Ci sono persone che si prendono cura di un familiare senza conoscere ferie, orari o pause. Si alzano prima degli altri, organizzano visite mediche, assistono un genitore non autosufficiente, sostengono un figlio con disabilità, rinunciano talvolta a un lavoro o a una parte della propria vita sociale. Non chiedono di essere celebrate. Chiedono che quel lavoro quotidiano, spesso invisibile, venga riconosciuto e che le istituzioni non le lascino sole. Il loro impegno è una forma concreta di solidarietà, ma la solidarietà ha bisogno di condizioni che la rendano sostenibile.
L’approvazione alla Camera, il 14 ottobre 2026, del disegno di legge sul riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari porta alla ribalta una questione rimasta a lungo senza una disciplina organica di sostegno. Al centro di questo passaggio c’è l’iniziativa della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha promosso il testo governativo e ne ha seguito il confronto con le famiglie, le associazioni e il Parlamento. Il provvedimento non è ancora legge definitiva: il 16 ottobre è stato trasmesso al Senato come A.S. 2063, dove deve completare l’iter legislativo.
La novità apre però una domanda che interessa direttamente tutta la comunità educativa: una norma può riconoscere la cura, ma chi insegnerà ai ragazzi a comprenderne il valore? Se vogliamo che il rispetto e l’impegno civile diventino comportamenti, dobbiamo partire dalle aule, dalla relazione tra scuola e famiglia, dalla formazione di cittadini capaci di accorgersi di chi vive accanto a loro.
Alessandra Locatelli: dal bisogno delle famiglie all’iniziativa legislativa
Il ruolo di Alessandra Locatelli non può essere ridotto alla dichiarazione pronunciata dopo il voto. Il disegno di legge A.C. 2789, presentato il 6 febbraio 2026, è di iniziativa governativa ed è stato formalmente presentato dalla ministra per le Disabilità, di concerto con i ministri competenti. La documentazione parlamentare permette di individuare con precisione questa responsabilità istituzionale, senza attribuire impropriamente a un singolo parlamentare la paternità del provvedimento governativo.
Il percorso è arrivato dopo anni di richieste e numerose proposte di legge. Tra quelle abbinate figura l’A.C. 114, di cui Massimiliano Panizzut è primo firmatario; Luciano Ciocchetti e lo stesso Panizzut sono stati relatori del testo in Commissione Affari sociali, presieduta da Ugo Cappellacci. Riconoscere questi contributi significa ricostruire una vicenda parlamentare plurale. Nello stesso tempo, significa non perdere di vista la continuità dell’iniziativa politica e amministrativa assunta da Locatelli nel portare il tema a una nuova fase dell’iter.
Non essere sostituiti, ma accompagnati: il significato delle parole della ministra
Nelle parole pronunciate da Locatelli dopo l’approvazione della Camera emerge un’idea di particolare interesse educativo: i familiari che assistono persone fragili non vogliono essere sostituiti, ma accompagnati. È un’affermazione che sposta l’attenzione dal solo aiuto economico alla qualità della relazione fra persona, famiglia e istituzioni. Accompagnare significa ascoltare bisogni differenti, riconoscere il sapere maturato nell’esperienza quotidiana, sostenere senza invadere e rispettare la volontà di chi riceve assistenza.
La ministra ha ricordato le associazioni che hanno sostenuto questa battaglia e le famiglie che ogni giorno superano difficoltà concrete. Ha ringraziato anche maggioranza e opposizioni per il contributo al lavoro parlamentare. È un dato non secondario: la cura può diventare terreno di responsabilità condivisa, purché il confronto non nasconda le differenze sulle misure e sulle risorse. Per la scuola, quel verbo — accompagnare — descrive bene anche una funzione educativa: aiutare qualcuno a crescere e a scegliere, senza sostituirsi alla sua autonomia.
Il confronto con associazioni e territori e la continuità dell’impegno
Il percorso promosso da Locatelli è stato preceduto da un tavolo di lavoro che, secondo le comunicazioni ufficiali del Ministero, ha coinvolto oltre cinquanta soggetti tra familiari, associazioni e rappresentanze dei territori. Il confronto non elimina la necessità di esaminare criticamente il risultato, ma chiarisce la scelta di affrontare una questione complessa ascoltando chi la vive direttamente. Nell’aprile 2026 la ministra aveva collegato il parere favorevole della Conferenza unificata alla necessità di proseguire verso un riconoscimento concreto.
L’attenzione alle storie individuali ha trovato spazio anche nei suoi interventi pubblici sull’inclusione scolastica, sull’autonomia e sulle risorse necessarie ai servizi. Questo collegamento merita di essere sottolineato: il caregiver non vive in una dimensione separata dalla scuola, dal lavoro o dalla comunità. Quando una famiglia è caricata di responsabilità assistenziali senza adeguati sostegni, ne risentono il tempo degli adulti, le opportunità dei figli e la possibilità di partecipare pienamente alla vita collettiva.
Nel settembre 2026, intervenendo sul tema delle risorse pubbliche, Locatelli ha richiamato sia il sostegno ai caregiver sia i fondi per l’autonomia e la comunicazione scolastica. È un collegamento significativo, perché colloca nella stessa cornice l’inclusione degli studenti e la qualità della vita delle loro famiglie. Un bambino con disabilità deve poter partecipare pienamente alla scuola, mentre i suoi genitori devono poter contare su servizi adeguati. Le due necessità non si escludono: si rafforzano reciprocamente. Quando l’assistenza educativa e l’organizzazione territoriale funzionano, diminuisce anche il rischio che ogni difficoltà ricada unicamente sui familiari.
Dalla Carta di Solfagnano ai caregiver: la persona al centro
A due anni dalla firma della Carta di Solfagnano, documento conclusivo del G7 Inclusione e Disabilità del 2024, Locatelli ha richiamato, il 16 ottobre 2026, il valore del dialogo tra istituzioni, associazioni e società civile. Ha posto l’accento sulla partecipazione delle persone con disabilità, sulle loro aspirazioni, sulla vita indipendente e sulla qualità dei servizi. La Carta e il disegno di legge sui caregiver appartengono a percorsi distinti, ma presentano un elemento di continuità: la persona non va definita soltanto dai propri bisogni assistenziali.
È una prospettiva preziosa per chi insegna. Una scuola inclusiva non considera l’alunno con disabilità una somma di difficoltà e non interpreta la famiglia esclusivamente come destinataria di prestazioni. Riconosce competenze, progetti di vita, desideri e possibilità di partecipazione. Nello stesso modo, il familiare che presta assistenza non è una figura accessoria: è una persona con diritti, limiti, talenti e aspirazioni che devono poter convivere con l’impegno di cura.
Che cosa prevede davvero il testo approvato dalla Camera
Il disegno di legge introduce profili di caregiver familiare differenziati in relazione al carico assistenziale. Il caregiver prevalente convivente è individuato, tra gli altri requisiti, da un impegno pari ad almeno 91 ore settimanali; altri profili distinguono chi assiste per almeno 30 ore e chi svolge attività di cura per un numero inferiore di ore, secondo le condizioni previste dall’articolo 2. L’obiettivo dichiarato è associare riconoscimento e sostegni all’intensità dell’assistenza.
L’articolo 14 prevede dal 2027, per i caregiver prevalenti in possesso dei requisiti, un contributo economico con tetto massimo di 1.200 euro per trimestre, pari al massimo teorico di 400 euro mensili. Il limite ISEE è stato portato a 25.000 euro; restano condizioni relative al reddito da lavoro e agli altri criteri stabiliti dalla norma. L’importo concreto dipenderà dai parametri previsti e dalle risorse disponibili. Non si può quindi affermare che tutti i caregiver riceveranno automaticamente 400 euro. Sono previste anche misure di conciliazione lavorativa, sostegni al benessere psicofisico e valorizzazione delle competenze.
L’approvazione è un passaggio, non l’arrivo: diritti, risorse e attuazione
La precisione conta soprattutto quando una notizia riguarda milioni di famiglie. Il voto favorevole della Camera non equivale all’entrata in vigore di una legge: occorrono il completamento dell’esame parlamentare, la promulgazione e la pubblicazione. Il testo prevede l’entrata in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, mentre singole misure richiedono ulteriori passaggi o decorrono dal 2027. Anche il funzionamento della piattaforma INPS e i provvedimenti attuativi avranno un peso decisivo.
Restano legittime le domande sull’adeguatezza del contributo, sull’effettivo accesso ai servizi di sollievo e su chi rischia di non rientrare nei requisiti economici. Il riconoscimento normativo avrà senso se produrrà un miglioramento verificabile nella vita delle persone. Proprio qui si può leggere il valore del percorso avviato: aver reso centrale una questione spesso trattata come un problema esclusivamente domestico. La discussione dovrà proseguire con attenzione ai bisogni concreti, non con slogan.
La scuola ha una missione che nessuna legge può sostituire
Il Parlamento può definire diritti, procedure e risorse. Non può però insegnare da solo a una generazione a rispettare il sacrificio di chi assiste un familiare. È questa la parte del problema che riguarda gli educatori. La scuola deve aiutare gli studenti a vedere ciò che normalmente rimane nascosto: il tempo sottratto al riposo, le preoccupazioni quotidiane, l’organizzazione di una casa intorno ai bisogni di qualcuno, la fatica di affrontare una malattia senza perdere la propria dignità.
Non si propone di trasformare gli alunni in assistenti né di caricare l’infanzia di responsabilità improprie. Si chiede alla scuola di educare alla corresponsabilità: capire quando qualcuno ha bisogno, offrire aiuto con discrezione, non deridere la fragilità, saper lavorare con gli altri. Queste competenze umane non sono meno importanti dell’apprendimento linguistico o matematico. Sono parte di un’istruzione che prepara alla convivenza democratica e non soltanto alla competizione individuale.
Il sacrificio merita riconoscimento, senza diventare una condanna
Il sacrificio è una parola impegnativa, perché racconta scelte che spesso hanno un costo personale elevato. Molti caregiver rinunciano a opportunità professionali, alla socialità e persino alle cure per se stessi. Riconoscere il valore di questi sacrifici significa sottrarli all’indifferenza, non celebrare l’idea che una persona debba annullarsi per amore. Il rispetto autentico esige servizi, sollievo, sostegno economico e possibilità reali di scelta.
Questo è un insegnamento decisivo per gli adolescenti. Amare non significa essere obbligati a sostenere da soli ogni peso. La famiglia è luogo di solidarietà, ma la responsabilità pubblica rimane essenziale. Una scuola capace di affrontare con maturità questi temi insegna che aiutare gli altri è un valore e che chiedere aiuto, quando serve, non è una sconfitta. Anche chi accudisce ha diritto a essere ascoltato e sostenuto.
La Costituzione e l’educazione civica: solidarietà come pratica
Gli articoli 2 e 3 della Costituzione offrono una base limpida per lavorare sul tema. Il primo richiama i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; il secondo chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. L’articolo 32 tutela la salute. Questi principi non devono restare parole da ripetere in una verifica: possono diventare domande sul quartiere, sui servizi, sulle barriere che ostacolano la partecipazione e sulle responsabilità della comunità.
La legge 92 del 2019 e le Linee guida per l’educazione civica adottate nel 2024 consentono una progettazione trasversale. In una classe si possono studiare le norme sui caregiver insieme alla storia dello Stato sociale; in un’altra si può ragionare di accessibilità, linguaggio e stereotipi. Un laboratorio può collegare educazione civica, scienze umane, diritto e letteratura. Il senso è uno solo: far capire che i diritti diventano reali attraverso comportamenti, relazioni e servizi.
Una pedagogia della cura, non una pedagogia della compassione
Nel Noddings ha posto la cura al centro della relazione educativa, invitando a ripensare la scuola come ambiente di attenzione reciproca. Joan Tronto ha mostrato quanto la distribuzione sociale della cura riguardi anche la giustizia democratica. Il rapporto UNESCO del 2021 sul futuro dell’educazione insiste sulle pedagogie della cooperazione e della solidarietà. Sono riferimenti diversi, ma convergono su un’idea: una comunità educativa non può limitarsi a trasmettere conoscenze, deve anche insegnare a vivere con gli altri.
La pedagogia della cura non equivale alla compassione. Non chiede di guardare una persona con disabilità con pietà, ma di riconoscerne la piena cittadinanza. Non riduce l’anziano fragile a un destinatario passivo di assistenza, ma ne rispetta volontà e biografia. E non trasforma il caregiver in un eroe irraggiungibile: lo considera una persona che esercita responsabilità concrete, con risorse e vulnerabilità proprie.
I giovani caregiver siedono già tra i banchi
Ci sono studenti che, oltre a svolgere i compiti e frequentare le lezioni, prestano assistenza a un familiare. Sono i cosiddetti young carers, bambini e adolescenti con responsabilità di cura più o meno intense. Alcuni preparano piccoli pasti, aiutano negli spostamenti o offrono sostegno emotivo; altri vivono condizioni assai più impegnative. La scuola non sempre è consapevole di questa realtà, perché molti ragazzi non desiderano esporre pubblicamente difficoltà familiari o non riconoscono il proprio impegno come una condizione meritevole di attenzione.
Una revisione sistematica del 2026, condotta da Andrea Reupert e colleghi su quindici studi, rileva per i giovani caregiver rischi maggiori di assenze e minore partecipazione scolastica, mentre gli effetti sul rendimento risultano meno uniformi. Il dato suggerisce prudenza: non ogni difficoltà dipende dalla cura familiare e non ogni giovane caregiver manifesta un disagio. Ma ignorare questa possibilità significa perdere un elemento importante per comprendere la vita reale di uno studente.
Riconoscere gli studenti caregiver senza esporli o penalizzarli
La scuola dovrebbe sviluppare modalità riservate di ascolto e attenzione pedagogica, coinvolgendo famiglie e servizi competenti quando necessario. Un ritardo o una consegna mancata non sono prove di un problema familiare; possono però essere occasioni per aprire un dialogo rispettoso. Servono competenze professionali, tutela della privacy e attenzione a non trasformare una storia personale in etichetta permanente.
La priorità è proteggere il diritto allo studio e all’adolescenza. Il riconoscimento dell’impegno di cura non può legittimare carichi incompatibili con la crescita, né invitare i minori a sostituire operatori professionali. Occorre invece aiutarli a mantenere relazioni, opportunità educative e prospettive future. È una responsabilità che la scuola può condividere con la rete dei servizi, senza invadere ambiti sanitari e sociali che non le competono.
L’articolo 7: dal riconoscimento della cura alle opportunità educative
Il collegamento tra il provvedimento e la scuola non è soltanto un auspicio. L’articolo 7 del testo approvato dalla Camera prevede forme di valorizzazione delle competenze maturate dai caregiver nel lavoro e nella formazione. Per gli studenti rientranti nei profili indicati, l’esperienza di cura potrà essere considerata nel colloquio dell’esame conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, secondo le condizioni normative. Le scuole superiori potranno inoltre promuovere iniziative formative sul sostegno alle persone non autosufficienti o con disabilità, inserendole nel PTOF, nei limiti previsti.
Nel confronto parlamentare sono state ampliate alcune misure anche ai minori conviventi con una persona da assistere. Il testo apre inoltre prospettive per i CPIA e le università, con possibilità di valorizzare competenze acquisite fuori dai percorsi formali. Sono previsioni che dovranno essere attuate correttamente, ma già indicano una direzione: un’esperienza di vita può diventare occasione di apprendimento, purché non sia confusa con una qualificazione professionale automatica.
Dall’infanzia alla maturità: come insegnare a prendersi cura
Nella scuola dell’infanzia la cura può essere raccontata con storie, giochi cooperativi e piccoli gesti di attenzione reciproca. Nella primaria si possono avvicinare i bambini alla solidarietà tra generazioni e al rispetto delle differenze. Nella secondaria di primo grado acquistano rilievo il linguaggio non discriminatorio, l’accessibilità, l’educazione affettiva e la conoscenza della Costituzione. Alle superiori il tema può diventare ricerca sociale e giuridica, discussione etica e progettazione di attività di apprendimento-servizio.
Nessuna di queste attività richiede di aggiungere una nuova materia. Occorre progettare con continuità, non limitarsi alla ricorrenza celebrativa, e coinvolgere associazioni e professionisti con ruoli chiari. Gli studenti non devono svolgere prestazioni assistenziali per cui non siano preparati, né raccontare in pubblico esperienze intime per ottenere un riconoscimento. Devono poter incontrare storie, conoscenze e responsabilità che rendano più ricca la loro idea di cittadinanza.
La famiglia, le donne e la responsabilità condivisa
La famiglia è spesso il primo luogo nel quale si apprende a rispettare una persona fragile. I bambini osservano come gli adulti parlano a un nonno, reagiscono a una malattia, affrontano le difficoltà senza umiliare chi ha bisogno. La scuola può valorizzare questo patrimonio, ma deve anche aiutare a superare stereotipi persistenti: il lavoro di cura non può essere considerato una responsabilità naturalmente femminile.
Le statistiche richiamate nei dossier parlamentari evidenziano una forte presenza di donne nelle attività di assistenza familiare. Educare significa quindi parlare di corresponsabilità fra uomini e donne e fra generazioni, evitando di attribuire a una sola persona tutti gli obblighi. La relazione tra scuola e famiglia può diventare uno spazio di dialogo su questi temi, senza giudicare le scelte individuali e senza ignorare le disuguaglianze che riducono le possibilità reali di scelta.
La scuola degli adulti e il diritto di ripartire
Il riconoscimento delle competenze può assumere un significato particolarmente importante per chi ha interrotto gli studi o rinunciato a percorsi professionali per assistere un familiare. I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti possono costituire un punto di ripartenza, attraverso strumenti di valutazione e riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali secondo le regole applicabili. Non tutto ciò che una persona impara avviene davanti a un banco o dentro un’aula.
Saper organizzare tempi complessi, comunicare con più servizi, mantenere relazioni e gestire responsabilità può generare competenze da documentare e valutare, senza trasformare automaticamente la cura familiare in una certificazione sanitaria. Anche qui la prospettiva promossa dal testo governativo incontra una questione pedagogica essenziale: non considerare perduti gli anni dedicati agli altri, ma offrire opportunità per tornare a progettare il proprio futuro.
Le istituzioni scolastiche e il Ministero: una proposta senza nuove materie
Il fatto che il disegno di legge sia stato presentato anche di concerto con il ministro dell’Istruzione e del Merito rende particolarmente opportuno un confronto tra mondo della scuola e politiche per la disabilità. Non si tratta di attribuire al Ministero iniziative che non risultano adottate, ma di formulare una proposta: promuovere orientamenti, esperienze e materiali didattici che aiutino i docenti ad affrontare la cultura della cura all’interno dell’educazione civica e dei curricoli esistenti.
Una rete di scuole, associazioni e servizi territoriali potrebbe raccogliere buone pratiche, offrire formazione e proporre esperienze di cittadinanza attiva compatibili con l’età degli alunni. La valutazione dovrebbe concentrarsi su consapevolezza, responsabilità e capacità di cooperazione, non sulla quantità di assistenza prestata. L’educazione alla cura non deve creare nuovi obblighi familiari: deve formare persone più attente e comunità più capaci di sostenersi.
La lezione che rimane: accompagnare chi cura, educare chi cresce
Nel percorso dei caregiver familiari, Alessandra Locatelli ha dato visibilità istituzionale a un tema che coinvolge la vita concreta di numerose famiglie. Il suo contributo si misura nei passaggi documentabili: la proposta governativa, il confronto con le associazioni, il dialogo parlamentare, il richiamo alla dignità di chi presta assistenza e l’insistenza sul fatto che le istituzioni debbano accompagnare, non sostituire. Il completamento della legge e la sua attuazione diranno quanto questa impostazione saprà tradursi in sostegni effettivi.
Per la scuola, tuttavia, la responsabilità comincia già oggi. Occorre educare al rispetto della fragilità, al valore dei legami, alla reciprocità e alla giustizia. Dobbiamo spiegare ai ragazzi che il sacrificio di un familiare non va né sfruttato né dato per scontato; che le persone con disabilità hanno diritto a scegliere e partecipare; che chiedere aiuto è compatibile con l’amore e la responsabilità. Una norma può riconoscere chi cura. Una comunità educativa può insegnare perché quel riconoscimento è necessario.
Nessun sacrificio deve essere invisibile, nessuna persona fragile deve essere ridotta alla propria condizione, nessun caregiver deve essere lasciato solo. È questo il messaggio che può unire la voce delle famiglie, il lavoro delle istituzioni e la missione educativa della scuola.
Riferimenti normativi e bibliografici
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Ministro per le Disabilità, “Locatelli, con legge su caregiver diamo segnale forte e concreto” (14 ottobre 2026). https://disabilita.governo.it/it/notizie/locatelli-con-legge-su-caregiver-diamo-segnale-forte-e-concreto/
Ministro per le Disabilità, “Carta di Solfagnano, Locatelli: due anni dopo G7 Inclusione e Disabilità, impegno continua con concretezza e responsabilità” (16 ottobre 2026). https://www.disabilita.governo.it/it/notizie/carta-di-solfagnano-locatelli-due-anni-dopo-g7-inclusione-e-disabilita-impegno-continua-con-concretezza-e-responsabilita/
ANSA (15 settembre 2026). “Locatelli, in manovra chiederemo risorse per i caregiver”. https://www.ansa.it/canale_legalita_scuola/notizie/2026/09/15/locatelli-in-manovra-chiederemo-risorse-per-i-caregiver_d2ea6198-b8d9-4908-9258-705f4e333420.html
Legge 20 agosto 2019, n. 92, e D.M. 7 settembre 2024, n. 183, Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica.
Noddings, N. (2005). The Challenge to Care in Schools: An Alternative Approach to Education (2ª ed.). Teachers College Press.
Tronto, J. C. (2013). Caring Democracy: Markets, Equality, and Justice. New York University Press.
UNESCO (2021). Reimagining Our Futures Together: A New Social Contract for Education. UNESCO.
Reupert, A., Chen, L., Maybery, D., & Foster, K. (2026). “Young carers’ school engagement and academic attainment: A systematic review”. International Journal of Educational Research, 138, 103001. https://doi.org/10.1016/j.ijer.2026.103001
Reupert, A., Foster, K., Chen, L., & Maybery, D. (2026). “Young Carers’ Experiences in School: A Qualitative Systematic Review”. Review of Educational Research. https://doi.org/10.3102/00346543261455292
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