Chi lavora versa per decenni, mentre la politica decide quando potrà andare in pensione e quanto l’assegno recupererà dell’inflazione. In Cile, la riforma di José Piñera ha dato a ciascun iscritto un capitale proprio.
Si può chiamare “bonus” una somma che il lavoratore ha guadagnato e che il governo gli permette di tenere in busta paga? È quanto accade con il cosiddetto bonus Giorgetti, che il disegno di legge di bilancio per il 2027 propone di estendere ai dipendenti che maturano entro la fine di quell’anno i requisiti per la pensione anticipata ordinaria. Chi decide di restare al lavoro può rinunciare all’accredito della quota di contributi pensionistici a proprio carico e ricevere la somma con lo stipendio. In concreto, il denaro viene dalla sua retribuzione. Al governo va il merito di lasciarglielo.
Nella stessa manovra, ancora all’esame del Parlamento, c’è una disposizione che riguarda chi in pensione è già andato. Per il prossimo anno, l’esecutivo propone di riconoscere l’adeguamento pieno all’inflazione soltanto a chi percepisce trattamenti pensionistici per un importo complessivo fino a quattro volte il minimo Inps. Al di sopra di quella soglia la percentuale di rivalutazione scenderebbe per fasce, fino al 32 per cento dell’adeguamento per chi supera dieci volte il minimo. La relazione tecnica stima una minore spesa lorda di 14,2 miliardi in dieci anni. Una misura prevista per un anno produce risparmi tanto a lungo perché l’aumento riconosciuto oggi entra nella base sulla quale si calcoleranno quelli di domani.
Per il pensionato il conto è presto fatto. Se l’adeguamento pieno valesse cento euro al mese, a chi rientra nella fascia più alta ne spetterebbero trentadue. Il cedolino segnerebbe un aumento anche se, con quella pensione, si potrebbe comprare meno dell’anno prima. Si può discutere, al limite, di come finanziare l’assistenza a chi ne ha bisogno. Chi percepisce una pensione più elevata ha però maturato, con il lavoro e i contributi, un diritto che conserva lo stesso valore di quello di ogni altro pensionato.
Con quale titolo il potere politico, dopo aver preteso quei versamenti per decenni, decide quanta parte del loro valore difendere dall’inflazione in base al bisogno che attribuisce a ciascuno?
Qui passa il confine fra previdenza e assistenza. Se si vuole aiutare chi arriva alla vecchiaia senza mezzi sufficienti, occorre anzitutto chiedersi perché ne sia privo. Una malattia può aver impedito di lavorare, un salario modesto può essere bastato appena a mantenere la famiglia. Diverso è il caso di chi, pur avendone i mezzi, ha scelto di non mettere nulla da parte. Perché il costo di quella scelta dovrebbe ricadere anche su chi, a parità di reddito, ha fatto sacrifici per provvedere alla propria vecchiaia?
Se il governo ritiene giustificato l’aiuto, ne spieghi le ragioni, presenti il conto ai contribuenti e risponda della spesa. Chi ha lavorato e versato contributi ha maturato un diritto previdenziale. Confondere la pensione con l’assistenza conviene soprattutto a chi firma la manovra e può così attribuirsi il merito della solidarietà, lasciandone il conto nel cedolino di pensionati ai quali nessuno ha chiesto di farsene carico.
Per chi lavora, la questione si pone molto prima della pensione. Una famiglia può giudicare prudente estinguere il mutuo prima che uno dei coniugi smetta di lavorare. Un artigiano può preferire l’acquisto dei locali della bottega, contando di affittarli quando avrà cessato l’attività. Sono modi diversi di prepararsi alla vecchiaia. Ogni euro del quale la legge prescrive la destinazione restringe queste possibilità proprio negli anni in cui quelle scelte avrebbero il tempo di dare frutto.
Anche la data sulla quale si è fatto conto per andare in pensione può cambiare. Per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia salirà, salvo le esenzioni previste, a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028. La ragione demografica si comprende. In un sistema a ripartizione i contributi di chi lavora servono a pagare le pensioni correnti, mentre il montante individuale registrato dall’Inps serve a calcolare la quota contributiva della pensione futura. Chi volesse ritirarsi un anno prima non potrebbe attingere a quella somma per mantenersi. Eppure, anche quando si discute di pensione anticipata, il confronto politico si concentra quasi esclusivamente sull’età di uscita. Raramente ci si chiede se almeno una parte dei contributi debba servire a costituire un capitale di proprietà di chi li versa.
È la domanda alla quale il Cile ha dato una risposta nel 1981, con l’entrata in vigore della riforma promossa da José Piñera quando era ministro del Lavoro. Per chi entrava nel nuovo sistema il versamento restava obbligatorio e il dieci per cento della retribuzione imponibile confluiva in un conto di proprietà del lavoratore. Dall’estratto conto ciascuno poteva verificare quanto aveva versato e quale rendimento aveva ottenuto la società che ne gestiva i risparmi. Anni dopo, sulle pagine del Cato Journal, lo stesso Piñera ha spiegato la ragione di quella scelta. A suo giudizio, la ripartizione “distrugge, sul piano individuale, il legame essenziale tra sforzo e ricompensa, in altre parole tra responsabilità personali e diritti personali”. La successiva riforma cilena del 2025, che ha introdotto una nuova assicurazione sociale, ha comunque conservato i conti individuali.
È da questa possibilità che si potrebbe partire anche in Italia, consentendo a chi entra nel mondo del lavoro di destinare una quota dei contributi a un fondo di sua scelta. La transizione ha un costo preciso. Ogni euro che affluisce sul conto del giovane è un euro in meno per pagare le pensioni correnti. Gli impegni verso chi ha già versato vanno onorati e il Parlamento dovrebbe dire con quali risorse intende farlo. È una discussione più onesta di quella che, a ogni legge di bilancio, ricomincia da qualche mese in più di lavoro o da qualche punto in meno di rivalutazione. Anche il figlio che con la prima busta paga contribuisce alla pensione del padre ha diritto di cominciare, con quella stessa busta paga, a costruire la propria.
Aggiornato il 04 novembre 2026 alle ore 10:20
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