Per anni il dibattito sul finanziamento dell’economia sociale si è concentrato sull’offerta: pochi investitori, pochi intermediari specializzati, risorse insufficienti rispetto ai bisogni. Il progetto Small2Big (SMALL size equity investment TO support social enterprise in becoming BIGger) suggerisce una lettura diversa. Il principale ostacolo alla crescita delle cooperative e delle imprese sociali non è tanto la mancanza di capitali quanto la difficoltà di intercettare e accompagnare le imprese più piccole, quelle meno strutturate ma spesso più radicate nei territori e più vicine ai bisogni delle comunità.
È da questa consapevolezza che nasce nel 2022 la call europea Transactions Costs to Support Finance Intermediaries, promossa dalla Commissione Europea nell’ambito del Fondo Sociale Europeo Plus. Bruxelles aveva individuato con chiarezza il principale fabbisogno finanziario insoddisfatto dell’economia sociale europea: investimenti in capitale o quasi-capitale inferiori a 500mila euro.

Il paradosso è noto agli operatori del settore e alle stesse imprese. Più piccolo è l’investimento, più elevati risultano, in proporzione, i costi di istruttoria, valutazione, strutturazione e monitoraggio. Per molti investitori queste operazioni diventano economicamente poco sostenibili. Il risultato è un evidente disallineamento tra i bisogni reali delle imprese e la capacità del mercato finanziario – compreso quello specializzato nell’economia sociale – di soddisfarli. Small2Big nasce precisamente per affrontare questo fallimento di mercato.
Cfi-Cooperazione Finanza Impresa è stata l’unica organizzazione italiana selezionata nell’ambito di una call che ha finanziato appena nove progetti in tutta Europa. Da quasi quarant’anni Cfi rappresenta uno degli strumenti più originali della politica industriale italiana. Nata per attuare la Legge Marcora, ha accompagnato centinaia di cooperative di lavoro e di workers buyout, contribuendo a salvaguardare migliaia di posti di lavoro e a sostenere processi di sviluppo imprenditoriale fondati sulla partecipazione dei lavoratori. Oggi la sua missione può essere sintetizzata in un’espressione: finanza ad impatto a sostegno del lavoro dignitoso e della costruzione di economie locali partecipative.


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
L’idea alla base di Small2Big è stata tanto semplice quanto innovativa. Utilizzare il contributo europeo per abbattere i costi di transazione delle operazioni e impiegare le risorse proprie di Cfi per realizzare gli investimenti. In questo modo è stato possibile intervenire proprio dove il mercato non riesce ad arrivare: investimenti in equity e quasi-equity di piccola dimensione, fino a 200mila euro, costi di transazione limitati al 2% dell’intervento, remunerazione del capitale fissata anch’essa al 2% e contestuale attivazione di ulteriori strumenti finanziari a sostegno dello sviluppo delle imprese.
I destinatari sono stati cooperative sociali attive nei servizi alla persona, cooperative di inserimento lavorativo e cooperative nate da operazioni di workers buyout, nelle quali i lavoratori hanno rilevato imprese in crisi o prive di ricambio imprenditoriale, preservando occupazione, competenze e capacità produttive.
I risultati hanno superato gli obiettivi iniziali. Le cooperative sostenute sono state 52. Gli investimenti diretti in capitale e quasi-capitale hanno raggiunto 6,8 milioni di euro, con un taglio medio di circa 130mila euro per intervento. A questi si sono aggiunti 11,2 milioni di euro di finanza agevolata a tasso zero e lunga durata, portando a oltre 18 milioni di euro le risorse complessivamente attivate da Cfi a favore delle imprese coinvolte.
Dietro questi numeri vi sono soprattutto investimenti concreti. Acquisto di sedi operative, realizzazione di nuovi laboratori, rinnovo di impianti e macchinari, innovazione tecnologica, consolidamento patrimoniale, crescita dimensionale delle cooperative e sviluppo di nuovi servizi. Nel caso dei workers buyout, il capitale investito ha consentito non soltanto di preservare posti di lavoro esistenti, ma di costruire nuove prospettive industriali per imprese che altrimenti sarebbero scomparse.
L’intervento di Cfi ha inoltre contribuito a mobilitare ulteriori investimenti da parte di altri soggetti finanziari e istituzionali, dimostrando come il capitale paziente possa svolgere un ruolo di catalizzatore per risorse aggiuntive.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto. Small2Big non ha operato come un semplice strumento finanziario, ma come attivatore di un ecosistema. Attorno ai singoli interventi si sono progressivamente aggregati i fondi mutualistici della cooperazione (Coopfond e Fondoviluppo), consorzi finanziari cooperativi (Cgm Finance e Cooperfidi italia), fondazioni filantropiche ed erogative (Fondazione con il Sud e Fondazione Peppino Vismara), strumenti di finanza ad impatto (Fondazione Social Venture Giordano dell’Amore). Il risultato è stato la costruzione di percorsi finanziari personalizzati, nei quali capitale, quasi-capitale, debito agevolato, contributi a fondo perduto e accompagnamento strategico hanno agito in modo sinergico e complementare. In un contesto nel quale nessun singolo strumento è sufficiente a sostenere la crescita delle imprese sociali, la vera innovazione consiste proprio nella capacità di combinare risorse e soggetti diversi attorno a un progetto imprenditoriale comune.
A distanza di oltre tre anni dall’avvio del progetto, il risultato più importante non è però rappresentato dal numero delle operazioni concluse. È rappresentato dagli effetti prodotti.
Una ricerca realizzata da Aiccon per Cfi evidenzia un significativo miglioramento delle condizioni di accesso al credito. Molte delle cooperative coinvolte partivano da una situazione di sottocapitalizzazione che limitava la loro capacità di investimento e ne ostacolava il rapporto con il sistema bancario. L’intervento di Cfi ha contribuito a rafforzarne la struttura finanziaria e patrimoniale, migliorando gli indicatori utilizzati dagli istituti di credito e aumentando la capacità delle imprese di sostenere nuovi programmi di sviluppo.
La maggiore solidità patrimoniale si è tradotta in crescita. Oltre tre cooperative su quattro hanno registrato un aumento del valore della produzione e quattro su cinque hanno rafforzato il proprio patrimonio netto. Ma il dato più interessante riguarda forse la natura di questa crescita. Non una crescita finanziaria fine a sé stessa, bensì una crescita che si è trasformata in investimenti produttivi, innovazione, consolidamento organizzativo e sviluppo dell’occupazione.
Tre cooperative su cinque hanno aumentato il numero degli addetti. Complessivamente centinaia di persone hanno trovato lavoro nelle imprese sostenute dal progetto e una quota significativa di queste nuove opportunità occupazionali è direttamente riconducibile agli investimenti realizzati. Parallelamente è migliorata anche la qualità del lavoro, con una crescita delle posizioni stabili superiore alle dinamiche medie osservate nel mercato del lavoro.
Esiste un ampio spazio di mercato ancora insufficientemente presidiato nel finanziamento delle imprese sociali di piccola e media dimensione
Questi risultati raccontano una storia che va oltre il singolo progetto. Raccontano che esiste un ampio spazio di mercato ancora insufficientemente presidiato nel finanziamento delle imprese sociali di piccola e media dimensione. Raccontano che gli strumenti di capitale paziente possono generare contemporaneamente valore economico e impatto sociale. Raccontano soprattutto che il problema non è l’assenza di imprese capaci di crescere, ma la presenza di barriere finanziarie che ne rallentano lo sviluppo.
Small2Big rappresenta per questo una vera best practice. Non perché abbia distribuito contributi, ma perché ha dimostrato che è possibile costruire anche per le imprese sociali di minore dimensione un modello sostenibile di finanza per l’economia sociale, capace di mobilitare risorse pubbliche e private, rafforzare le imprese, migliorarne l’accesso al credito e generare nuova occupazione.
Sarebbe paradossale che, mentre i risultati diventano finalmente misurabili, si aprisse una fase di arretramento delle politiche europee dedicate alla finanza per l’economia sociale
Proprio per questo sarebbe paradossale che, mentre i risultati diventano finalmente misurabili, si aprisse una fase di arretramento delle politiche europee dedicate alla finanza per l’economia sociale.
Nel dibattito sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea cresce infatti il rischio che le priorità legate alla competitività industriale, alla difesa e alla sicurezza assorbano quote crescenti delle risorse comunitarie, comprimendo gli strumenti destinati all’economia sociale, alla coesione sociale, all’inclusione e allo sviluppo delle comunità locali. È una discussione legittima. Ma sarebbe un errore strategico considerare l’economia sociale una voce residuale da sacrificare.
La coincidenza temporale è significativa. Proprio mentre in Italia si sta completando il percorso di definizione del primo Piano nazionale per l’economia sociale, emerge con chiarezza una delle questioni decisive per il futuro del settore: non soltanto aumentare le risorse disponibili, ma costruire infrastrutture finanziarie capaci di renderle realmente accessibili alle imprese.
Le cooperative e le imprese sociali non rappresentano un settore marginale da sostenere per ragioni assistenziali. Sono una componente essenziale dell’economia italiana ed europea e del suo modello economico e sociale. Creano lavoro stabile, producono servizi di interesse generale, riducono le disuguaglianze, rigenerano territori fragili e mantengono radicato localmente il valore economico generato. In altre parole, contribuiscono concretamente a quella resilienza economica e sociale che l’Europa dichiara di voler rafforzare.
La lezione che emerge dalle 52 storie di crescita raccolte da Small2Big è semplice. La finanza per l’economia sociale funziona quando viene progettata tenendo conto delle caratteristiche reali delle imprese. Funziona ancora meglio quando è sostenuta da un ecosistema capace di mettere in relazione investitori pubblici e privati, fondi mutualistici, fondazioni, intermediari specializzati.
La sfida dei prossimi anni non è quindi inventare nuovi strumenti. È consolidare e rendere strutturale ciò che ha dimostrato di funzionare. Se l’Europa e l’Italia vogliono davvero un’economia più competitiva, più inclusiva e più resiliente, dovrebbero guardare a esperienze come Small2Big non come a progetti da archiviare una volta conclusi, ma come a modelli da replicare e rafforzare.
L’autore dell’articolo è l’amministratore delegato di Cfi-Cooperazione Finanza Impresa. In foto: la cooperativa siciliana L’Arcolaio (foto fornita da Cfi)
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Stefano Arduini
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