Intelligenza artificiale, inflazione e politica monetaria: le indicazioni di uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia


Un lavoro della collana Questioni di Economia e Finanza simula gli effetti dei guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale in un modello calibrato sull’area dell’euro. La produzione aumenta, mentre l’effetto sull’inflazione dipende dai tempi di diffusione della tecnologia e dalla risposta della banca centrale, per la quale l’inflazione osservata può costituire una guida più affidabile del tasso di interesse naturale.

Il dibattito sugli effetti economici dell’intelligenza artificiale ha raggiunto le banche centrali. Secondo alcuni commentatori, tra i quali gli autori dello studio ricordano Kevin Warsh, oggi alla guida della Federal Reserve, l’IA potrebbe ripetere l’esperienza delle tecnologie dell’informazione nella seconda metà degli anni Novanta, quando negli Stati Uniti la crescita della produttività accelerò sensibilmente: un’economia più produttiva potrebbe espandersi più rapidamente senza nuove pressioni sui prezzi, aprendo spazio a tassi di interesse più bassi. Altri invitano alla prudenza, e tra questi alcuni esponenti della stessa Federal Reserve: le attese di una crescita più sostenuta possono stimolare da subito consumi e investimenti e spingere verso l’alto il tasso di interesse naturale, cioè il tasso reale che prevarrebbe in assenza di rigidità nei prezzi e nei salari, con la conseguenza di richiedere condizioni monetarie più restrittive.

In questo dibattito si colloca lo studio Artificial intelligence, the natural rate of interest, and monetary policy di Lucia Esposito, Andrea Fabiani, Elia Moracci, Andrea Papetti e Massimiliano Pisani, pubblicato l’8 ottobre 2026 come n. 1066 della collana Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers) della Banca d’Italia. Come per tutti i lavori della collana, le opinioni espresse sono degli autori e non impegnano l’Istituto. La domanda di fondo è se l’IA agisca soprattutto come shock positivo di offerta, che espandendo la capacità produttiva frena l’inflazione, oppure se accresca anche la domanda aggregata e il tasso naturale in misura tale da richiedere un diverso orientamento della politica monetaria.

Gli autori impiegano un modello neokeynesiano di media scala, riferito a un’economia chiusa e calibrato sull’area dell’euro. Lo studio non stima l’effetto dell’IA sulla produttività, che assume come ipotesi; ricorda anzi che le stime disponibili per le economie avanzate nel prossimo decennio sono molto disperse, da un impatto pressoché nullo a oltre due punti e mezzo percentuali annui di maggiore crescita della produttività del lavoro. Su questa base vengono costruiti quattro scenari illustrativi.

Quattro scenari di diffusione dell’intelligenza artificiale

Nel primo scenario la produttività totale dei fattori aumenta in modo improvviso e permanente dell’1 per cento: è l’ipotesi in cui i benefici di investimenti già compiuti si manifestano d’un tratto, che gli autori considerano coerente con la tesi di Warsh. Nel secondo lo stesso incremento si realizza gradualmente nell’arco di cinque anni, come avviene in un’economia che adotta progressivamente le nuove tecnologie. Nel terzo, sempre in cinque anni, aumenta il tasso di crescita della produttività del lavoro, che passa dall’1 all’1,3 per cento annuo; a differenza degli altri, questo scenario innalza in modo permanente il tasso naturale, che nel modello sale dall’1,4 all’1,7 per cento in ragione d’anno. Il quarto ipotizza un aumento improvviso e persistente, benché temporaneo, dell’efficienza con cui l’investimento si traduce in capitale produttivo, e quindi una maggiore domanda di investimenti, come quella richiesta dall’adozione e dalla diffusione dell’IA.

Ciascuno scenario è simulato con tre varianti della regola di Taylor, la funzione che lega il tasso di politica monetaria all’inflazione e all’andamento del prodotto. Nella prima la banca centrale tiene conto, periodo per periodo, del valore corrente del tasso naturale; nella seconda considera soltanto il suo valore di lungo periodo, trascurando il percorso di transizione; nella terza, ferma restando la seconda impostazione, reagisce all’inflazione con un’intensità molto maggiore. Le simulazioni assumono che famiglie e imprese conoscano in anticipo l’andamento futuro degli shock, dai quali sono sorprese soltanto nel periodo iniziale.

Produzione in aumento, inflazione di segno incerto

Il primo risultato è che i guadagni di produttività legati all’IA accrescono la produzione, mentre il loro effetto sull’inflazione è ambiguo, perché la tecnologia sostiene insieme l’offerta e la domanda aggregata. Decisiva è la velocità relativa dei due adattamenti. Consumi e investimenti si adeguano con gradualità, per effetto delle abitudini di consumo e dei costi di aggiustamento degli investimenti; se i guadagni di produttività si manifestano all’improvviso, l’offerta cresce più in fretta della domanda e l’inflazione scende. È quanto accade nel primo scenario, nel quale con tutte e tre le regole l’inflazione diminuisce e il tasso di politica monetaria si riduce, in linea con la tesi di uno spazio per tassi più bassi.

Quando invece i miglioramenti sono attesi in modo graduale, la domanda può reagire nel breve periodo con maggiore intensità, perché famiglie e imprese anticipano i più alti redditi futuri, e possono emergere pressioni inflazionistiche. Il secondo scenario mostra però quanto l’esito dipenda dalla condotta della banca centrale: l’inflazione scende se la politica monetaria segue il valore corrente del tasso naturale, sale in misura sensibile se guarda soltanto al suo valore di lungo periodo, aumenta di poco se a quel riferimento si accompagna una reazione più energica all’inflazione. In tutti e tre i casi il tasso di politica monetaria aumenta.

Anche nel quarto scenario emergono pressioni sui prezzi: la maggiore domanda di investimenti sostiene la produzione, i consumi flettono lievemente in un primo momento per finanziare l’investimento e l’inflazione sale.

Nel modello, dunque, a parità di guadagno di produttività, il segno dell’effetto sull’inflazione dipende dai tempi con i quali il guadagno si realizza e dalla risposta della politica monetaria.

Il tasso di interesse naturale e la scelta della regola

Il secondo ordine di risultati riguarda la politica monetaria e ruota attorno al tasso di interesse naturale. Il punto delicato è che il tasso naturale non è direttamente osservabile e che la sua evoluzione, durante una fase di rapido cambiamento tecnologico, è particolarmente difficile da stimare in tempo reale. Anche quando il suo valore di lungo periodo resta invariato, come accade se l’IA innalza il livello della produttività senza modificarne il tasso di crescita, il tasso naturale si muove durante la transizione: nel modello scende nell’immediato dopo un aumento improvviso della produttività e sale nel breve periodo dopo un aumento graduale.

In tutti gli scenari la politica monetaria stabilizza meglio inflazione e attività economica quando segue periodo per periodo il percorso del tasso naturale oppure quando attribuisce un peso maggiore all’inflazione, rispetto alla regola che reagisce soltanto al valore di lungo periodo di quest’ultimo. Il caso più istruttivo è il terzo scenario. Se l’IA accresce stabilmente la crescita della produttività, e con essa il valore di lungo periodo del tasso naturale, adeguare subito il tasso di politica monetaria al nuovo valore di equilibrio, trascurando la transizione e l’andamento corrente dell’inflazione, produce nel breve periodo effetti recessivi e disinflazionistici significativi: famiglie e imprese, che anticipano un forte rialzo dei tassi, comprimono la domanda, la crescita del prodotto diventa negativa e l’inflazione scende, tanto che la banca centrale è indotta a ridurre i tassi. Se la stessa regola si accompagna a una reazione più energica all’inflazione, gli effetti recessivi non si producono.

Nella realtà la banca centrale non dispone di una misura affidabile del valore corrente del tasso naturale, e la regola che lo segue periodo per periodo sembra porsi perciò più come termine di confronto che come opzione praticabile. Da qui l’indicazione principale dello studio: in una fase di cambiamento strutturale indotto dall’IA, l’inflazione, che è direttamente osservabile e fornisce un’informazione tempestiva sul rapporto tra domanda e offerta aggregate, può offrire una guida più affidabile delle stime del tasso naturale.

I limiti dell’analisi

Gli autori delimitano con cura la portata dei risultati. Il modello non considera gli effetti dell’IA sull’intermediazione finanziaria e sui mercati del credito, né le conseguenze redistributive sul mercato del lavoro, compresa la disoccupazione: profili che, a loro giudizio, meritano ulteriori approfondimenti e per una prima valutazione dei quali rinviano, tra l’altro, a un precedente lavoro della stessa collana (n. 1051 del 2026). Le simulazioni escludono inoltre l’incertezza legata alla diffusione dell’IA, che secondo gli autori indurrebbe un risparmio precauzionale e limiterebbe l’aumento del tasso naturale, e non tengono conto della possibilità che la perdita di posti di lavoro attenui nel breve periodo la risposta dei consumi, accrescendo temporaneamente il numero di disoccupati con un’elevata propensione al consumo.

Considerazioni conclusive

Nelle simulazioni l’intelligenza artificiale non opera automaticamente come forza disinflazionistica. Lo è quando i guadagni di produttività si manifestano rapidamente, mentre una diffusione graduale o una fase intensa di investimenti tendono a sostenere l’inflazione. Poiché non è possibile stabilire in anticipo quale scenario prevarrà, né stimare con sufficiente precisione il tasso naturale, gli autori ritengono che attribuire un peso maggiore all’inflazione osservata possa aiutare le banche centrali a evitare gli errori derivanti da una misurazione imprecisa del tasso naturale.

Per gli operatori del credito l’indicazione ha un risvolto che lo studio non sviluppa ma che sembra discendere dai suoi risultati: l’attesa di consistenti guadagni di produttività non basta, di per sé, a prefigurare tassi ufficiali più bassi e condizioni di finanziamento più distese. Nello scenario di adozione graduale, anzi, il tasso di politica monetaria sale con tutte e tre le regole considerate.


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