Il rincaro dell’energia torna a mettere sotto pressione l’inflazione mondiale. Le tensioni geopolitiche condizionano le forniture, mentre gli investimenti nelle infrastrutture tecnologiche aumentano la domanda di energia e di capitale. I dati di settembre mostrano un’accelerazione dei prezzi al consumo in Italia, nell’area euro e negli Stati Uniti, accompagnata da segnali di pressione lungo le filiere produttive. La questione centrale, per le banche centrali e per i mercati, è capire se si tratti di uno shock temporaneo oppure dell’inizio di una fase più persistente, capace di modificare le aspettative d’inflazione, la politica monetaria e il costo del capitale.
Se l’aumento dei prezzi dovesse estendersi dai rincari energetici ai costi delle imprese, ai listini e alle aspettative di famiglie e lavoratori, le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo o a procedere con nuovi rialzi. Le conseguenze si propagherebbero all’economia reale e ai mercati finanziari: mutui e finanziamenti più costosi, minori consumi e investimenti, maggiori oneri per il servizio del debito e pressioni sulle valutazioni azionarie. Il rischio è una combinazione difficile da gestire per la politica monetaria, perché l’inflazione importata riduce il potere d’acquisto mentre la risposta dei tassi può frenare la crescita.
Italia, l’energia spinge l’inflazione al 4,2%
Veniamo ai numeri partendo dall’Italia. I dati definitivi di settembre mostrano da dove arriva la pressione. Secondo l’Istat, i prezzi degli energetici regolamentati sono aumentati del 25,8% su base annua e quelli degli energetici non regolamentati del 22,5%. Gli alimentari non lavorati hanno segnato un +5,5%. Anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona e quelli relativi ai trasporti hanno registrato un’accelerazione.
L’inflazione di fondo, calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è salita all’1,6%, dall’1,5% di agosto, mentre l’indice al netto dei soli energetici è passato dall’1,7% al 2%. La dinamica resta quindi più contenuta rispetto all’indice generale, ma richiede attenzione. La trasmissione dei rincari non è immediata né uniforme: le imprese con contratti di fornitura a prezzo fisso possono assorbire temporaneamente gli aumenti; quelle con margini ridotti e consumi energetici elevati hanno meno spazio per farlo. Chi trasferisce i maggiori costi sui clienti contribuisce ad alimentare una seconda fase dell’inflazione. Le altre aziende rischiano una compressione dei margini e degli investimenti.
Area euro, l’energia complica il lavoro della Bce
Anche l’area euro sta sperimentando una nuova accelerazione dei prezzi. Eurostat ha confermato il 16 ottobre un’inflazione annua del 3,8% a settembre, contro il 3,2% di agosto. L’energia ha registrato un aumento del 18,9% su base annua e ha contribuito per 1,71 punti percentuali all’inflazione complessiva. I servizi sono cresciuti del 3,2%, mentre i beni industriali non energetici hanno segnato un +1,1%. L’energia è dunque la componente che imprime la maggiore accelerazione: se il rincaro di petrolio e gas si trasferisse stabilmente ai salari e ai prezzi di beni e servizi, il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% potrebbe richiedere più tempo.
Intanto, il mercato del gas resta sotto pressione. Oggi il contratto di riferimento europeo TTF è salito a 89,60 euro per megawattora, mentre il Brent ha raggiunto 111,05 dollari al barile, il livello più alto da cinque mesi. Le tensioni geopolitiche e i timori sulle forniture alimentano il premio per il rischio incorporato nei prezzi dell’energia. Per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni, un prolungamento dei rincari avrebbe effetti su bollette, costi industriali e potere d’acquisto delle famiglie. La pressione energetica potrebbe così rallentare il rientro dell’inflazione proprio mentre la Bce deve valutare quanto a lungo mantenere una politica monetaria restrittiva.
Stati Uniti, la pressione arriva anche ai prezzi alla produzione
Negli Stati Uniti il quadro è particolarmente delicato. Il Bureau of Labor Statistics ha comunicato il 14 ottobre che i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,6% a settembre rispetto ad agosto e del 3,7% su base annua, dal 3,4% del mese precedente. La benzina è rincarata del 9,1% nel mese, contribuendo per oltre metà all’incremento mensile dell’indice generale. L’inflazione core, al netto di alimentari ed energia, è salita al 2,6% annuo.
Il giorno successivo, l’indice dei prezzi alla produzione ha registrato un aumento dell’1,3% mensile, il più ampio da marzo 2022, e del 6,3% rispetto a un anno prima. Anche l’indice al netto di alimentari ed energia è cresciuto dello 0,7% nel mese. Il dato segnala pressioni che non riguardano soltanto il costo diretto dell’energia: gli aumenti possono propagarsi lungo la filiera attraverso i trasporti, i servizi e i margini commerciali. Non tutti i maggiori costi, tuttavia, vengono necessariamente trasferiti ai consumatori.
Per la Federal Reserve, la combinazione di inflazione più alta e domanda ancora sostenuta rende più difficile decidere quando allentare la politica monetaria. Se i prezzi dovessero continuare a sorprendere al rialzo, lo spazio per tagliare i tassi si ridurrebbe e potrebbe riaprirsi la prospettiva di una stretta più lunga.
Per i mercati finanziari, le conseguenze sono diverse a seconda delle attività. Tassi elevati più a lungo possono comprimere le valutazioni azionarie, soprattutto dei titoli tecnologici il cui prezzo dipende in misura significativa dagli utili attesi negli anni futuri. Per le obbligazioni, rendimenti più alti aumentano la remunerazione dei nuovi investimenti ma riducono il valore di mercato dei titoli già in circolazione. Anche il costo di finanziamento di governi e imprese può salire, limitando le risorse disponibili per investimenti e spesa.
Il rischio per i mercati: lo shock energetico può cambiare lo scenario
Intanto, quello che preoccupa è che i mercati potrebbero non aver ancora incorporato pienamente il rischio di un’inflazione più persistente. È l’avvertimento di Sébastien Page, Co-Head of Global Investments e Chief Investment Officer di T. Rowe Price. “Nonostante lo shock petrolifero del 40%, i tassi di inflazione di pareggio si attestano intorno al 2,4% e gli inflation swap intorno al 2,6%, a fronte di un’inflazione al 3,4% registrata negli ultimi 12 mesi”, osserva Page. “Gli shock energetici richiedono però tempo per propagarsi nell’economia. Ad esempio, quando il prezzo del diesel aumenta, il trasporto delle merci diventa più costoso; inizialmente le aziende possono assorbire i costi, ma alla fine subiscono la pressione a ritoccare i listini. Storicamente, uno shock petrolifero del 40% è stato seguito da un’inflazione core al 4,9% nei 12 mesi successivi”.
Il ragionamento riguarda anche il legame tra investimenti tecnologici e costo dell’energia. I data center necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiedono quantità crescenti di elettricità e infrastrutture. Petrolio, gas e IA possono sembrare temi distinti, ma la crescita della domanda di energia e di capitale rende più complessa la gestione dello shock. Se l’inflazione resterà elevata, il costo del finanziamento potrebbe salire proprio mentre le società tecnologiche sono chiamate a sostenere ingenti investimenti per costruire e alimentare le nuove infrastrutture.
Il nodo obbligazionario: la ricerca di protezione non cancella il rischio
Quando aumenta l’avversione al rischio, gli investitori tendono a spostare capitali dalle azioni ai titoli di Stato considerati più sicuri, facendo salire i prezzi delle obbligazioni e scendere i rendimenti. Un movimento che può invertirsi rapidamente se torna la propensione al rischio, soprattutto in un contesto di inflazione persistente. È il punto sottolineato da Carlo De Luca, responsabile investimenti di Gamma Capital Markets: “Quando i rendimenti scendono non è perché l’inflazione è stata sconfitta o perché le prospettive economiche sono improvvisamente peggiorate. Stanno scendendo perché gli investitori stanno vendendo rischio”. E aggiunge: “Se la pressione sull’azionario dovesse attenuarsi, i rendimenti potrebbero tornare rapidamente a salire, considerando che il quadro inflazionistico rimane complicato”. Nel lungo periodo, il rischio è che rendimenti elevati e credito più selettivo penalizzino le valutazioni azionarie e le imprese più indebitate. Per gli investitori diventano quindi centrali la qualità degli utili e la solidità dei bilanci, in uno scenario in cui la diversificazione potrebbe offrire meno protezione del previsto.
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