Negli ampi saloni del ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità di Largo Chigi, contornata da solerti collaboratrici, Eugenia Roccella sembra ancora più minuta. In realtà, è un raro esempio di mitezza al potere. In questa intervista parla per la prima volta della tragica scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari, il 27 giugno nel lago di Vico.
Ministro Roccella, com’è stata la ripresa del lavoro dopo la tragica morte di suo marito?
«Per la verità, non ho mai interrotto. Ho ripreso subito, anche perché è quello che avrebbe voluto lui. Lo so con certezza perché ha sempre accompagnato le mie scelte politiche, mi è sempre stato accanto, ha sempre parteggiato. Spesso c’è una difficoltà nei rapporti di coppia, soprattutto quando le donne hanno un impegno intenso fuori dall’ambito familiare; invece, Luigi è sempre stato il primo a mcondividere e ad appoggiarmi, senza mai essere invasivo. Ora è una mancanza abissale. Lo è tutti i minuti della mia vita, considerando che ho sempre vissuto con lui da quando avevo 18 anni. È stato però un grande conforto averlo ritrovato e averlo potuto seppellire cristianamente con una cerimonia affettuosa da parte di tanti. Adesso lo ricorderemo, e lo ricorderanno i suoi ex studenti all’università di Pescara il prossimo 4 dicembre».
Che cosa l’ha sorretta in quei 40 giorni quando non si trovava il suo corpo nel lago?
«La speranza, innanzitutto. E, ovviamente, le persone che mi sono state intorno. Non sono mai stata lasciata sola. La vicinanza dei figli e degli amici: averli intorno in questi momenti, avere una comunità, una rete di affetti, è fondamentale. Non mi sono mai rassegnata, quando non si riusciva a trovarlo. La speranza e la preghiera sono molto strette tra loro. Anche se la perdita è stata violenta. Il modo, lo è stato. Un attimo prima c’era e un attimo dopo era scomparso. La cerimonia degli addii è fondamentale. Ho accompagnato a morire mio padre, e anche mia madre. Sono morti in casa. Mio padre mi diceva: “Voglio morire con la mia mano nella tua”. È un cammino che accompagna la separazione tra due anime sulla terra. Con lui no, è stato molto brutale. Alla fine, non puoi capire, non puoi sapere. Vieni messo di fronte alla limitatezza della vita e della comprensione degli eventi. Non ti resta che affidarti. Capisci che la presunzione dell’autodeterminazione e l’idea del controllo umano sulla vita è qualcosa di illusorio. Così, la consapevolezza della finitezza e dell’impossibilità di avere tutto sotto controllo è un elemento fondamentale del percorso di crescita che nella nostra esistenza possiamo fare».
Quando fu rinvenuto il corpo di suo marito ringraziò pubblicamente gli uomini dello Stato che si erano prodigati a quello scopo: cosa pensa del disprezzo verso le forze dell’ordine a cui assistiamo in questi giorni?
«È un rispetto a cui tutti dovremmo essere educati perché la loro azione è una garanzia del nostro vivere insieme. Nella nostra civiltà si separano i diritti dalla responsabilità. La libertà invece è connessa alle responsabilità personali e sociali. Il disprezzo delle forze dell’ordine deriva da questa mancanza di senso della comunità e di solidarietà».
Da ministro che cosa la colpisce di quello che sta succedendo nelle nostre città?
«Alcuni anni fa il cardinale Camillo Ruini parlava di emergenza educativa. Oggi quella emergenza è diventata un’urgenza. Possiamo anche citare I no che aiutano a crescere, un famoso libro che aiutava a mettere le basi della distinzione tra bene e male. Mi sembra che nella mentalità comune la distinzione tra bene e male non sia più molto popolare. Pensiamo alle fiabe, ai cartoni animati…».
Cosa vuol dire?
«Che erano fondamentali nella formazione dei bambini. C’era il buono che incontrava difficoltà per raggiungere il suo scopo, c’era il cattivo che lo ostacolava, e c’era l’aiutante che faceva vincere il bene… Mi amareggia la svolta nichilista di alcune grandi piattaforme come la Disney. Nelle fiabe e nei cartoni moderni l’eroe è problematico e controverso. È un eroe che, da grande, potrà sfasciare le vetrine. Come ministero abbiamo cercato di aiutare le famiglie nel compito educativo. Oggi le famiglie sono molto più sole di un tempo perché la rete parentale si è smagliata. Mentre il bambino dev’essere al centro di un villaggio: stiamo provando a dare più strumenti, luoghi e risorse per ricostruire questo villaggio».
Un esempio?
«Con il decreto Caivano abbiamo inserito l’opzione del parental control sui nuovi cellulari perché si possa monitorare l’attività dei minori. I genitori possono regolare il tempo, gli orari, i contenuti, i siti e il tipo di persone frequentate dai figli con lo smartphone. Si è liberi di attivarlo oppure no. È un sostegno alle capacità educative dei genitori in cui crediamo molto».
Da ex ragazza del movimento studentesco e femminista sente l’urgenza di «capire» le rivolte di questi giovani?
«I giovani di ogni generazione hanno il proprio malessere. Quando con l’adolescenza ci si affaccia alla vita è normale. Perciò, lo sforzo di ascoltare va fatto sempre. Ma capire non vuol dire giustificare. Oggi vedo più un approccio giustificazionista che un reale tentativo di comprensione, mentre capire vuol dire anche giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato».
Oltre il carovita che assillerebbe i teenagers, qual è il contenuto delle proteste?
«Non l’ho capito. Lo slogan che si sente ripetere è: se facciamo una manifestazione pacifica nessuno ci ascolta mentre se distruggiamo i negozi ci danno retta. Ma questo presuppone che ci siano dei contenuti da ascoltare. Le motivazioni vengono appiccicate dall’esterno, dai politici o dagli opinionisti».
Dopo i saccheggi, con la scoperta che l’ideatore del movimento «17 ottobre» è un militante pro Pal si è definito il profilo politico di queste proteste?
«Fin dall’inizio ho stentato a credere che queste proteste, in cui si vede spesso un atteggiamento distruttivo e nichilista, fossero spontanee. Si ha la sensazione che quello che sta accadendo sia almeno in parte preordinato, e alimentato con una regia. Le autorità competenti sono al lavoro, ma certamente gli elementi che stanno emergendo vanno in questa direzione, anche perché da tempo appare chiaro che in molti casi le mobilitazioni pro Pal in Italia nascondano più una spinta antigovernativa che un reale interesse per la popolazione palestinese».
Che cosa pensa del fatto che buona parte dei protagonisti di queste razzie sono preadolescenti?
«È l’emergenza educativa di cui parlavamo poco fa. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha messo mano a interventi sulla scuola. Però non può passare l’idea di una certa impunità. Faccio l’esempio della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne: i primi due punti riguardano la prevenzione e la protezione, ma il terzo è la repressione. La punizione, se si sceglie il male, è fondamento dell’educazione».
Vuol dire qualcosa il fatto che i dodicenni di oggi durante il Covid avevano sei anni, hanno iniziato la scuola con la Dad e conosciuto i compagni attraverso uno schermo?
«È stata certamente una spinta ulteriore all’approccio ormai universale alla vita mediata dal telefonino. Il rapporto con le tecnologie e lo schermo è dilagante e lascia segni profondi. L’obiettivo è adeguare gli strumenti educativi alle nuove tecnologie, la proposta del parental control ne è un esempio».
L’invasione di Ceuta, la protesta dei casseur, il movimento 17 ottobre dicono che gli adulti non intercettano un intero mondo?
«Sì, è così. Per questo dobbiamo imparare a usare i nuovi strumenti per veicolare messaggi costruttivi. Quando ai ragazzi viene detto “vieni alla manifestazione perché puoi prenderti gratis le sneakers o la felpa firmata” noi che cosa abbiamo da contrapporre?».
Sui social scorre un’onda di rabbia per questi bambini-adolescenti che hanno iniziato a vivere dentro uno schermo?
«Non possiamo fermare le tecnologie, possiamo governarle. Di più, dobbiamo riempirle di contenuti positivi. Dev’esserci la parte gratificante, per potersi identificare con un modello positivo, socialmente riconosciuto. Sono canoni elementari: si deve poter dire “bravo” a un ragazzo che fa la cosa giusta e sanzionare quello che la fa sbagliata. Ma il no dev’essere concreto, non solo accademico».
Perché la Chiesa italiana non si è ancora sentita?
«I vescovi francesi sono stati molto chiari, spero che lo siano presto anche quelli italiani. Perché, proprio nella distinzione tra bene e male, la funzione educativa della Chiesa è fondamentale».
Il terreno più ostico per il suo ministero è quello in favore della natalità?
«È una lotta contro la matematica. Oggi c’è un tasso fertilità di poco più di un figlio per donna, simile a quello degli anni Novanta. Solo che nel 1995 nascevano circa 500.000 bambini e oggi ne nascono 200.000 di meno perché sono diminuite le donne in età fertile. Noi stiamo frenando la discesa più di Francia, Germania, Svezia, Belgio e Danimarca che hanno denatalità simili alla nostra. Non basta certo a consolarci».
Segnali di speranza?
«Un’inversione di tendenza è possibile nel lungo periodo, grazie a politiche di sostegno alla famiglia, ma bisogna aggiornarsi alla contemporaneità. I genitori devono sentirsi liberi di fare i figli che desiderano senza che questo si traduca in una penalizzazione della carriera e degli stili di vita contemporanei».
Quando verrà analizzata a distanza che cosa rimarrà della vicenda della famiglia del bosco?
«Come si è visto in un recente sondaggio questi fatti hanno diffuso sfiducia nei servizi sociali. L’alleanza tra famiglie e servizi ora va ricostruita perché, se nei momenti di difficoltà le famiglie non vi ricorrono per timore della loro invasività, il problema è molto grave».
I medici che stilano certificati falsi per non mandare gli irregolari nei Cpr, i magistrati che rilasciano gli immigrati che delinquono e gli assistenti sociali che tolgono i figli ai genitori di cosa sono sintomo?
«C’è una radicalizzazione del dibattito pubblico. Una volta si discuteva anche di temi molto divisivi con rispetto reciproco e dei ruoli. Cresce la tendenza a usare anche la professione come strumento politico improprio, nella logica della contrapposizione e della radicalizzazione».
Come si vede nella prossima legislatura?
«Se non ho lasciato dopo quello che mi è successo è evidente che continuerò a lavorare, nelle forme che non sarò io a decidere. Non so essere indifferente a ciò che avviene attorno a me. Per me è fondamentale prendere parte».
La Verità, 25 ottobre 2026
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