C’è un’Italia che fatica a trovare il proprio posto nel mondo del lavoro, ma ce n’è anche un’altra che, lentamente, sta recuperando terreno. È quella dei giovani che tornano a studiare, scelgono un percorso di formazione oppure riescono finalmente a trovare un’occupazione. E i numeri, questa volta, raccontano una trasformazione importante: in dieci anni la percentuale di giovani italiani che non studiano e non lavorano si è quasi dimezzata.
A fotografare il cambiamento è il rapporto Education at a Glance 2026 dell’Ocse, analizzato dal portale Skuola.net. Tra il 2015 e il 2025, la quota dei cosiddetti Neet, acronimo inglese che indica chi non è impegnato in percorsi di istruzione, formazione o lavoro, è passata dal 30% al 15,88% nella fascia tra i 18 e i 24 anni. Un calo di oltre 14 punti percentuali che rappresenta uno dei miglioramenti più significativi registrati tra i Paesi dell’organizzazione internazionale.
L’Italia supera Francia e Spagna: i numeri della ripresa
Il dato assume ancora più valore se confrontato con quello degli altri Paesi europei. Nel 2025, la percentuale italiana di Neet tra i 18 e i 24 anni risulta inferiore a quella della Spagna, ferma al 16,79%, della Francia al 17,85% e della Grecia al 18,58%. Ancora più distante la Romania, dove il fenomeno coinvolge il 23,04% dei giovani.
L’Italia si avvicina così alla Finlandia, che registra una percentuale del 15,57%. Una situazione difficilmente immaginabile dieci anni fa, quando quasi un giovane italiano su tre si trovava fuori sia dal sistema scolastico sia da quello occupazionale.
Ma il miglioramento non significa che il problema sia stato risolto. La media europea si attesta infatti intorno al 13%, circa tre punti percentuali al di sotto del dato italiano. E il confronto con alcuni Paesi del Nord Europa evidenzia distanze ancora importanti: nei Paesi Bassi i Neet rappresentano appena il 6% dei giovani, in Irlanda l’8% e in Germania il 10%.
Perché sempre meno giovani restano senza lavoro e formazione
Dietro questa inversione di tendenza ci sono diversi fattori. Il primo riguarda il mercato del lavoro, che negli ultimi anni ha recuperato terreno dopo le conseguenze della crisi economica del 2008.
Un ruolo importante è stato svolto anche dagli incentivi alle assunzioni giovanili, introdotti e progressivamente rinnovati dai diversi governi, oltre che dalla crescita dei percorsi formativi alternativi all’università.
Tra questi spiccano gli ITS Academy, istituti di formazione tecnologica superiore che permettono ai giovani di acquisire competenze specialistiche direttamente collegate alle esigenze delle imprese. Una realtà che, secondo i dati riportati nell’analisi, oggi conta oltre 40mila iscritti.
È cambiato anche il livello di istruzione della popolazione. Tra il 2015 e il 2025, la quota di italiani tra i 25 e i 34 anni privi di un diploma di scuola secondaria superiore è diminuita dal 26% al 19%. Un altro segnale di un sistema che, pur tra molte difficoltà, sta riuscendo a trattenere più giovani nei percorsi educativi.
Oltre 1,2 milioni di giovani ancora fuori dal sistema
Se si allarga lo sguardo alla fascia tra i 15 e i 29 anni, però, emerge una realtà meno incoraggiante. In Italia oltre 1,2 milioni di giovani non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione.
La percentuale è del 15,58%, in netto miglioramento rispetto al 25,7% registrato dieci anni prima, quando i Neet erano circa 2,3 milioni. Ma il Paese continua a occupare una posizione particolarmente critica nel panorama europeo.
Il problema non riguarda soltanto la difficoltà di trovare un impiego. Per molti giovani, infatti, l’uscita dalla scuola coincide con un periodo di incertezza durante il quale diventa complicato individuare un percorso professionale, accedere a opportunità formative o entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
Una condizione che rischia di protrarsi per anni, rendendo sempre più difficile il reinserimento.
Il divario tra Nord e Sud resta una delle grandi criticità
A pesare sul quadro nazionale è soprattutto la profonda differenza tra i territori. Secondo il rapporto Ocse, l’Italia è tra i Paesi con le maggiori disuguaglianze regionali nella presenza di giovani Neet, con differenze superiori ai 20 punti percentuali tra le aree più virtuose e quelle maggiormente in difficoltà.
La distanza tra Nord e Sud si riflette anche nelle possibilità occupazionali. Tra gli adulti con un basso livello di istruzione, il divario nei tassi di occupazione tra le regioni italiane arriva a 38 punti percentuali. Tra i laureati si riduce a 18 punti.
Anche il titolo di studio, dunque, continua a rappresentare un elemento decisivo per le prospettive lavorative, senza però riuscire a cancellare completamente le disuguaglianze territoriali.
Un altro elemento riguarda le differenze di genere. Tra i 18 e i 24 anni, uomini e donne presentano una percentuale di Neet sostanzialmente identica, pari al 16%. Nelle fasce d’età successive, invece, aumenta la presenza femminile tra le persone fuori dal mercato del lavoro, anche a causa delle responsabilità familiari e delle difficoltà nel conciliare occupazione e cura.
La sfida dei prossimi anni: non lasciare indietro nessuno
Per contrastare il fenomeno sono stati introdotti diversi strumenti, da Garanzia Giovani al Programma GOL, fino alle iniziative dedicate all’occupazione femminile e giovanile. Sul fronte scolastico, invece, programmi come Agenda Sud e Agenda Nord puntano a rafforzare l’offerta educativa nei territori più fragili e a prevenire l’abbandono precoce.
La sfida, tuttavia, non si esaurisce nel miglioramento delle statistiche. Ridurre il numero dei Neet significa anche garantire ai giovani opportunità concrete, percorsi formativi accessibili e possibilità di costruire un futuro economicamente indipendente.
L’Italia ha recuperato una parte importante del ritardo accumulato negli anni, ma oltre un milione di ragazzi e ragazze resta ancora ai margini del sistema. Ed è proprio da loro che dovrà ripartire il prossimo capitolo di questa trasformazione.
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