La Religious Liberty Commission è nata con l’Executive Order 14291 firmato da Trump il 1 maggio 2025, durante il National Day of Prayer. Il decreto le ha affidato un compito esteso: produrre un rapporto sulla libertà religiosa americana e tracciare misure esecutive o legislative per proteggerla. Alla guida sono stati collocati il vicegovernatore del Texas Dan Patrick come chair e Ben Carson come vice chair.
Avvertenza per il lettore italiano: il caso riguarda il diritto costituzionale statunitense. La formula “separazione Stato-Chiesa” negli Usa nasce dall’incrocio fra Establishment Clause, Free Exercise Clause e giurisprudenza della Corte Suprema; non va sovrapposta al sistema italiano di Costituzione, Patti lateranensi e intese con le confessioni.
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Perché il draft pesa dentro l’esecutivo
Il prodotto resta una bozza, non una legge. Il peso politico deriva dalla via amministrativa indicata: incaricare il DOJ di emanare direttive per agenzie federali, scuole pubbliche e uffici incaricati di esaminare casi di espressione religiosa. In questo assetto la Casa Bianca lascia intatto il testo costituzionale e orienta l’apparato federale verso una interpretazione storicista delle due clausole religiose del Primo Emendamento.
Il Primo Emendamento vieta al Congresso di approvare leggi relative a una istituzione religiosa e di proibire il libero esercizio della fede. La commissione usa questa doppia formula per sostenere che lo Stato debba astenersi dal preferire una confessione, dall’assumere le funzioni di una Chiesa, dall’imporre osservanza religiosa e dal trattare la fede personale come materiale da espellere dalla sfera pubblica.
Dal “muro” al “ponte”: la torsione lessicale
Il bersaglio del rapporto è la metafora del wall of separation. Il rilievo letterale è esatto: quella frase non compare nella Costituzione. Da quel rilievo nasce una mossa politica e giudiziaria: rimpiazzare il muro con un rapporto di cooperazione vigilata fra potere pubblico e religione.
La frizione con la dottrina americana sta qui. In Everson v. Board of Education, nel 1947, la Corte Suprema citò il muro fra Chiesa e Stato pur concludendo a favore del rimborso dei trasporti scolastici in New Jersey. Justia conserva il testo di Everson con quella formula e Cornell Law School colloca Establishment Clause e Free Exercise Clause dentro le Religious Clauses del Primo Emendamento. Il draft lavora su quella frattura fra testo costituzionale e metafora giudiziaria, preferendo le sentenze recenti da American Legion a Kennedy v. Bremerton, dove la Corte ha dato spazio a simboli religiosi storici e alla preghiera personale di un allenatore dopo la partita.
La clausola difensiva contro l’accusa di teocrazia
La bozza inserisce un argine retorico: il suo schema non rivendica teocrazia né eliminazione totale di ogni separazione. La scelta lessicale ha peso, perché blinda l’impianto dalle accuse più ovvie e presenta la cooperazione fra Stato e religione come ritorno alla tradizione costituzionale americana.
L’ambizione emerge dal destinatario dell’atto. La commissione punta a far adottare dall’esecutivo un vocabolario diverso quando governa scuole, uffici, sanità, militari e contenziosi. La disputa passa dal piano dei manuali di diritto alla macchina amministrativa federale.
Le misure chieste alle agenzie
L’asse delle dodici misure è amministrativo. Il DOJ dovrebbe emanare linee sull’Establishment Clause; il Department of Health and Human Services e la Equal Employment Opportunity Commission dovrebbero partecipare alla stesura di materiali “Know Your Rights” per studenti, genitori, docenti, amministratori scolastici, leader religiosi, istituzioni confessionali, operatori sanitari e militari.
Il pacchetto prevede anche spiegazioni scritte entro 30 giorni quando un funzionario contesta una espressione religiosa, canali online per segnalare violazioni, una squadra DOJ dedicata al contenzioso, una stretta sull’antisemitismo e nuovi riconoscimenti presidenziali per figure presentate come difensori della libertà religiosa. Associated Press e PBS NewsHour hanno registrato lo stesso impianto, con l’enfasi sulla sostituzione del muro con il ponte.
La Johnson Amendment diventa il fronte elettorale
La richiesta legislativa più pesante riguarda la Johnson Amendment, norma fiscale che vieta alle organizzazioni 501(c)(3) di intervenire in forma diretta o indiretta in campagne per o contro un candidato. Nell’uso dell’IRS coinvolge enti non profit e luoghi di culto con esenzione fiscale.
La cancellazione della norma cambierebbe il rapporto fra pulpito e competizione elettorale. Non si parla soltanto di pastori che commentano la politica. La partita riguarda sermoni, donazioni, status fiscale e accesso a canali religiosi capaci di parlare a comunità già organizzate. Qui il draft intercetta un traguardo storico dell’area evangelica vicina a Trump.
Scuole, famiglie e simboli religiosi
Per le scuole pubbliche la bozza intreccia libertà di studenti e insegnanti con lo spazio dei genitori su insegnamenti percepiti come incompatibili con la fede. Il rapporto guarda con favore a voucher e fondi pubblici usati anche in istituti religiosi, quando i programmi sono neutrali e scelti dalle famiglie.
La commissione legge le sentenze recenti della Corte Suprema come ritorno alla parità di accesso. OSV News ed EWTN News hanno messo in evidenza proprio questo versante: l’indirizzo al DOJ uscirebbe dai tribunali federali per arrivare negli uffici scolastici, nelle strutture sanitarie e nei reparti dove si decide sulle richieste di accomodamento religioso.
Le cause contro la commissione e il nodo FACA
Le obiezioni più pesanti toccano composizione e confine costituzionale. Una coalizione multireligiosa ha impugnato la commissione richiamando il Federal Advisory Committee Act del 1972, norma che disciplina gli organi consultivi federali. Americans United e Democracy Forward contestano squilibrio nel gruppo e documenti pubblicati solo durante il contenzioso.
Interfaith Alliance giudica il draft un veicolo di politicizzazione della fede. La questione giuridica è stretta: se un organismo consultivo federale orienta la politica esecutiva, la sua composizione e l’accesso agli atti entrano nel giudizio sulla legittimità del processo. Houston Chronicle ha collocato questa frizione nel peso politico di Dan Patrick, che dal Texas porta alla Casa Bianca una linea già usata nelle battaglie su scuola e religione pubblica.
Il calendario apre una frizione amministrativa
Il decreto istitutivo fissava il termine del mandato al 4 luglio 2026, salvo estensione presidenziale. La pagina del Dipartimento di Giustizia sulla consultazione pubblica indica però il 12 luglio 2026 come scadenza per i commenti sul draft. La sequenza impone una gestione amministrativa oltre il termine originario oppure una proroga formale.
La sovrapposizione conta. Il draft nasce per orientare la politica federale sul terreno più sensibile del Primo Emendamento. Una consultazione che scavalca la scadenza iniziale del mandato mette in gioco la procedura con cui il testo verrà chiuso e trasferito alla White House Faith Office e al Domestic Policy Council.
Per il lettore italiano: perché riguarda anche il Vaticano
L’errore da evitare è trasporre il caso americano sul sistema italiano. Negli Stati Uniti il Primo Emendamento accoppia divieto di istituzione religiosa e libero esercizio della fede; in Italia il rapporto fra Repubblica e confessioni passa da Costituzione, Concordato e intese. Le parole sembrano simili, le architetture giuridiche sono diverse.
La notizia interessa anche il Vaticano perché nasce dentro una Casa Bianca che nei mesi scorsi ha usato simboli cristiani nella comunicazione politica. Sbircia lo ha seguito nel caso dell’immagine di Trump con Gesù, ricostruito nell’articolo Trump: «Ero un medico». Cronologia dell’immagine con Gesù e del caso Leone XIV. Il nuovo draft sposta quel registro dalla propaganda visiva al lessico amministrativo dello Stato federale.
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Junior Cristarella
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