Come nel mito greco del vaso di Pandora, il contenitore all’interno del quale stavano tutti i mali del mondo. Zeus, adirato con Prometeo per aver donato il fuoco agli uomini, si vendicò creando la prima donna: Pandora. Le divinità la dotarono di bellezza, grazia, curiosità. E Zeus le affidò un vaso con l’unico divieto di aprirlo. Ma la curiosità è donna, Pandora aprì il vaso, liberando nel mondo tutte le sciagure, le malattie, i dolori e la morte che fino ad allora erano rimasti imprigionati.
Il Vaso di Pandora è stato aperto oggi durante il Consiglio Comunale: facendo uscire in Aula tutte le sciagure possibili per il sindaco Piergianni Fiorletta. Tre consiglieri di maggioranza abbandonano l’aula in tre momenti diversi della stessa seduta. Un presidente del Consiglio minaccia querela a un consigliere della propria lista. Un consigliere delegato annuncia controlli su appalti e telecamere pagate e mai funzionanti. Una variante urbanistica copiata da un altro Comune.
Il vaso di Pandora
Mitologia a parte, l’immagine ha una sua precisione clinica. Quando si apre un vaso che contiene mali a lungo trattenuti, non si sceglie quale fare uscire per primo: escono tutti insieme, nell’ordine casuale con cui erano stati compressi. È accaduto questo, questa mattina, nell’aula consiliare ferentinate.
Il primo a forzare il coperchio è stato il consigliere Ugo Galassi, e non lo ha fatto con un intervento qualunque. Ha disconosciuto pubblicamente l’operazione con cui il sindaco Piergianni Fiorletta aveva proceduto, nelle settimane scorse, alla revoca delle deleghe dell’assessore Piera Dominici in favore di Michela Guida: un cambio già letto come la rottura di una staffetta interna mai scritta ma fino a quel momento rispettata. (Leggi qui: Fiorletta cambia assessore e riaccende gli equilibri della maggioranza).
Galassi ha detto, davanti a tutti, che gli accordi non erano quelli poi attuati dal sindaco. Ha protocollato un’istanza di autotutela per chiedere l’annullamento del decreto di revoca, sostenendo che le motivazioni indicate non rispondono al vero. E ha annunciato ricorso, se il sindaco non procederà alla revoca. (Leggi qui: Ferentino, il turnover in giunta spacca la lista del Sindaco).
Detto questo, ha lasciato l’aula. Non ha partecipato al Consiglio che lui stesso aveva appena scosso dalle fondamenta.
Un presidente che minaccia querela
Il secondo episodio riguarda la figura più delicata di ogni assemblea: chi la presiede. Il consigliere Maurizio Beretta ha attaccato frontalmente il presidente del Consiglio comunale Claudio Pizzotti, accusandolo di non essere il presidente di tutti ma il presidente di una parte. Non è un’accusa nuova: il rapporto tra i due, eletti nella stessa lista civica, si era già incrinato in passato, fino alla scelta di Beretta di dichiararsi indipendente. Ma questa mattina la tensione ha trovato un punto di rottura definitivo.
Pizzotti non ha concesso la parola a Beretta nei primi punti dell’ordine del giorno. Beretta ha abbandonato l’aula urlando contro il presidente. E Pizzotti, in diretta web, microfono acceso, voce alta, ha risposto con una frase che meriterebbe di essere studiata per il suo carico simbolico: «Beretta, tu non mi minacci». Altro materiale per la Procura.
È difficile immaginare un’istituzione che si presenti ai propri cittadini in una condizione più fragile di questa: il garante delle procedure che si sente minacciato da un membro dell’assemblea che dovrebbe garantire. Non importa chi avesse ragione nel merito. Importa che la sede della mediazione politica per eccellenza — il Consiglio comunale — si sia trasformata, per alcuni minuti, in un’aula di tribunale informale, con accuse gridate e repliche minacciate davanti a una platea che assisteva, in diretta, alla dissoluzione di ogni forma.
Anche Beretta, a quel punto, ha lasciato l’aula.
L’assessore che minaccia controlli, e forse ha ragione
Il terzo capitolo della giornata riguarda Il consigliere delegato alla Manutenzione Gianni Bernardini, fatto oggetto di un attacco da parte dei consiglieri di maggioranza Luca Zaccari e Alessandro Rea sul tema della manutenzione stradale: la stessa critica che l’opposizione ripete da tre anni, e che questa mattina è arrivata, sorprendentemente, dall’interno della maggioranza stessa.
La replica di Bernardini ha avuto la durezza di chi si sente messo all’angolo e decide di rovesciare il tavolo: nella sostanza ha detto «Dato che avete messo becco sulle deleghe che gestisco io, a questo punto metto il becco sui lavori pubblici, andrò a controllare tutti gli atti, tutte le gare, tutti i lavori pubblici». Aggiungendo, last but not least, le telecamere pagate dal Comune e mai entrate in funzione.
Una dichiarazione che non è soltanto una minaccia politica. È, nella sostanza, l’annuncio di un’autodenuncia istituzionale: se quanto detto corrisponde al vero, e se negli atti emergessero irregolarità, la materia smetterebbe di essere politica per diventare oggetto di valutazione per chi ha il compito di vigilare sulla regolarità della spesa pubblica.
La variante urbanistica
Bernardini non si è fermato qui. Ha contestato la legittimità di una variante urbanistica messa in votazione dalla sua stessa maggioranza, sostenendo che mancassero i pareri di altri enti e che il testo fosse stato copiato, in alcuni passaggi, da una delibera di un altro Comune.
Un controllo testuale conferma l’anomalia: in un passaggio compare la dicitura «Comune di Roma» al posto di «Comune di Ferentino». Un dettaglio che, in un atto amministrativo destinato a regolare l’uso del suolo pubblico, non è un refuso da archiviare con un sorriso. È la prova materiale di una fretta, o di una superficialità, che meritava ben altra attenzione prima di arrivare in aula.
Bernardini ha chiesto il rinvio del punto, il ritiro della delibera. È rimasto solo. La maggioranza non ha votato la sua richiesta. E lui, di conseguenza, ha votato contro il provvedimento della propria coalizione: l’ennesimo squarcio in una maggioranza che, a questo punto della seduta, sembrava più un campo di battaglia che un organo di governo.
L’attacco a Galassi, e la domanda sull’ereditarietà
Nel pieno di questa sequenza, Bernardini ha colpito ancora, questa volta direttamente Galassi: ha dichiarato che non fa più parte della lista del sindaco. E ha chiesto formalmente, rivolgendosi al segretario comunale e al sindaco, che venga verificata la compatibilità di Galassi con la carica di consigliere comunale. La ragione è specifica e tutt’altro che generica: Galassi sarebbe proprietario di alcuni locali per i quali il Comune paga un affitto destinato a ospitare il giudice di pace. Se l’eredità in questione non fosse stata formalmente rinunciata, e se la proprietà di quei locali fosse dunque effettiva, per Bernardini si configurerebbe un’incompatibilità che imporrebbe le dimissioni.
È una domanda che esce dal perimetro della polemica politica per entrare in quello, più severo, della verifica giuridica. Nessun amministratore può essere, allo stesso tempo, controllore e controllato di un rapporto economico con l’ente che amministra.
Un’isola di buon senso, in mezzo alla tempesta
In una mattinata di fratture, un solo punto ha trovato una convergenza che merita di essere segnalata, perché racconta che la capacità di governare insieme, a Ferentino, non si è del tutto consumata. La minoranza, con l’ex sindaco Antonio Pompeo, Musa e Giancarlo Lanzi, aveva presentato un ordine del giorno che ampliava una proposta della maggioranza sulla rottamazione di alcuni tributi non pagati, estendendola a tutte le sanzioni e tutti gli interessi: una misura pensata per consentire a cittadini e imprese in difficoltà di tornare in regola, trasformando un debito inesigibile in un introito reale per le casse comunali.
L’ordine del giorno è stato approvato, con l’impegno della maggioranza a portare nel prossimo Consiglio il regolamento attuativo. È un dettaglio che, nel racconto di una giornata di scontri, rischia di passare in secondo piano. Non dovrebbe: è la prova che, anche nell’aula più lacerata, la responsabilità verso i cittadini può ancora trovare, su singoli temi, un terreno comune.
Una maggioranza che si processa da sola
Resta, alla fine della seduta, un’immagine che vale più di ogni singolo episodio: una maggioranza che, invece di amministrare la città, ha trascorso una mattina a giudicare se stessa. Un consigliere che disconosce gli accordi del proprio sindaco. Un presidente che lascia intendere la possibilità di una querela a un ex membro della propria lista. Un consigliere delegato che annuncia controlli sui colleghi di giunta e contesta la legittimità di un atto della propria maggioranza. Un consigliere la cui stessa presenza in aula viene messa in discussione.
Non è la cronaca di una crisi di governo. È, semmai, la cronaca di un metodo che non ha mai trovato la propria forma: una coalizione nata dall’aritmetica elettorale, tenuta insieme da accordi non scritti e da equilibri personali, che si scopre oggi incapace di reggere il peso della propria stessa frammentazione.
Resta da vedere se il prossimo Consiglio comunale sarà la sede in cui questa crisi troverà una composizione istituzionale, oppure soltanto il prossimo capitolo di un vaso che, una volta aperto, difficilmente si richiude da solo.
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