La conversazione sarda non va trattata come mera appendice promozionale. Levinson parla quando Euphoria ha già attraversato il proprio finale e quando la sua figura pubblica è ormai separata dall’immagine del giovane autore chiamato da HBO a raccontare gli adolescenti di East Highland. Il discorso di Pula riordina un percorso più lungo: esperienza personale, scrittura di genere, direzione degli interpreti e rapporto con la libertà artistica negli Stati Uniti.
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Levinson parla dopo il finale HBO
Il tempo della dichiarazione pesa. Levinson non commenta una stagione in partenza: parla con la serie già consegnata al pubblico. Euphoria ha chiuso il suo arco televisivo dopo tre stagioni e ventisei episodi, un’informazione che The New Indian Express ha collocato nel passaggio del 2 giugno 2026 dopo la conferma del finale come ultimo capitolo. Da qui nasce il valore della tappa sarda: non una difesa a caldo, bensì un bilancio d’autore pronunciato nel momento in cui il pubblico sta ancora metabolizzando Rue, Ali, Cassie e gli altri personaggi.
Il primo segnale è il lessico con cui Levinson difende la fine. La sua soddisfazione non riguarda soltanto l’esito della trama; riguarda la squadra, gli attori cresciuti con la serie e il fatto che Euphoria abbia creato un vocabolario comune fra spettatori di età diverse. Il creatore rivendica la serie come luogo di conversazione sociale prima ancora che come marchio HBO.
La Sardegna come sede del congedo
Il Filming Italy Sardegna Festival offre al racconto di Levinson un ambiente più rivelatore di una sala stampa americana. L’edizione 2026 si svolge fra Cagliari e il Forte Village di Pula dal 25 al 28 giugno, con Sam Levinson tra gli ospiti segnalati dalla pagina ufficiale del festival. SardegnaTurismo fissa la nona edizione nelle stesse date e colloca il regista di Euphoria tra i nomi internazionali chiamati in Sardegna.
Questa collocazione italiana rende più nitido il suo discorso su Fellini. Levinson non cita l’Italia come omaggio di cortesia: collega il cinema italiano alla scelta di non irrigidire Los Angeles in un realismo dimesso. Nella sua dichiarazione, la città californiana di Euphoria diventa un luogo mentale, deformato dall’autobiografia e reso più ampio dalla lezione felliniana.
Da Sam a Rue, il cambio di corpo narrativo
La parte più istruttiva del colloquio riguarda il trasferimento del vissuto. Levinson ribadisce che le dipendenze, la riabilitazione e gli attacchi di panico della sua adolescenza hanno alimentato la scrittura, poi racconta la scelta che ha evitato alla serie l’autoritratto travestito. Le sue esperienze passano in Rue, una giovane donna interpretata da Zendaya e la scrittura cerca un attraversamento fra differenze reali.
La scelta di Rue non addolcisce il materiale. Lo sposta in un corpo che obbliga l’autore a rinunciare alla copia di sé. Qui Euphoria trova la propria tensione: la dipendenza resta biografica nella radice e diventa finzione nel percorso. Il personaggio conserva la ferita da cui la serie parte senza coincidere con Levinson.
Il volto degli attori prima della bravura
La selezione degli interpreti, nel racconto di Levinson, comincia dal viso. L’autore dice di cercare una reazione che non sembri prodotta dalla tecnica: un rossore durante un provino, un’esitazione viva, un frammento di verità che la macchina da presa riesce a trattenere. La bravura arriva dopo, come mestiere che deve proteggere quel primo scarto.
Da qui nasce la capacità di Euphoria di lanciare una generazione di volti riconoscibili. Zendaya, Sydney Sweeney, Hunter Schafer, Jacob Elordi e Maude Apatow non agiscono come pedine ordinarie dentro una trama corale. Ogni volto porta una storia di esposizione pubblica, desiderio, vergogna o controllo. La regia di Levinson li avvicina fino a far pesare una minima variazione dello sguardo.
La sala di montaggio con Barry Levinson
L’episodio familiare più rivelatore arriva dalla sala di montaggio domestica di Barry Levinson. Sam racconta di avere trascorso ore accanto al padre quando il montaggio era ancora legato alla pellicola fisica, ai tagli e allo scotch. Non descrive una formazione scolastica: descrive un apprendistato domestico, con il cinema che entra in casa nel pomeriggio dopo la scuola.
Da Barry, Sam dice di avere assorbito soprattutto la calma sul lavoro. Il passaggio dei due, cinquanta o più ciak viene raccontato come patto con attori e reparti: il set resta aperto finché l’idea trova il proprio assetto. La frase sul numero dei ciak svela una cultura produttiva molto precisa, dove la pazienza serve a far emergere deviazioni e soluzioni nate davanti alla camera.
Fellini nella Los Angeles di Euphoria
Il riferimento a Federico Fellini agisce dentro la forma. Levinson parla di film autobiografici visionari e li avvicina alla propria scelta di raccontare Los Angeles con una forma allargata, quasi fantastica. L’aggancio illumina retroattivamente la grammatica di Euphoria: corridoi scolastici, camere da letto e feste diventano superfici emotive che cambiano temperatura secondo il personaggio osservato.
Qui si innesta anche la scheda tecnica della terza stagione. La scheda tecnica ha indicato la collaborazione con Kodak e Marcell Rév su un nuovo stock in 35mm e 65mm, con un volume rilevante di riprese in 65mm per una serie narrativa. Il discorso felliniano di Pula entra così in una filiera di lavoro: autobiografia, immagine analogica e formato largo servono a far uscire i personaggi dal recinto del liceo.
Primo Emendamento e libertà creativa
Alla domanda su Donald Trump e Hollywood, Levinson porta la risposta sul Primo Emendamento. Il regista non segnala restrizioni personali sulle storie da raccontare e rivendica la libertà di parola come tratto costitutivo dell’industria americana. La politica entra nel colloquio attraverso il margine lasciato agli artisti, lontana da un posizionamento di giornata.
La frase incide anche per la posizione di chi la pronuncia: un autore spesso discusso per contenuti, corpi esposti e rappresentazione del desiderio. Levinson non chiede protezione dal conflitto pubblico. Difende semmai la facoltà di correre rischi dentro un sistema che vive di immaginazione aggressiva, anche quando il giudizio del pubblico diventa duro.
Il colloquio con Bradley Cooper completa il ritratto
Il dialogo sardo si incastra con un’altra uscita pubblica ravvicinata. Interview Magazine ha pubblicato il 1 giugno 2026 una conversazione fra Levinson e Bradley Cooper, dove il finale di Rue viene discusso come scelta di pudore visivo e come chiusura di una storia sulla dipendenza. In quella sede Levinson collega la morte di Angus Cloud alla devastazione delle famiglie colpite dal fentanyl, fissando il dolore reale dietro la decisione narrativa.
Il doppio asse spinge a leggere Pula oltre la sola frase sul compito dell’artista. Con Cooper, Levinson parla da regista alle prese con la scena finale. In Sardegna parla da autore che restituisce il senso pubblico dell’opera. I due interventi si completano. Uno lavora sulla scelta di messa in scena e l’altro sulla biografia trasformata in racconto condiviso.
Coachella, HBO Max e la stagione adulta
La terza stagione era stata costruita anche come evento di distribuzione. Reuters ha registrato la proiezione della première al Coachella Valley Music and Arts Festival il 12 aprile 2026 e il lancio settimanale degli otto episodi su HBO Max. La mossa industriale colloca Euphoria fuori dalla sola serialità televisiva: HBO ha trattato l’ultimo ciclo come oggetto pop, legato a musica, moda e conversazione globale.
La stagione adulta dei personaggi, già indicata nei materiali HBO, orienta la postura di Levinson a Pula. La serie non poteva restare bloccata nel liceo senza perdere attrito. Portare Rue e gli altri oltre East Highland significava esporli alle conseguenze accumulate nelle prime due stagioni. Il finale, visto da questa angolazione, completa un esperimento sul passaggio dal trauma adolescente alla responsabilità adulta.
Il festival italiano come camera di risonanza
La tappa sarda arriva dentro una manifestazione che unisce cinema e televisione, con ospiti internazionali e un pubblico abituato al dialogo tra film, piattaforme e serie. Unione Sarda ha ricostruito l’ingresso dell’edizione 2026 nella fase del Forte Village e ha collocato Levinson accanto ad altri nomi internazionali del cinema e della serialità.
La presenza di Levinson in quel gruppo ha un peso diverso da una passerella. Il creatore di Euphoria porta in Italia un caso industriale che ha incrociato HBO, A24, casting generazionale, fotografia analogica e dibattito pubblico sulla rappresentazione. In Sardegna il discorso diventa più netto: mette davanti allo stesso pubblico il regista, la sua formazione familiare e il debito dichiarato verso il nostro cinema.
Che cosa aggiunge questa intervista
Il colloquio lascia fuori annunci produttivi, nuove stagioni e progetti italiani già avviati. Ne resta una dichiarazione di poetica pronunciata dopo la fine. Levinson si mostra soddisfatto della chiusura, rivendica gli attori che ha accompagnato, lega Rue alla propria storia personale e riconduce la libertà creativa americana a un diritto costituzionale.
Per il pubblico italiano, il risultato è un ritratto meno schiacciato sulle polemiche. Euphoria conserva una natura divisiva. La conversazione di Pula costringe a guardare il lavoro di Levinson nel suo sistema di riferimenti: dipendenza, famiglia, Fellini, attori, pellicola e rischio artistico. Separare questi materiali impoverisce la serie; leggerli insieme restituisce la ragione della sua forza televisiva.
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Junior Cristarella
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