Enrico Maria Fardella: “Disoccupazione o debito: un doloroso aggiustamento incombe su tutta l’Ue”


Gli squilibri commerciali globali riflettono il modo in cui i Paesi distribuiscono il reddito. Ma le scelte di politica economica che stanno plasmando Cina e Stati Uniti non riguardano solo le loro dinamiche interne, tutt’altro: hanno ricadute dirette e concrete sulle nostre. Non governare i rapporti economici esterni vuol dire consentire alle scelte distributive altrui di definire la struttura produttiva europea. Arrivando a minacciarla. È l’opinione di Enrico Maria Fardella, professore associato presso il Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, Associate Director del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University e Adjunct Professor alla SAIS Europe della Johns Hopkins University.

Affrontare gli squilibri esterni è quindi imperativo. Ed è il motivo per cui negli ultimi mesi l’Unione Europa ha scoperto l’urgenza di affrontare di petto le relazioni commerciali con Pechino – e non solo – per difendersi da quello che gli economisti hanno già ribattezzato China Shock 2.0. L’Europa è tra i principali mercati su cui l’eccesso produttivo: il deficit commerciale ha ormai ampiamente superato il miliardo di euro al giorno. Quest’anno, ha avvertito il Commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, batterà ogni record. I segnali si vedono: in Germania l’automotive vive una crisi esistenziale. Ma non è un caso isolato: anche la casa svedese Volvo paga il crollo delle vendite in Cina e i dazi negli Stati Uniti e archivia il terzo trimestre in rosso con i ricavi in calo del 23%, e una perdita di  5,7 miliardi di corone svedesi. Per correre ai ripari il gruppo ha annunciato un taglio di circa 2.500 posti di lavoro a livello globale (circa il 6% della forza lavoro) , di cui 2.000 in Svezia in particolare nell’area di Goteborg dove ha sede la produzione. Disoccupazione, o debito per evitarla: la partita insomma non è puramente commerciale, ma industriale, economica e politica.

Professore: la Cina, da un lato, continua a inondare i mercati esteri con le sue esportazioni; gli Stati Uniti, dall’altro, stanno perseguendo politiche protezioniste per difendere la propria manifattura. In mezzo, c’è l’Europa, che pare sia diventata il terminale di tutti gli squilibri che le altre potenze economiche scaricano fuori dai propri confini. È così?

Il mio amico e collega Michael Pettis mi ha insegnato che gli squilibri commerciali globali riflettono soprattutto il modo in cui le economie distribuiscono il reddito. La Cina sostiene la propria competitività industriale comprimendo i consumi interni e trasferendo all’estero la domanda necessaria ad assorbire la sua produzione. Gli Stati Uniti cercano di sottrarsi al ruolo di principale assorbitore degli squilibri globali. E il rischio è dunque che l’aggiustamento ricada sull’Europa, costretta a sacrificare parte della propria capacità industriale non perché meno efficiente, ma per assorbire gli effetti delle politiche economiche altrui.

Cosa fare allora?

Per uscirne non basta aumentare la competitività attraverso riforme strutturali o investimenti tecnologici. Occorre recuperare la capacità di governare i rapporti economici esterni, impedendo che le scelte distributive e industriali degli altri Paesi determinino automaticamente la struttura produttiva europea. Non si tratta di rinunciare al libero scambio, ma di ricostruirne le condizioni di sostenibilità.

Può spiegare come queste dinamiche come si traducono nell’economia reale?

Il meccanismo è più semplice di quanto possa sembrare. La Cina produce più di quanto riesca ad assorbire attraverso i consumi e gli investimenti interni. Deve perciò vendere all’estero la produzione in eccesso, investendo fuori dai propri confini il risparmio che ne deriva. Finora sono stati soprattutto gli Stati Uniti ad assorbire questi capitali, ma Washington sta cercando di ridurre il proprio deficit commerciale e la dipendenza dalla produzione estera. Se riuscisse a farlo, la Cina e le altre economie in surplus dovrebbero trovare nuovi mercati in cui investire i propri risparmi e vendere i propri prodotti. L’Europa rischierebbe di diventare una delle principali destinazioni di questi flussi.

Del resto lo sta già diventando. Ci potrebbero essere conseguenze negative?

Certo. Un maggiore afflusso di capitali tenderebbe a rafforzare l’euro, rendendo i prodotti europei più costosi all’estero e quelli importati più convenienti. Le nostre imprese rischierebbero così di perdere quote di mercato e avrebbero meno incentivi a investire. Come ha rilevato la stessa BCE, infatti, oggi il principale ostacolo agli investimenti europei non è la mancanza di capitali, ma la debolezza della domanda.

Insomma il problema non è trovare chi investe, ma chi acquisterebbe beni e servizi derivanti da quegli investimenti?

Sì. Il problema non è trovare i soldi per produrre di più, ma avere abbastanza clienti a cui vendere. E se una quota crescente della domanda viene soddisfatta dalle importazioni, gli investimenti diventano ancora meno convenienti.

Cosa succederebbe allora?

A questo punto l’Europa si troverebbe di fronte a due alternative. Se riceviamo più capitali dall’estero senza utilizzarli per nuovi investimenti produttivi, dobbiamo necessariamente ridurre il nostro risparmio interno. Questo può avvenire attraverso una contrazione dell’economia: le imprese vendono meno, riducono la produzione, licenziano e, diminuendo i redditi, diminuiscono anche i risparmi.

E l’altra strada?

Sarebbe attraverso un aumento del debito pubblico e privato, che permette di sostenere consumi e occupazione nonostante la perdita di competitività. Il paradosso è che l’Europa rischierebbe così di indebitarsi per sostenere una domanda che finirebbe per alimentare sempre più la produzione industriale degli altri, mentre la propria si indebolisce. È una dinamica che ha contribuito alla deindustrializzazione americana e che Washington sta oggi cercando di invertire. 

In un articolo pubblicato insieme a Michael Pettis dal titolo “How Europe can harness its economic power”, sostenete che una via d’uscita da questa forbice fatta di debito o disoccupazione, ci sarebbe: controllo degli investimenti esteri, difesa commerciale, riforma degli aiuti di stati, più debito comune, un patto sui salari per bilanciare gli squilibri all’interno dell’Ue. Ma un salto di qualità di questo tipo nella politica europea non sembra all’orizzonte. E anche se fosse, ci sarebbero ritorsioni dall’estero…

Certamente ci sarebbero dei costi e il rischio di ritorsioni commerciali, ma dovremmo confrontarli con quelli, potenzialmente superiori, dell’inazione. L’Europa non dovrebbe imitare il mercantilismo cinese o americano, ma correggere le distorsioni che alterano la concorrenza internazionale, distinguendo tra autentici vantaggi di produttività e competitività sostenuta da sussidi, credito agevolato e compressione salariale.


media_alt

La Cina potrebbe reagire. 

Sì, ma la dipendenza è reciproca: il mercato europeo è fondamentale anche per Pechino. Il vero ostacolo è la frammentazione interna dell’Unione, che impedisce di esercitare pienamente questo potere negoziale. Servirebbero quindi una politica commerciale comune, una capacità fiscale europea e un riequilibrio della domanda interna, soprattutto nei Paesi in surplus. Il rischio maggiore non è provocare una guerra commerciale, ma accettare, per paura delle ritorsioni, una progressiva deindustrializzazione dell’Europa.

Crede che i disordini e le rivolte di questi giorni in varie città d’Europa siano un primo segnale di questo sconvolgimento in atto nelle dinamiche e nelle relazioni economiche tra grandi Paesi?

Sarebbe troppo semplice descrivere un meccanismo così complesso in termini tanto lineari. Se proprio volessimo individuare un denominatore comune, potremmo dire che la disperazione, anche quella apparentemente banale di ragazzi confusi e disorientati, è una delle tante manifestazioni di una società nella quale aspettative e possibilità concrete divergono sempre di più. Le prime vengono continuamente alimentate, e spesso esasperate, dai social media; le seconde sono invece soffocate da disuguaglianze crescenti, dalla precarietà e dalla progressiva erosione delle opportunità di mobilità sociale. Se volessimo intervenire sulle cause profonde di questo disagio, avrebbe probabilmente senso partire proprio dalla necessità di correggere questa divergenza. Ed è qui che il discorso si ricollega agli squilibri economici globali. Se l’Europa non riuscisse a contrastarne efficacemente gli effetti sulla propria economia, rischierebbe di perdere progressivamente anche la capacità di ridurre le disuguaglianze interne e di garantire quelle opportunità di crescita e mobilità sociale sulle quali si è fondato il suo modello di sviluppo.

I Governi europei abbiano effettivamente compreso la portata dei fenomeni macroeconomici in corso, delle loro ricadute in ambito sociale e, soprattutto, dell’urgenza di agire? 

Credo che come ha dimostrato l’ultimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, l’Europa abbia compreso il problema anche se non mi pare di riscontrare ancora una visione comune sulle sue cause. Si parla spesso di aumentare la produttività e investire nell’innovazione per tornare competitivi. Ma se altri Paesi sostengono le proprie industrie comprimendo i consumi interni e riversando la produzione in eccesso sui mercati esteri, migliorare la nostra efficienza non basta. L’Europa dovrebbe anche proteggersi da questi squilibri e rafforzare la propria domanda interna, altrimenti rischia di perdere progressivamente capacità industriale, occupazione e coesione sociale.

L’Europa deve ripensare il modo di finanziare il suo modello di sviluppo?

Non spetta a me dirlo ovviamente. Personalità di altissimo profilo, a cominciare da Mario Draghi, si sono espresse chiaramente a favore di un cambio di passo che consenta di difendere il progetto europeo rafforzandolo. La triplice crisi che l’Europa si trova ad affrontare — di sicurezza con la Russia, economica con la Cina e politica nei rapporti con gli Stati Uniti — potrebbe aiutare a rendere più popolare il senso di urgenza di questa necessaria trasformazione. L’Unione Europea rappresenta, a mio avviso, la tecnologia politica più avanzata che abbiamo saputo costruire. Continuare a sottolinearne i difetti fa il gioco di chi la teme o vorrebbe indebolirla. Riconoscerne le virtù e affrontarne concretamente i problemi per rafforzarla è invece la responsabilità di chi crede nel suo futuro.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม