Raid Usa in Iran: Teheran invoca il memorandum


La lite fra Iran e Stati Uniti non riguarda soltanto chi abbia sparato per primo. Entra nel testo del memorandum, nelle regole di transito di Hormuz e nella qualificazione giuridica dei raid. Ogni parola usata dalle due capitali serve a spostare la responsabilità della rottura sul rivale.

Avviso: l’articolo cita bombardamenti, attacchi contro naviglio commerciale e dichiarazioni di forze armate coinvolte nella crisi del Golfo.

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Teheran porta i raid dentro il memorandum

La nota iraniana non tratta il bombardamento americano come un episodio isolato. Lo inserisce nel War Termination Memorandum of Understanding datato 18 giugno 2026 e lo qualifica come rottura del paragrafo 1, quello che impegna le parti alla cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti. Il testo integrale diffuso da ISNA colloca i raid nella serata di venerdì 26 giugno e indica come bersagli strutture iraniane di sorveglianza costiera.

La scelta lessicale di Teheran è costruita su due piani. Il primo è territoriale: gli attacchi vengono descritti come uso della forza contro la costa meridionale iraniana. Il secondo è negoziale: il memorandum diventa la carta con cui accusare Washington di avere colpito mentre il negoziato finale è ancora dentro la finestra dei 60 giorni. La stessa catena compare in Tasnim, che lega il richiamo all’articolo 51 della Carta ONU alla risposta delle forze armate iraniane contro obiettivi associati agli Stati Uniti.

La versione americana parte dalla Ever Lovely

Washington costruisce la sequenza in senso opposto. Il comunicato CENTCOM del 26 giugno dichiara che aerei statunitensi hanno colpito depositi iraniani di missili e droni, oltre a siti radar costieri, dopo l’attacco alla M/V Ever Lovely. La nave battente bandiera di Singapore nella versione militare americana era in uscita dallo Stretto lungo la costa dell’Oman quando è stata raggiunta da un drone d’attacco unidirezionale attribuito all’Iran.

Il lessico americano fa leva sul traffico commerciale. Non parla di rappresaglia politica ma di risposta a un’aggressione contro una nave civile in transito in un corridoio internazionale. In questa griglia, il memorandum non protegge Teheran dal raid; al contrario Washington lo usa per sostenere che l’attacco alla nave aveva già violato il cessate il fuoco. La contrapposizione nasce qui: Iran e Stati Uniti invocano lo stesso accordo per accusarsi a vicenda.

La scheda marittima della MPA Singapore restringe il perimetro materiale dell’incidente: la Ever Lovely, portacontainer registrata a Singapore, ha riportato danni minori nell’area della plancia mentre lasciava Hormuz il 25 giugno attorno alle 22:00 ora di Singapore. La nave ha completato il transito, i 21 membri dell’equipaggio sono illesi e non risultano cittadini singaporiani a bordo.

L’avviso UKMTO 074-26 colloca l’episodio a 7,5 miglia nautiche a sud-est di Dahit, Oman. Il comandante segnala un proiettile sconosciuto sul lato di dritta, danni alla plancia, nessuna vittima e nessun danno ambientale. Questo dato pesa più della sola nazionalità della nave: il colpo avviene sul margine omanita del passaggio, cioè lungo la fascia che le unità commerciali hanno iniziato a usare per evitare la linea più esposta al controllo iraniano.

Il paragrafo 5 apre la disputa sulle rotte

Il testo del memorandum visto da Reuters assegna all’Iran, per 60 giorni, il compito di predisporre con il massimo impegno il passaggio sicuro delle navi commerciali senza oneri fra Golfo Persico e Mare dell’Oman. La stessa clausola prevede il ripristino del traffico entro 30 giorni e un dialogo con l’Oman per l’amministrazione futura dello Stretto, insieme agli altri Stati rivieraschi del Golfo.

Qui si forma la frattura. Teheran legge quella clausola come base per disciplinare le rotte e respingere attraversamenti non coordinati. Washington legge la stessa clausola come garanzia di passaggio commerciale libero nella finestra temporanea dell’accordo. La Ever Lovely diventa così il caso pilota: per gli Stati Uniti è una nave attaccata mentre usciva da Hormuz; per l’Iran è il segnale di una rotta non riconosciuta dentro un tratto di mare che il memorandum affida alla sua organizzazione transitoria.

Il richiamo alla Carta ONU non chiude la controversia

Teheran invoca l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, la norma che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. Il richiamo serve a qualificare i raid americani come atto illecito prima ancora della discussione sul memorandum. Subito dopo, la nota iraniana inserisce l’articolo 51, cioè il diritto naturale di autodifesa in caso di attacco armato.

La mossa è leggibile: l’Iran vuole presentare le proprie azioni contro obiettivi collegati agli Stati Uniti come risposta difensiva e non come apertura di una nuova campagna militare. Washington ribalta la soglia originaria e colloca il primo atto nella nave colpita a Hormuz. La controversia giuridica vive nella cronologia prima che nel testo astratto della Carta: nave colpita il 25 giugno, raid americani il 26, nota iraniana il 27.

Il messaggio agli Stati del Golfo

La parte più operativa della nota iraniana riguarda i Paesi sulla sponda meridionale del Golfo Persico. Teheran chiede agli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo di impedire l’uso del loro territorio e delle loro strutture per azioni ostili contro l’Iran. La frase non nomina basi, porti o aeroporti. Li include però nel perimetro politico della crisi.

Questa formulazione parla agli alleati regionali di Washington. Ogni base logistica, scalo aereo o infrastruttura portuale usata per supportare attività americane entra nella zona di pressione diplomatica iraniana. L’effetto immediato consiste nell’aumento del costo politico più che nella chiusura di un impianto per i governi del Golfo che ospitano assetti statunitensi mentre il memorandum è ancora formalmente in vigore.

Il raccordo con Hormuz seguito il 26 giugno

Il pezzo pubblicato da Sbircia la Notizia Magazine alle 12:58 del 26 giugno, Hormuz, navi in transito dopo l’attacco all’Ever Lovely, aveva separato il traffico ancora in movimento dalla scorta multilaterale sospesa. La portacontainer colpita lasciava il corridoio aperto e mostrava quanto fosse fragile la libertà di ripetere lo stesso viaggio senza autorizzazioni o scorte.

L’articolo serale delle 20:22, Hormuz, dopo l’attacco calano i transiti dei tanker, ha aggiunto il calo dei passaggi tanker e l’ingresso dell’accusa di Trump nella tregua con Teheran. La nota iraniana del 27 giugno chiude l’anello politico di quelle ore: il colpo alla nave, la risposta americana e il richiamo al memorandum appartengono allo stesso segmento negoziale.

La soglia del caso: chi governa Hormuz nei 60 giorni

Il dossier non si misura soltanto sui danni fisici del raid o sulla lista dei bersagli colpiti. Il centro della crisi è la gestione dello Stretto nei 60 giorni previsti dal memorandum. Se il passaggio commerciale dipende da rotte approvate da Teheran, l’Iran conserva una leva quotidiana su armatori e assicuratori. Se la rotta meridionale resta sostenuta dagli Stati Uniti, Washington mantiene la pressione sul principio della navigazione senza pedaggi e senza autorizzazioni selettive.

La ricaduta per i mercati è immediata. Una nave che attraversa Hormuz non dimostra da sola la normalizzazione del corridoio; la prova sta nella ripetizione del viaggio con premi assicurativi sostenibili con equipaggi disponibili e nessuna minaccia di interdizione. Il memorandum era nato per trasformare la pausa militare in regole eseguibili. Il 27 giugno mostra che la regola più contestata è proprio quella marittima.


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 Junior Cristarella

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