La recente proposta del governo italiano di varare un nuovo decreto per fissare un tetto al prezzo del gas a partire dal 2027 ha riacceso il dibattito sulle misure di contenimento delle bollette energetiche per famiglie e imprese, rese sempre più salate dall’impennata del prezzo di gas e petrolio dovuta alla guerra in Iran scatenata da Usa e Israele.
Questa mossa del governo, che come viene spiegato da Palazzo Chigi è studiata per arginare l’eccessiva volatilità dei mercati all’ingrosso e proteggere i consumatori finali da ricarichi speculativi, punta a correggere le distorsioni strutturali che da anni penalizzano la competitività del sistema Paese. Un’intesa politica con l’Ue è già sul tavolo e del resto non si tratta di un inedito: una misura analoga è già stata autorizzata nel 2022 in Spagna e Portogallo, la cosiddetta «tope al gas», che ha concesso allora, in un contesto comunque diverso e però anche allora figlio di una guerra (per meglio dire, di un’invasione, quella della Russia ai danni dell’Ucraina) un’eccezione per sei mesi, fissando il tetto a 40 euro al MW/h, con una crescita di 5 euro per ogni mese successivo. Oggi il governo italiano ragiona su un tetto di circa 60 euro al MW/h, puntando a una differenza tra il costo del mercato – ora tra gli 85 e i 90 euro – di circa un terzo.
Tuttavia, l’analisi degli esperti del settore e delle principali agenzie di mercato, come evidenziato dai commenti raccolti dall’agenzia di stampa specializzata Montel, solleva forti dubbi sull’effettiva portata di un simile intervento, se non accompagnato da una profonda revisione del mix energetico nazionale. Fissare un tetto temporaneo al gas, infatti, rischia di rappresentare soltanto un palliativo di breve respiro, incapace di risolvere alla radice il problema dei costi elevati dell’energia elettrica. Che, ricordiamo, nel nostro Paese sono i più cari di tutta Europa.
Poiché in Italia il prezzo dell’energia continua a essere rigidamente indicizzato al gas tramite il meccanismo marginale, qualsiasi intervento teso a calmiere i prezzi rischia di scontrarsi con i limiti fisici e finanziari del mercato globale. Gli analisti sottolineano che tali misure di controllo dei prezzi potrebbero persino disincentivare gli investimenti privati in efficienza e flessibilità, lasciando irrisolta la vulnerabilità strategica del sistema italiano rispetto alle fluttuazioni geopolitiche e alle importazioni estere di combustibili fossili. Ecco alcuni commenti raccolti da Montel: «Jan Rosenow, professore di politiche energetiche e climatiche all’Università di Oxford, ha affermato che abbassare artificialmente il costo della produzione di energia a gas ridurrebbe i prezzi dell’elettricità, avvertendo però che “c’è un costo enorme da sostenere”». Mentre «Francesco Starace, ex CEO di Enel e partner del Gruppo EQT, ha messo in dubbio che la misura possa risolvere il problema di fondo, paragonandola all’assunzione di un’aspirina per il mal di testa senza curarne la causa sottostante». La soluzione? Per gli esperti, passa per le rinnovabili. «Rosenow ha sostenuto che la soluzione a lungo termine consiste nel ridurre il ruolo del gas nella determinazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità, espandendo la produzione da fonti rinnovabili e la capacità di accumulo a batteria, insieme a meccanismi di flessibilità della domanda. Rosenow ha inoltre osservato che il Portogallo e la Spagna hanno ridotto l’influenza della produzione a gas sui prezzi all’ingrosso combinando queste tecnologie. “Questo è davvero l’unico modo per spezzare quel legame nel lungo periodo”, ha evidenziato Rosenow. Il quale ha anche avvertito che attenuare i segnali dei prezzi all’ingrosso rischia di scoraggiare gli investimenti nelle alternative, prolungare la vita utile delle centrali a gas e rallentare l’espansione di tecnologie più pulite».
Effettivamente, come già in passato sottolineato dal nostro giornale, l’esperienza virtuosa della Spagna dimostra come la via più efficace, strutturale e duratura per abbassare stabilmente il costo dell’energia consista nel puntare con decisione sulle fonti rinnovabili e sulla riforma del mercato elettrico. Già a partire dal 2019, la Spagna ha saputo avviare una transizione verde profonda, arrivando a disaccoppiare in modo significativo i prezzi del gas da quelli dell’elettricità grazie alla massiccia penetrazione di impianti fotovoltaici ed eolici. Questa lungimiranza strategica ha permesso ai cittadini e alle industrie iberiche di beneficiare di tariffe elettriche che in molti periodi dell’anno arrivano a costare fino a tre volte meno rispetto a quelle italiane. Inoltre, l’introduzione di criteri di perequazione territoriale, capaci di premiare con bollette più basse le regioni e i territori che ospitano un maggiore sviluppo di impianti puliti, ha trasformato la transizione energetica in un’opportunità di coesione sociale e vantaggio economico diretto, superando la logica dei sussidi statali e garantendo una vera e propria indipendenza dai costi esorbitanti dei combustibili fossili. Spiegava già due anni fa in un’intervista a Greenreport il direttore scientifico del Kyoto Club, Gianni Silvestrini: «Nel 2022 Spagna e Portogallo hanno introdotto un tetto temporaneo al prezzo del gas usato per la generazione elettrica. Ma il caso della Spagna è interessante perché indica possibili evoluzioni anche in altri Paesi. L’eolico e il solare hanno infatti generato oltre il 40% dell’elettricità nella prima metà del 2024 – rispetto al 26% del 2019 – e i prezzi dell’elettricità sono stati inferiori del 40% rispetto a quelli che sarebbero stati se la quota di energia solare ed eolica fosse stata ancora ai livelli del 2019. Secondo un modello predisposto dalla Banca di Spagna, se si raggiungessero gli obbiettivi al 2030 del Pniec spagnolo (78% di rinnovabili elettriche) i prezzi del kWh potrebbero ridursi di un ulteriore 50%. Gli impatti dell’energia eolica e solare sono particolarmente efficaci con la combinazione delle due opzioni in quanto la coincidenza dei picchi di produzione può consentire di sostituire completamente altre fonti energetiche in modo più efficace di quanto farebbero entrambe da sole».
Il governo Meloni ha fatto trascorrere questi due anni senza accelerare sulle rinnovabili, e anzi procedendo col freno tirato. Dopo che già a inizio anno erano stati registrati segnali negativi dell’installato rispetto al 2025 (-17,9%), ancora parecchi mesi dopo l’inizio della guerra in Iran e nel pieno della crisi energetica, il governo non ha saputo puntare su eolico e fotovoltaico come avrebbe dovuto: continuando a questo ritmo, a fine anno avremo +7 GW di impianti, meno di quanto fatto l’anno scorso, e ci sono 12 Regioni in ritardo sui pur timidi obiettivi d’installazione al 2030, con Terna che segnala che la domanda sulla rete sale del 5,2%, mentre la produzione di elettricità pulita è aumentata di circa un quinto: l’1,1%.
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