Le parole non sono mai neutre: costruiscono il modo in cui guardiamo la realtà, possedendo il potere di includere o escludere, riconoscere dignità o rafforzare pregiudizi. Partendo da questo presupposto, il seminario “Comunicazione e linguaggio giusto: sfide da vincere per il mondo della disabilità” ha animato uno dei momenti di ExpoAid 2026, l’evento voluto dalla ministra Alessandra Locatelli svoltosi a Rimini dal 25 al 27 giugno. Istituzioni, professionisti e associazioni si sono confrontati per tracciare una via corretta che superi sia il pietismo sia la narrazione opposta dei “supereroi”, puntando invece sul racconto di storie autentiche capaci di mettere al centro la persona prima di ogni etichetta.

Raccontare persone non stereotipi
Il fulcro del cambiamento risiede nel superamento delle barriere culturali, ancor prima di quelle fisiche. Riccardo Bianchi, consigliere di CoorDown, ha spiegato: «Il modo in cui raccontiamo la disabilità è strettamente legato al modo in cui le persone la comprendono. […] Se io non riesco a immaginare che una persona con disabilità possa lavorare, possa andare a scuola, oppure possa essere un insegnante, possa vivere una vita normale, non sarò mai disposto ad accettare questa cosa nella realtà». Di conseguenza, fare comunicazione significa «costruire un immaginario, lavorare intorno a un cambiamento culturale». CoorDown persegue questo obiettivo coinvolgendo direttamente le persone con disabilità nelle proprie campagne, come avvenne nel 2014 con il successo di Dear Future Mom. Oggi la sfida si sposta anche sul contrasto a regressioni linguistiche: se negli Stati Uniti è riesploso l’uso del termine retarded, in Italia persiste l’uso offensivo della “parola con la emme (mongoliode, ndr)».
Sul punto è intervenuto anche Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas, ricordando come espressioni nate per ferire (come “Sei un mongoloide”) sono in palese contraddizione con i paradigmi della Convenzione Onu del 2006, nella quale si afferma per la prima volta la necessità di usare il termine “persona con disabilità”. «Per quanti anni abbiamo dovuto contrastare la “diversabilità” e far capire che il focus non poteva essere sulla diversità, ma sulla persona?» ha evidenziato il presidente di Anffas. Speziale ha ripercorso le tappe di una vera e propria trasformazione normativa e culturale, che ha visto nel mondo dell’informazione il primo interlocutore. Un processo culminato nel decreto Legislativo 62 del 2024, che «sancisce in norma, per la prima volta, che ovunque vi siano termini diversi da “persona con disabilità” essi vanno aboliti», e nella recente riforma costituzionale che ha rimosso la parola “minorato” dall’articolo 38.
Diritti, non miracoli: il manifesto di Aipd
Gianfranco Salbini, presidente nazionale di Aipd-Associazione Italiana Persone Down, ha ricordato che la disabilità emerge dall’incontro tra una persona e un ambiente ricco di barriere «culturali, sociali, comunicative e organizzative». Salbini ha criticato le due narrazioni dominanti: quella della compassione e quella dell’eroismo: «Una persona con sindrome di Down che lavora non è un miracolo: è una persona alla quale è stata data un’opportunità. Una persona che studia, vive relazioni affettive, pratica sport o costruisce un proprio percorso di autonomia, non sta compiendo un’impresa eccezionale: sta semplicemente esercitando i propri diritti». La vera domanda da porsi è «quante persone non riescono ancora a farcela perché incontrano ostacoli che la società continua a mettere davanti al loro cammino». Per questo Aipd propone un manifesto in cinque punti: parlare sempre di “persone con sindrome di Down”; non trasformare i traguardi in eccezioni; trattare il tema tutto l’anno; usare parole che uniscono; dare direttamente la parola ai protagonisti.
Il ruolo dell’informazione, restituire complessità e superare l’inclusione
I giornalisti presenti hanno rimarcato la necessità di andare oltre le categorizzazioni e di “pensare e pesare le parole”. Lorenzo Sani ha stigmatizzato l’abuso di metafore legate alla salute mentale (come «indici della borsa schizofrenici, partite di calcio folli, mercati bipolari») che alimentano il pregiudizio. Francesco Riccardi, vicedirettore di Avvenire, ha auspicato un passaggio dal racconto dell’eccezionalità a quello della normalità e della cittadinanza: «Il linguaggio giusto […] è quello che restituisce alle persone la loro complessità, la loro dignità e la loro piena cittadinanza». Stefano Arduini, direttore di VITA, ha rilanciato, partendo dal titolo dell’ultimo numero del Magazine di giugno “Disabilità, l’inclusione non basta”, l’idea di sostituire il concetto stesso di inclusione – che presuppone ancora due mondi distinti – con quello di convivenza e partecipazione, valorizzando talenti e reti sociali.
Infine, un richiamo al pragmatismo è arrivato dall’attivista e disability manager Emmanuel Cosmin Stoica, che ha definito l’uso sistematico della parola “diversamente abile” come una «truffa culturale: un modo per far sentire la società più buona senza cambiare le cose”. “Se le mie gambe non funzionano, non funzionano in modo diverso, non funzionano e basta». A dover cambiare quindi non è l’edulcorazione dei termini, ma il tono paternalistico usato per parlare con le persone con disabilità e la realtà strutturale di una società ancora piena di barriere architettoniche.


Nella foto di apertura: coop sociale il Granello a Rimini in occasione di ExpoAid 2026/pagina Fb
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Stefano Arduini
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