Moretti e Donnarumma, al vertice FS storie diverse, diverse ingiustizie


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“I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”: la battuta al vetriolo di quel monumento al cinismo che fu Giulio Andreotti – lucido e competente come pochi politici italiani, però, oltre che primatista di governo, con 7 nomine a presidente del consiglio! – torna sinistramente alla memoria all’indomani del venerdì nero non delle Ferrovie dello Stato (per fortuna non è morto nessuno) ma del loro management. Perchè nel day-after delle Fs, mentre all’amministratore delegato in carica veniva chiesto di dimettersi dal governo che l’aveva nominato nonostante una gestione efficace, un altro manager, ex amministratore delegato della stessa azienda pubblica, Mauro Moretti, veniva condannato in via definitiva a 5 anni per “disastro ferroviario colposo e incendio” e si costituiva in carcere.

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E’ il genio del male ferroviario che colpisce chi prova, riuscendoci, a risanare le Ferrovie, come riuscì a fare Moretti? O chi riesce a progettarne uno sviluppo imprenditoriale, come Donnarumma? O che cos’è, questa sinistra coincidenza?
Intendiamoci: sono vicende non confrontabili nel merito. Ma hanno in comune il rapporto di un capo-azienda con la proprietà – pubblica o privata che sia – e con le leggi, cogenti, per vecchie e inefficienti che siano.

Certo è che se si dovesse ricavare l’identikit del perfetto a.d. delle Ferrovie dello Stato dall’esame delle dinamiche della condanna di Mauro Moretti e dell’uscita di Stefano Donnarumma, in quattro caratteristiche si dovrebbe trovare un dirigente: dubbioso, pauroso, obbediente e rinunciatario.

La terribile vicende di Viareggio, con 32 morti, ha prodotto in 17 anni di procedura giudiziaria infinite trattazioni e approfondimenti. E’ del tutto evidente che la causa del deragliamento e poi del successivo incendio ed esplosione non rientravano in alcun modo nelle responsabilità dirette dei capi delle Ferrovie. In nessun caso e dettaglio emerge una qualsiasi direttiva che abbia anche indirettamente autorizzato o men che meno commissionato un qualsiasi lassismo nei controlli. La responsabilità attribuita a Moretti è di natura gestionale e di ruolo: nella sua posizione di amministratore di RFI prima e di FS poi, avrebbe contribuito a creare un sistema in cui i carri merci esteri con merci pericolose circolavano senza adeguati controlli sulla loro manutenzione. Per i giudici il suo ruolo non era meramente finanziario perchè i suoi poteri di direzione e coordinamento incidevano concretamente sulla gestione del rischio nelle società controllate. La colpa specifica è avere adottato un’interpretazione errata delle norme internazionali sui carri esteri, come se le regole lo esonerassero dall’obbligo di verificare la storia manutentiva dei convogli che trasportano merci pericolose. In sintesi: mancata acquisizione delle informazioni sulla manutenzione dei carri e mancata adozione di cautele in assenza di tracciabilità. E questo nonostante il carro di cui si spezzò il carrello determinando il deragliamento avesse appena superato la prevista e periodica procedura di manutenzione.

Fin qui la sintesi estrema. La maggior parte di coloro che hanno lavorato e lavorano nelle Ferrovie senza aver avuto rapporti diretti con Moretti è dispiaciuta perché il manager ha oggettivamente fatto molto per l’azienda e ne ha in qualche modo ripristinato un orgoglio identitario, bonificandola da quell’iperstatalismo per cui alcuni (tanti) vi lavoravano poco e male. Chi ebbe rapporti diretti con lui ne ricorda però anche il carattere aggressivo e arrogante, da padrone delle ferriere, tanto più inaccettabile in un ex sindacalista che iniziò a far carriera dirigenziale proprio facendo attività sindacale.

Ma tutto questo non c’entra con la condanna. Al vertice di un’azienda con 100 mila dipendenti che muove ogni giorni 10 mila treni tra Italia ed estero, sta amministrando da 3 anni una ventina di miliardi all’anno di investimenti in oltre 1500 cantieri… controllare tutto è semplicemente impossibile ed è chiaro che il concorso di colpa è meramente teorico. Se vuoi evitare qualsiasi rischio, in teoria devi dire no a tutto. E comunque non ci riesci. Ecco perché resta lecito osservare che questa corte ha sentenziato così, ma altre cento avrebbero sentenziato sulle stesse basi in 100 modi diversi, alcuni forse peggiorativi ma altri assolutori.

Resta la domanda sul senso di leggi e criteri pensati per sistemi semplici quando l’evoluzione dei fatti e dei tempi ne trasferisce il vigore anche su sistemi enormemente complessi. Resta il dramma di un “corpus” giuridico – quello italiano – complicatissimo, confuso, contraddittorio e obsoleto al quale la politica è del tutto incapace di porre rimedio.

Fortunatamente zero dramma e zero lutto nel caso Donnarumma, che verrà ben pagato per questa disciplinata lettera di dimissioni che, su richiesta, dopo aver passato le consegne rassegnerà. E’ venuta meno la fiducia in lui da parte del governo o meglio dei due ministeri ai quali doveva riferire, Trasporti ed Economia. Non tanto per i ritardi e disservizi, che si sa: con tanti cantieri sono inevitabili, anche se potrà risultare utile aver dato all’opinione pubblica un capro espiatorio. Il fatto vero è che Donnarumma aveva una linea industriale-finanziaria troppo autonoma per il governo. Il suo Piano FS 2025-2029 puntava a 100 miliardi di investimenti, sviluppo dell’Alta Velocità, internazionalizzazione, risorse finanziarie nuove e valorizzazione dei business del gruppo. Il punto più delicato era l’idea di valorizzare/scorporare la rete AV in una struttura aperta a capitali privati o investitori esterni, per fare cassa e reinvestire il ricavato, pur mantenendo il controllo pubblico: il governo no ha gradito questo attivismo. E poco tempo fa dal consiglio di Fs si era dimessa la consigliera indicata dal MEF.

Ha più ragione Donnarumma, o ha più ragione il governo? Purtroppo le ragioni stanno da entrambe le parti, così anche i torti. Un manager deve sapere che può muoversi entro le linee guida che concorda con la proprietà, sia esso pubblica o privata (ne fanno di porcherie le proprietà private…). Se esce consapevolmente da quelle linee, sfida la proprietà: e si mette fuori dal patto fiduciario. Ma un governo deve anche sapere che nel caso delle grandi aziende a controllo pubblico è indispensabile affidarsi a manager con visione strategica acuta e di ampio respiro, per avere una buona gestione delle aziende stesse, e deve mettere in conto che chi ha visione vuole affermarla.

Il problema dal lato del governo è semmai l’incoerenza di certe scelte strategiche – per esempio i tanti, e necessari, investimenti varati col il Pnrr – e la forza tranquilla che sarebbe necessaria, e invece manca, nel gestire le implicazioni: i disservizi, con l’opinione pubblica; e i finanziamenti, con l’Europa… Insomma, nelle sue funzioni il manager Donnarumma è stato sicuramente più bravo che il governo nelle sue, almeno in certi ambiti delicatissimi sulla politica industriale che transitano soprattutto per il Mef.


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 Sergio Luciano

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