anima scientifica e quella umanistica, penso a Calvino, Lucrezio, Galileo, Primo Levi e nel mondo antico, quando però la separazione tra le discipline non era così netta come la intendiamo oggi, Platone e Aristotele, Demostene, Epicuro, nonché i filologi e gli studiosi alessandrini.
Io trovo che gli indirizzi quali liceo scientifico sportivo e delle scienze applicate abbiano snaturato ciò che il liceo scientifico significa e fatto diventare il latino la ‘bestia nera’ da cui fuggire, invece di un potente alleato per sviluppare il problem solving, la logica e, come già detto, la riflessione profonda sul sé. Certo che non si studia latino per parlare latino, come non si studia matematica per saper fare gli integrali tripli, si studiano queste materie per allenare la mente, raffinare il pensiero.
Il liceo linguistico con il latino confinato a due ore a settimana solo per il biennio è un altro grave errore. Meglio piuttosto togliere la materia dal piano di studi, perché, allo stato attuale delle cose, riesce solo a confondere ragazzi.
Io, naturalmente, auspico una riforma del liceo linguistico con una solida base di grammatica e soprattutto di letteratura latina, la cultura che è stato il primo collante dell’Europa.
Scuole senza latino, con finalità e competenze in uscita diverse da quelle descritte finora, sono sempre esistite, non c’è bisogno di inventarsi nuovi tipi di licei ‘semplificati’. Facciamo piuttosto degli ottimi tecnici, con attenzione al contatto con le realtà del territorio.(In questo senso trovo che le recenti proposte per la riforma degli istituti tecnici siano molto interessanti.)
Mi sono dilungata a parlare dei licei perché è lì che ho sempre lavorato, con alcune esperienze nei tecnici; non parlo, invece, degli istituti professionali perché non ne ho diretta esperienza, ma il discorso di base sul ridare dignità alla scuola e al ruolo del docente, vale ovviamente anche per questa tipologia di scuola.
In generale, non serve cambiare la scuola superiore italiana, occorre cambiare il modo in cui la società percepisce la scuola, attraverso interventi in televisione, dibattiti, riflessioni, libri, podcast, post sui social. E questo deve avvenire, a mio avviso, dal basso. Sono le famiglie a dover essere educate al rispetto del valore dell’istituzione scolastica, e questo può accadere solo se il lavoro degli insegnanti viene difeso dalle istituzioni, se si stimola l’opinione pubblica a vedere i professori come allenatori, non come punitori.
Non è un processo che può avvenire in poco tempo, ma proprio perché c’è molto da fare, occorre partire il prima possibile.
Raccogliamo esempi positivi di docenti appassionati, mostriamo storie di successo di studenti che hanno realizzato i loro sogni, poniamo l’accento su racconti di rinascita personale avvenute grazie al superamento di difficoltà emotive o didattiche, parliamo dell’importanza della letteratura e dell’arte, non solo della pragmaticità delle scienze; raccontiamo il bello della scuola e facciamolo diventare virale, usiamo il linguaggio dei giovani per arrivare al loro cuore, coinvolgiamo gli adulti nel pensiero positivo. Ricordiamo sempre che ‘siamo nani sulle spalle di giganti’ e facciamo tesoro dei grandi insegnamenti del passato, capaci di proiettarci verso un futuro più consapevole. Diventiamo davvero guide per il futuro dei nostri giovani.
NON SPOSTIAMO IL PROBLEMA LÁ DOVE NON SI PUÓ RISOLVERE
Tra l’altro la riduzione del numero di indirizzi, cui accennavo prima, renderebbe anche più semplice l’orientamento scolastico.
È già complesso per un quattordicenne scegliere la scuola superiore, decisone che, si sa, influenzerà moltissimo il suo futuro, figuriamoci quanto può essere destabilizzante dover scegliere tra numerosissime scuole e tra infiniti sotto-indirizzi.
Troppe scelte significa nessuna scelta.
Facciamo un passo indietro, tracciamo strade chiare e indirizziamo i ragazzi guidandoli verso il loro futuro, ci sarà tempo per iper-specializzazioni durante gli anni dell’università o del lavoro.
So bene che molti indirizzi sono nati per contrastare la dispersione scolastica, come pure, per motivi simili, sono fiorite scuole di recupero anni scolastici, che propongono percorsi semplificati oppure i due anni in uno. Sono più che d’accordo sul fatto che una società sana che voglia accrescere il livello di benessere dei cittadini debba essere una società più colta, che spinga i ragazzi a studiare fino almeno alla quinta superiore e li formi il più possibile in modo o molto pratico o più astratto, ma sempre nell’ottica di fornire strumenti per affrontare la vita.
Non penso, invece, e torniamo al discorso fatto in apertura, che questo si ottenga proponendo percorsi facilitati che producono il più delle volte un pezzo di carta senza vero valore.
La banalizzazione e semplificazione del percorso non porta ad un miglioramento del livello culturale e quindi della possibilità di realizzazione del singolo, porta solo alla moltiplicazione di diplomi inutili con conseguente dispersione e confusione successiva.
In pratica stiamo solo spostando in avanti il problema, là dove non si può più risolvere.
IL LICEO DELL’OBBLIGO
Spero sia chiaro ciò il messaggio che voglio far passare: non sono avversaria di una scuola che va incontro alle richieste delle famiglie e degli studenti, sono contraria ad una scuola plasmata dai desideri di gloria o dalle nostalgie dei genitori.
Sono contraria al 6 politico e a quello che chiamo ‘liceo dell’obbligo’.
Non tutti possiamo fare tutto, non esistono scuole di serie A o di serie B, ci sono scuole diverse che rispondo a diverse attitudini degli studenti e non occorre inventarne di sempre nuove, basta essere docenti rigorosi e seri, empatici ma severi all’occorrenza, non i servitori delle frustrazioni delle famiglie e nemmeno i complici delle future insoddisfazioni dei giovani.
E il docente, il dirigente scolastico che non voglia fare questo, che non pretenda il massimo da ogni ragazzo, che non sia un modello nell’esempio che offre, è meglio che cambi lavoro.
Perché qui non ci stanno rimettendo solo gli studenti che non si impegnano o le famiglie che spianano la strada ai loro figli, ma tutti quanti perché è umano: se viene richiesto meno si fa meno. E vale anche per le eccellenze.
Attenzione quindi, quando pretendete una scuola che spiani la via, quando non volete i debiti per non rovinarvi l’estate, quando vi scagliate con aggressività contro i prof che non sanno fare il loro lavoro (voi, invece, sapete fare benissimo il loro!) state irrimediabilmente danneggiando voi, i vostri figli, i vostri nipoti e, quel che è peggio, i figli di tutti.
E voi docenti, quando vi adeguate a questo clima generale di mollezza, quando dite le frasi (che anche io mi sono trovata a pensare più volte!) “Chi me lo fa fare? Ma perché devo preoccuparmi io se non se ne preoccupa nessuno? Lasciamo perdere e diamo 6” non state facendo il vostro dovere e state anzi peggiorando la vostra condizione e quella di tutta la società futura.
Nel nostro piccolo, ognuno di noi, ogni giorno, deve invertire questa direzione. Altrimenti la scuola diventerà un novello Paese dei Balocchi dove vince chi raglia più forte.
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