Nel 2025 i viaggiatori internazionali hanno raggiunto quota 1,5 miliardi, il settore ha contribuito all’economia mondiale per 11.600 miliardi di dollari e ha sostenuto 366 milioni di posti di lavoro, circa uno ogni nove. In questo scenario il World Economic Forum ha pubblicato la decima edizione del Travel & Tourism Development Index (TTDI), che colloca l’Italia al decimo posto su 110 economie. L’indice è stato realizzato in collaborazione con Zurich Insurance Group e presentato il 25 settembre.
Il TTDI misura le condizioni che permettono ai viaggi di svilupparsi in modo sostenibile e resiliente, senza prendere in considerazione arrivi o incassi. Si fonda su 102 indicatori raccolti in 17 pilastri: infrastrutture di trasporto e servizi di accoglienza, sicurezza e salute, digitalizzazione, apertura ai viaggiatori, prezzi, risorse culturali e naturali, sostenibilità ambientale. Il punteggio va da 1 a 7. Le economie analizzate erano 119 nell’edizione precedente; poiché copertura e criteri sono cambiati, il WEF ha ricalcolato i dati del 2019, del 2021 e del 2024, e i confronti con il passato si basano su quei valori aggiornati.
In testa c’è il Giappone, con 5,27 punti, salito di due posizioni. Seguono Stati Uniti, Spagna, Australia e Francia, poi Germania, Regno Unito, Cina, Svizzera e Italia. Le dieci economie sono le stesse del 2024 e cambia soltanto l’ordine. Sei sono europee, nove su dieci appartengono al gruppo delle economie avanzate, con la Cina come unica eccezione, e l’Europa con l’Eurasia resta la regione con il punteggio medio più alto. Il quadro generale è in miglioramento: 101 economie su 110, il 92%, hanno aumentato il punteggio rispetto al 2024, con una crescita media del 2,1%, la più rapida dal 2019.
L’Italia totalizza 4,93 punti, a 0,34 dal Giappone e a 0,02 dal Portogallo, che segue all’undicesimo posto con 4,91. Il suo punteggio è salito a ogni edizione, da 4,76 nel 2019 a 4,82 nel 2021 e 4,86 nel 2024. Rispetto a due anni fa la crescita è dell’1,3%, inferiore alla media mondiale e a quella dell’area Europa ed Eurasia (1,8%), e l’Italia cede una posizione. Rispetto al 2019 il bilancio è più ampio: tre posizioni guadagnate e un incremento del 3,6%, vicino a quello di Francia (+3,5%) e Grecia (+3,6%).
La scheda dell’Italia nel Data Explorer del WEF mostra da dove arrivi il decimo posto. Il risultato migliore è nelle risorse culturali, dove con 6,40 punti il Paese è quarto al mondo. Nella fascia alta della graduatoria si collocano anche i servizi turistici (14ª, 5,12), il trasporto aereo (17ª, 5,66), le risorse naturali (17ª, 4,62), la salute e l’igiene (18ª, 6,14), le infrastrutture di terra e portuali (21ª, 4,64) e le risorse per viaggi di lavoro ed eventi (13ª, 4,79). Questi pilastri portano la dimensione delle infrastrutture e dei servizi al 13° posto (5,14) e quella delle risorse turistiche all’11° (5,27).
Più indietro si trovano i pilastri legati al contesto economico: l’ambiente imprenditoriale è 39° (4,81), le risorse umane e il mercato del lavoro 40° (4,53), la digitalizzazione 38ª (5,87) e la sicurezza 43ª, pur con 6,05 punti, perché molte economie ottengono risultati analoghi. In questa fascia rientra l’intera dimensione dell’ambiente favorevole, al 35° posto (5,48).
Il capitolo meno favorevole riguarda il costo. Nella competitività dei prezzi l’Italia è 102ª su 110 con 2,64 punti, tra le ultime economie dell’indice, e questo trascina la dimensione delle politiche per il turismo al 75° posto (4,11), nonostante la priorità data al settore (35ª, 4,90) e l’apertura ai viaggiatori (25ª, 4,81). Anche la dimensione della sostenibilità si ferma al 49° posto (4,26), per effetto dell’impatto socioeconomico del turismo sulle comunità (83ª, 3,72) e della sostenibilità della domanda (69ª, 3,75), mentre la sostenibilità ambientale è 21ª (5,32).
Il profilo riporta anche alcuni dati di contesto: 61,3 milioni di arrivi internazionali, 64,1 miliardi di dollari di incassi dal turismo internazionale, 1,59 milioni di occupati nel settore, che pesa il 4,8% del prodotto interno lordo e il 6,6% dell’occupazione. Il 67,1% della spesa turistica interna proviene da residenti.
Sulla sostenibilità della domanda, l’indicatore che misura quanto i flussi siano distribuiti tra luoghi e stagioni, il Giappone ha costruito la propria scalata. Il rapporto lo indica come secondo Paese per miglioramento in questo pilastro e quarto nell’apertura ai viaggiatori, e lo presenta come un caso di diversificazione, sia dei mercati di provenienza sia delle destinazioni. A ottobre 2025 le notti dei visitatori stranieri nelle aree regionali sono aumentate del 14,1% su base annua, mentre nelle tre maggiori aree urbane sono calate dello 0,8%. Tra il 2019 e il 2025 la quota di arrivi da Cina, Corea, Taiwan e Hong Kong è scesa dal 70% al 65%, mentre quella da Stati Uniti, Europa, Australia e Medio Oriente è salita dal 14% al 18%.
Il dato giapponese offre una lettura anche per l’Italia. Nella sostenibilità della domanda, il pilastro che misura quanto i flussi siano distribuiti tra luoghi e stagioni e quanta pressione generi la concentrazione dei visitatori, il Paese è 69° con 3,75 punti, un risultato lontano dai piazzamenti ottenuti sulla cultura (4°) e sui servizi turistici (14°). L’analisi del WEF riguarda il Paese nel suo complesso. Tra i casi citati, a migliorare sono le destinazioni capaci di portare i visitatori oltre i grandi poli: il Giappone ha promosso le città minori e le aree regionali, dove le notti dei visitatori stranieri crescono più che nelle metropoli. Per un Paese come il nostro con territori ancora ai margini dei circuiti principali, come le aree interne dell’Appennino, la distribuzione dei flussi è uno dei terreni in cui l’indice lascia più spazio di miglioramento.
Un esempio italiano citato dal rapporto è quello di San Vigilio, nelle Dolomiti, dove l’assistente virtuale «Giggo» aiuta i visitatori a pianificare itinerari in base a meteo, affollamento e accessibilità, indirizzandoli lungo la valle.
La destinazione che più ha migliorato il proprio punteggio tra il 2024 e il 2026 è l’Albania: +7,0%, dieci posizioni guadagnate e un 53° posto con 4,14 punti. Dal 2019 la crescita arriva al 12,8%, con venti posizioni recuperate. Hanno contribuito i servizi e le infrastrutture turistiche, dove il suo balzo del 44% è il più alto fra tutte le economie, il trasporto aereo e le infrastrutture di terra e portuali. Il rapporto aggiunge che il Paese ha offerto un’alternativa più economica alle destinazioni vicine, senza rinunciare a un’esperienza competitiva. A livello regionale, l’Asia-Pacifico concentra sette dei dieci Paesi con la crescita più marcata.
Dietro la crescita generale, il WEF segnala alcune tensioni. Tra il 2024 e il 2026 i prezzi legati ai viaggi sono aumentati più dell’inflazione e la competitività di prezzo è calata in tre economie su quattro. Gli investimenti del settore restano indietro rispetto alla domanda dal 2022. I primi venti Paesi della classifica ottengono punteggi inferiori alla media mondiale proprio sulla competitività dei prezzi, e molte economie europee mostrano valori più bassi sull’impatto socioeconomico, legato all’intensità dei flussi. Il valore economico e sociale generato dal turismo si è indebolito nel biennio, mentre la concentrazione dei visitatori resta sopra i livelli precedenti alla pandemia.
Da questi dati prende forma il messaggio che attraversa l’intero documento: dopo la fase di recupero, la questione centrale è come gestire la crescita. Cinque le priorità proposte: diversificare mercati e destinazioni, garantire accessibilità e continuità operativa, competere sul valore anziché solo sul prezzo, mantenere il consenso delle comunità locali, rafforzare la forza lavoro.
Giappone e Albania mostrano due percorsi diversi: il primo ha ampliato mercati e territori di destinazione, la seconda ha puntato su prezzi inferiori a quelli dei vicini e su servizi e collegamenti in miglioramento. Il rapporto osserva che nelle condizioni attuali possono avanzare sia le mete in grado di giustificare costi elevati sia quelle che offrono un valore credibile a costi più contenuti. Con la competitività di prezzo tra le più basse dell’indice, l’Italia si colloca di fatto nel primo gruppo, per il quale il WEF segnala la necessità di giustificare i prezzi con infrastrutture, qualità dei servizi e organizzazione dell’offerta sul territorio.
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