promossi probiotici e multivitaminici, più dubbi su estratti vegetali e antiossidanti. La survey di Qs


Gli integratori sono ormai entrati nella pratica medica. Non più soltanto come prodotti “di contorno”, né esclusivamente come risposta a una domanda spontanea del paziente, ma sempre più come strumenti che il professionista valuta, consiglia e inserisce, con intensità diversa, nel proprio approccio clinico.

Ma proprio questa crescita apre una questione centrale: non tutti gli integratori vengono percepiti allo stesso modo. E, soprattutto, non tutto ciò che si presenta come integrazione viene considerato dai professionisti ugualmente solido sul piano scientifico.

È questo il quadro che emerge dalla nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità, dedicata al ruolo degli integratori nella professione medica. Alla rilevazione hanno partecipato 250 professionisti sanitari, in larga parte medici specialisti: oltre il 70% del campione appartiene infatti alla medicina specialistica, con una presenza ampia di diverse aree cliniche.

Il dato non è secondario. Suggerisce che il tema degli integratori non riguarda solo la medicina generale, la prevenzione o il consiglio occasionale, ma attraversa sempre di più anche la pratica specialistica.

“Il primo elemento interessante”, osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya, “è che sono soprattutto gli specialisti a interrogarsi sul ruolo attuale e potenziale degli integratori. Questo significa che il tema non è più confinato a una dimensione marginale o para-sanitaria, ma entra nel ragionamento clinico, anche se con livelli di fiducia e solidità ancora molto diversi tra le varie categorie di prodotto”.

Secondo la survey, gli integratori vengono consigliati a una quota significativa di pazienti. In media, il dato che emerge è vicino a quattro pazienti su dieci; inoltre, oltre il 30% dei professionisti dichiara di consigliarli a circa un paziente su due.

Il loro utilizzo, quindi, non appare episodico. In molti casi l’integratore è considerato parte della specifica pratica professionale. Tuttavia, in circa un caso su cinque viene consigliato anche al di fuori della propria stretta area di specializzazione medica. Un elemento che conferma la diffusione trasversale del fenomeno, ma che apre anche il tema dell’appropriatezza e della qualità delle informazioni disponibili.

Il giudizio generale sul ruolo degli integratori è in crescita: oltre la metà degli intervistati ritiene che il loro spazio nella pratica clinica sia aumentato nel tempo. Ma questa valutazione positiva non significa adesione incondizionata.

Alla domanda sul ruolo degli integratori, oltre un professionista su tre li considera un complemento alla prescrizione farmacologica. Circa uno su quattro li legge come un aiuto per ampliare la presa in carico del paziente. Per altri restano invece strumenti più marginali, da utilizzare solo in specifici ambiti o in casi selezionati. Un professionista su dieci li considera una componente rilevante nella pratica clinica.

La fotografia è quindi articolata: gli integratori non vengono respinti, ma nemmeno promossi in blocco. Sono considerati utili quando hanno un razionale chiaro, un ambito definito e una coerenza con il percorso clinico.

“Il punto non è essere favorevoli o contrari agli integratori in modo ideologico”, sottolinea Schoenheit. “La survey mostra che i professionisti li riconoscono come strumenti potenzialmente utili, ma chiedono criteri. Chiedono evidenze, razionale, chiarezza e qualità dell’informazione scientifica. In altre parole, chiedono che l’integratore venga valutato con una logica sempre più vicina a quella della medicina basata sulle evidenze”.

Anche il modo in cui i professionisti li gestiscono conferma questa cautela. Il 40% dichiara di limitarsi a orientare il paziente. Circa un terzo afferma invece di consigliarli o prescriverli abitualmente, mentre circa un professionista su quattro lo fa solo in casi selezionati.

Questo equilibrio tra orientamento, consiglio e prescrizione mostra un atteggiamento pragmatico: il professionista sa che il paziente usa o può usare integratori, ma non sempre trasforma questo utilizzo in una raccomandazione pienamente clinica. Molto dipende dal tipo di prodotto, dal contesto, dal paziente e dalla robustezza delle informazioni disponibili.

La parte più significativa della survey arriva però dalla “pagella” sulle diverse aree dell’integrazione. Qui emerge una valutazione complessivamente prudente, con voti medi appena sufficienti. Si salvano soprattutto prebiotici e probiotici, con un voto medio pari a 7, e multivitaminici e minerali, anch’essi con voto medio 7. Più bassa la valutazione degli antiossidanti e grassi vegetali, intorno a 5,5, mentre gli estratti vegetali si fermano a un voto medio pari a 5.

È una apparente contraddizione solo in superficie. Da una parte il ruolo degli integratori cresce. Dall’altra, la fiducia non cresce allo stesso modo per tutte le categorie. Il professionista distingue, seleziona, pesa. Non considera il comparto come un blocco unico.

“Questa è forse la parte più interessante della survey”, spiega Giada Bassani, Senior Market Research di Homnya. “La crescita del ruolo degli integratori non si traduce automaticamente in una promozione generalizzata. I professionisti riconoscono aree percepite come più solide, come probiotici, prebiotici, multivitaminici e minerali, ma restano molto più prudenti su categorie dove il razionale e le evidenze appaiono meno convincenti o meno chiaramente comunicate”.

Il tema decisivo diventa quindi la scienza. Quando viene chiesto quali elementi contino nella scelta di un integratore, emerge con forza una richiesta di maggiore solidità: centralità delle evidenze scientifiche, presenza di studi pubblicati, qualità dell’informazione scientifica fornita dalle aziende, chiarezza del razionale scientifico del prodotto, oltre all’esperienza clinica personale e alla sicurezza e tollerabilità.

Non basta, dunque, che un integratore sia noto, richiesto dal paziente o ben posizionato sul mercato. Per entrare davvero nel ragionamento medico deve dimostrare di avere basi solide, linguaggio credibile e un razionale comprensibile.

“Il professionista non chiede semplicemente più prodotti”, osserva Bassani. “Chiede prodotti meglio documentati, meglio spiegati e più chiaramente collocabili nella pratica clinica. La qualità dell’informazione scientifica diventa un fattore competitivo, non un elemento accessorio”.

La survey racconta anche un mercato in trasformazione. Da una parte ci sono integratori che si avvicinano sempre più a un modello science oriented, con un posizionamento vicino alla logica farmaceutica: razionale, studi, target, sicurezza, tollerabilità, coerenza con il bisogno del paziente. Dall’altra parte resta una quota di offerta percepita come più distante da criteri di scientificità, più esposta al rischio di comunicazioni generiche, promesse troppo ampie o razionali poco robusti.

Questa distanza spiega la “pagella” non entusiasmante. Non è un giudizio negativo sugli integratori in quanto tali, ma una richiesta di selezione. Il professionista sembra dire: il ruolo degli integratori può crescere, ma solo se cresce anche la qualità scientifica del mercato.

Il dato è importante anche per le aziende. In un contesto sempre più competitivo, non basta più presidiare il canale commerciale o costruire awareness. Serve parlare al medico con strumenti più solidi: evidenze, dati, materiali chiari, informazioni coerenti con la pratica clinica e con le domande reali dei pazienti.

Il confine, in prospettiva, sarà sempre più netto. Gli integratori percepiti come coerenti con una logica di evidenza e appropriatezza potranno trovare spazio crescente nella presa in carico. Quelli che resteranno ancorati a comunicazioni vaghe o a razionali poco convincenti rischieranno invece di essere confinati a un utilizzo più marginale, occasionale o guidato dalla domanda del paziente più che dal consiglio medico.

“Il messaggio finale è chiaro”, conclude Schoenheit. “Il ruolo degli integratori nella pratica medica sta crescendo, ma non crescerà allo stesso modo per tutti. A fare la differenza sarà la capacità di dimostrare valore scientifico, sicurezza, coerenza clinica e utilità concreta per il paziente”.

La survey fotografa quindi un equilibrio nuovo. Gli integratori non sono più fuori dal radar del medico. Ma non sono nemmeno entrati stabilmente e senza condizioni nel perimetro della pratica clinica.

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