già 23.000 biglietti venduti con la prima direzione di Daniele Cipriani



Successo per l’apertura della 69esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, la prima firmata dal nuovo direttore artistico Daniele Cipriani, affiancato dal consulente per l’opera e la prosa Leo Muscato e dalla consulente per la musica classica Beatrice Rana. Il pubblico ha accolto con entusiasmo ieri, venerdì 26 gennaio, l’avvio della manifestazione, premiando un programma che, fino al 12 luglio, propone prime assolute, produzioni originali, grandi protagonisti della scena internazionale e giovani talenti.

Nel segno del tema “Radici”, il Festival rinnova la propria vocazione multidisciplinare e internazionale: opera, musica, danza, prosa e arti visive dialogano tra memoria e futuro, trasformando Spoleto in un laboratorio creativo aperto al mondo. Sono 17 giorni di programmazione, 100 performance, di cui 7 prime mondiali e 9 produzioni originali, con oltre 1.000 artisti provenienti da 28 Paesi. In totale, 16.508 minuti di spettacolo, pari a 275 ore – quasi undici giorni e mezzo di arte senza interruzioni – tra debutti mondiali ed europei, commissioni originali e performance site-specific pensate per offrire un’esperienza irripetibile di spettacolo dal vivo. L’entusiasmo del pubblico si riflette anche nei numeri: quasi 23.000 biglietti venduti già al debutto confermano il successo della nuova direzione artistica.

Il cartellone si è aperto con la prima di “Vanessa”, l’opera che valse a Samuel Barber il Pulitzer, nel nuovo allestimento prodotto dallo stesso Festival in coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Bologna e la Fondazione Teatro Petruzzelli. La regia è di Leo Muscato, il libretto – in inglese – del fondatore del Festival Gian Carlo Menotti, la direzione d’orchestra della sudcoreana Sora Elisabeth Lee, che ha guidato l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e il Coro del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. L’opera, che in Europa esordì proprio al Festival dei Due Mondi del 1961 in una traduzione italiana, è tornata a Spoleto dopo 65 anni per restituire nuova luce a un caposaldo del melodramma internazionale.

In scena, per l’occasione, Lauren Fagan nel ruolo del titolo, Kayleigh Decker, Helene Schneiderman, Lulama Taifasi, Rod Gilfry, Nicolò Lauteri e Mattia Ribba. In linea con il tema della nuova edizione, Radici, e con il senso più profondo del Festival, l’opera indaga i temi dell’attesa, del desiderio e dell’identità, smascherando il gioco imprevedibile del destino. Oltre dieci minuti di applausi hanno confermato il successo dello spettacolo: dalla platea del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, anche l’onorevole Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati, il direttore del “Messaggero”, Roberto Napoletano”, l’artista Giuseppe Penone, la sovrintendente del Teatro di Bologna, Elisabetta Riva, il vicepresidente dell’Opera di Los Angeles, Rupert Hemmings.

Spiega Leo Muscato: “Abbiamo scelto di inaugurare il Festival di Spoleto 2026 con ‘Vanessa’ di Samuel Barber perché incrocia in modo naturale il tema di questa edizione, ‘Radici’. È un’opera che tiene insieme due mondi: la tradizione europea e la cultura americana, e li fa dialogare senza mai separarli davvero. Questo è già nella sua origine: nel libretto di Gian Carlo Menotti, che guarda all’immaginario di un’altra illustre europea, Karen Blixen, e nel legame con Spoleto, dove l’opera ha trovato il suo debutto europeo, nel 1961, in una traduzione italiana del libretto. Tornarci oggi, dopo sessantacinque anni nella versione originale inglese, non è un’operazione filologica: è un modo per riattivare quel movimento, rimettere in circolo un’idea di teatro aperto, attraversato da più culture. È un’opera che scava in zone scomode – l’attesa, il desiderio, l’identità – senza cercare soluzioni facili. La messa in scena nasce da qui: non come celebrazione, ma come attraversamento”.

Al debutto anche “Platonov” diretto da Peter Stein, che ha registrato il tutto esaurito a San Simone: il fondatore della Schaubühne di Berlino ha portato in prima assoluta l’opera giovanile e complessa di Anton Čechov. Cinque ambienti scenici e quindici attori (Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno, Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petushi, Paola Giorgi) per restituire la complessità e la ricchezza di un lavoro imponente, affrontato con un approccio filologico rigoroso, che ruota attorno all’archetipo dell’uomo “superfluo”: un individuo brillante e carismatico, eppure incapace di integrarsi nella società o di gestire le proprie relazioni affettive.

La prima italiana di “Dead as a Dodo” ha portato al Caio Melisso l’eccentricità del teatro di figura, in un’inedita versione in stile burtoniano: la nota compagnia norvegese-statunitense Wakka Wakka – punto di riferimento internazionale per le sue produzioni avanguardistiche, “geniale” per il New York Times – mette in scena un’odissea musicale ambientata negli inferi, tra ossa e scheletri. I personaggi, nelle forme fantastiche di pupazzi e maschere, sono i protagonisti di una narrazione che si serve del black humor, oltre che della fantasia, per indagare il confine tra esistenza ed estinzione, tra potere e responsabilità, in uno spettacolo grottesco che racconta un mondo distopico non così lontano dall’attuale.

Grande successo per la danza contemporanea al Teatro Romano con “This is Rambert”, lo spettacolo con cui la compagnia più longeva del Regno Unito celebra cento anni di continua reinvenzione dello spazio coreografico in un trittico di espressioni. Il gesto collettivo di (LA)HORDE che con “Hop(e)storm” si fa invito a riconquistare spazio, libertà e identità; il movimento metaforico di Emma Evelein che con “Gallery of Consequence” trasforma lo spazio aeroportuale nel luogo immateriale della scelta; le nuove connessioni relazionali e ritmiche create da Bobbi Jene Smith e Or Schraiber che indagano nella coreografia In Crimson il confine tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto. Il centenario della compagnia, con questo spettacolo, raccoglie così l’eredità del passato valorizzandolo in uno slancio verso il futuro, in linea con l’ambizione avanguardistica che ha nel tempo contraddistinto la Rambert a livello internazionale.

Il Festival prosegue con il sold out della prima assoluta di “Educazione sentimentale”, lo spettacolo di Ivan Cotroneo con protagonista Giuseppe Fiorello che indaga le imposizioni della formazione emotiva di genere e le sue conseguenze.


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