Libano post-Unifil, Tajani lega la missione a ONU o UE


La proposta nata nel vertice fra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron non rimane più nel solo spazio della dichiarazione politica. La frase pronunciata da Tajani al Dubrovnik Forum sposta la trattativa sulla parte che decide la vita di ogni missione: chi la autorizza, chi la comanda, quali Paesi la finanziano e quale rapporto avrà con l’esercito libanese.

Nota redazionale: questo articolo aggiorna il servizio Sbircia sul vertice di Antibes e quello su Aoun e il dopo-Unifil. Il nuovo livello riguarda la forma giuridica richiesta da Roma per la missione che seguirà UNIFIL.

Sommario dei contenuti

Il vincolo di Dubrovnik

Da Dubrovnik Tajani ha tolto ambiguità alla formula lanciata ad Antibes. Per Roma, la nuova presenza internazionale in Libano non nascerà come proiezione autonoma dell’asse Italia-Francia. Servirà un patto fra più attori, con una cornice ONU o UE e con una base accettata dal governo libanese. RaiNews e Agenzia Nova registrano la stessa soglia indicata dal ministro: niente iniziativa unilaterale, perché una missione costruita fuori da un accordo condiviso svuoterebbe il lavoro diplomatico già avviato.


La frase cambia il peso della coalizione. Ad Antibes la parola indicava il gruppo di Paesi disponibili a sostenere il Libano dopo la fine dei caschi blu. A Dubrovnik la parola viene subordinata al mandato. Senza mandato, la coalizione resta una disponibilità politica. Con un mandato, diventa forza autorizzata, comando riconoscibile e responsabilità davanti a Beirut.

Il calendario ONU comanda la trattativa

La data che impone il passo diplomatico è 31 dicembre 2026. La Risoluzione 2790 del Consiglio di Sicurezza ha fissato l’ultima estensione di UNIFIL fino a quel giorno e ha previsto il ritiro ordinato nel corso del 2027. La pagina ufficiale UNIFIL conserva la stessa sequenza: chiusura delle operazioni a fine 2026, uscita graduale, passaggio di responsabilità verso le autorità libanesi.

Il vuoto da evitare non riguarda soltanto il numero dei militari sul terreno. Riguarda la catena che collega Blue Line, fiume Litani, pattugliamenti, libertà di movimento, rientro dei civili e controllo delle armi non statali. La Risoluzione 1701, rafforzata dopo la guerra del 2006, aveva assegnato a UNIFIL il compito di accompagnare le Forze armate libanesi nel sud. Il dopo-Unifil dovrà ereditare quel nodo senza replicare automaticamente una missione ONU ormai in uscita.

MIBIL e nuova missione viaggiano su binari diversi

Tajani ha separato due piani che nel racconto pubblico tendono a sovrapporsi. L’Italia mantiene da anni un canale bilaterale con Beirut per la formazione delle Forze armate libanesi, attraverso la Missione Militare Bilaterale Italiana in Libano. MIBIL serve a costruire capacità locali, addestramento e affiancamento istituzionale. Non basta però a reggere una presenza internazionale destinata a succedere a UNIFIL.

La futura missione richiederà un titolo giuridico diverso. Dovranno essere scritti catena di comando, regole d’ingaggio, protezione dei contingenti, rapporto con l’esercito libanese, coordinamento con eventuali Paesi arabi e raccordo con Bruxelles o New York. È la parte meno visibile e più dura della trattativa. Una missione senza questi atti rimarrebbe esposta alla prima crisi sul terreno.


Antibes aveva acceso il motore politico

Il 25 giugno, nel trentaseiesimo vertice intergovernativo Italia-Francia, Meloni e Macron hanno agganciato il dopo-Unifil al rapporto bilaterale fra Roma e Parigi. L’Élysée registra il vertice di Antibes come tappa del Trattato del Quirinale, con sette accordi firmati e dossier su difesa, energia nucleare, spazio, Ucraina e Libano. Adnkronos ha raccontato il vertice nel registro politico del riavvicinamento. La sostanza diplomatica si concentra sulla scelta di trasformare la presenza italiana e francese in UNIFIL in leva per il dopo-2026.

Macron ha collegato la prospettiva post-Unifil al sostegno alle forze libanesi e ha richiamato anche il ruolo di Qatar e Arabia Saudita nella regione. Meloni ha insistito sulla necessità di non lasciare scoperta la fascia meridionale libanese. Tajani interviene su quella traccia e le aggiunge il requisito che mancava nel titolo di Antibes: la coalizione dovrà avere un cappello multilaterale.

Washington stringe il dossier sul disarmo

Il canale statunitense ha reso il dopo-Unifil meno astratto. Il testo Usa in quattordici punti esaminato da Sbircia lega il ritiro dell’IDF al disarmo dei gruppi armati non statali e al ritorno dell’autorità delle Forze armate libanesi nelle aree di confine. Dentro quel documento entrano due zone pilota affidate alle LAF e un gruppo di coordinamento militare con presenza americana.

Il rifiuto di Hezbollah al vincolo sulle armi conferma la difficoltà politica che Tajani ha indicato da Dubrovnik. LaPresse e TG LA7 riportano anche il richiamo del ministro al ruolo dell’Iran: la riuscita dell’accordo dipenderà dalla scelta di Teheran di favorire o frenare la sequenza aperta a Washington. Per Roma, il dopo-Unifil non nasce più su una pagina bianca. Dovrà convivere con un accordo Israele-Libano che condiziona il ritiro israeliano alla capacità di Beirut di imporre il monopolio statale della forza.

Il ruolo dei Paesi arabi e del Golfo

La partecipazione di monarchie del Golfo alla futura missione resta aperta nella forma, non nella rilevanza politica. Tajani non l’ha esclusa. Macron aveva già evocato Qatar e Arabia Saudita come attori capaci di sostenere il Libano. Dentro la diplomazia del dopo-Unifil, quei Paesi servono a dare alla missione una copertura regionale più ampia, a finanziare le capacità libanesi e a impedire che il progetto appaia come un affare solo europeo.


La presenza araba cambierebbe il messaggio verso Beirut. Una missione con soli sponsor europei apparirebbe legata al perimetro storico di UNIFIL. Una formula con Paesi del Golfo, mandato ONU o UE e assenso libanese avrebbe una base politica diversa: aiuto internazionale per le LAF, nessuna sostituzione della sovranità libanese, pressione indiretta sulle milizie armate.

Ucraina, la linea resta quella del 25 giugno

Il vertice Meloni-Macron non ha riguardato soltanto il Libano. Sul dossier ucraino, Roma e Parigi hanno confermato sostegno politico, finanziario, militare, diplomatico e pressione su Mosca. La parte sulle sanzioni resta legata al contrasto dell’elusione, alle entrate energetiche russe, alla flotta ombra, alle banche e alle cripto-attività. È una griglia che porta la guerra dentro porti, assicurazioni, pagamenti e catene commerciali.

Il passaggio di Dubrovnik non corregge quella linea. La aggiorna nel Mediterraneo: lo stesso asse che vuole restare compatto su Kyiv cerca ora di costruire un’uscita ordinata dall’era UNIFIL. Per l’Italia la connessione è netta. Difesa europea, fianco Sud e sostegno a Paesi sotto pressione non vivono in stanze separate.

Che cosa dovrà entrare nel mandato

Il mandato post-Unifil dovrà rispondere a domande che nessun annuncio politico risolve da solo. Chi controlla le aree dopo il ritiro dei caschi blu? Quale autorità decide il dispiegamento? Quali regole valgono se una pattuglia viene bloccata? Chi finanzia equipaggiamenti, logistica, intelligence e addestramento? Dove si ferma il ruolo internazionale e dove comincia quello dell’esercito libanese?

La risposta italiana prende forma proprio in questi interrogativi. Tajani non archivia Antibes, lo rende esigente. Roma accetta di stare nella missione e di mettere in campo le proprie forze e chiede una cornice che renda l’intervento leggibile per Beirut, per gli alleati europei, per le Nazioni Unite e per gli attori regionali. Senza quella cornice, la coalizione sarebbe troppo fragile per attraversare il 2027.



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 Junior Cristarella

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