Volkswagen congela gli stipendi: intanto in Germania l’inflazione supera il 3%


Nel momento in cui i prezzi in Germania corrono al ritmo più alto da quasi tre anni, Volkswagen chiede a chi lavora per lei di rinunciare agli aumenti fino alla fine del decennio. Il primo costruttore europeo intende congelare le retribuzioni fino al 2030 per i suoi 660 mila dipendenti nel mondo. Lo ha confermato lunedì il consiglio di fabbrica del gruppo, come riporta Reuters, dopo che la notizia era stata anticipata in mattinata dalla Süddeutsche Zeitung sulla base di documenti interni. La misura rientra nel piano di risparmi con cui Wolfsburg prova a recuperare competitività e margini nei confronti dei concorrenti cinesi.

 

In questo articolo:

 

  • Volkswagen, il piano: niente aumenti, meno bonus, altri tagli
  • Il conto dell’inflazione
  • Le reazioni: “assurdo” per il consiglio di fabbrica
  • Perché Wolfsburg stringe ancora
  • La scommessa

 

Volkswagen, il piano: niente aumenti, meno bonus, altri tagli

Secondo la ricostruzione della Süddeutsche Zeitung, la misura è contenuta in un documento interno chiamato “Group Target Picture”, già approvato dal consiglio di amministrazione e destinato al management internazionale. Le nuove linee guida, in vigore dal quarto trimestre 2026, chiedono di rivedere la contrattazione collettiva nei diversi Paesi in cui il gruppo guidato da Oliver Blume è presente. L’obiettivo è bloccare gli incrementi salariali fino al 2030 e ridurre al tempo stesso la parte variabile della retribuzione, i pagamenti straordinari e i benefit aziendali. Nel documento compaiono anche ulteriori tagli di organico: tutti i marchi, le regioni e gli stabilimenti dovranno dare un contributo “adeguato” agli obiettivi di risparmio.

Secondo la ricostruzione del consiglio di fabbrica europeo e mondiale, diffusa lunedì ai dipendenti tramite intranet e rilanciata da IG Metall, il vertice del gruppo avrebbe già dato istruzione ai responsabili del personale di tutto il mondo di applicare “Nullrunden bis 2030”, cioè di congelare l’attuale livello tariffario e sospendere ogni aumento. La direttiva sarebbe operativa da inizio ottobre e romperebbe con una prassi consolidata: fino a oggi i budget globali del personale prevedevano sempre una compensazione per l’inflazione e gli incrementi negoziati a livello locale.

Il conto dell’inflazione

Il tempismo è il punto più delicato della vicenda. A settembre l’inflazione tedesca è salita al 3,3%, il livello più alto da dicembre 2023, come ha confermato il 13 ottobre l’ufficio statistico federale Destatis. A spingere è soprattutto l’energia, in rialzo del 14,9% su base annua: i carburanti costano il 37,1% in più rispetto a un anno fa, il gasolio da riscaldamento quasi il 75% in più. L’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari, resta invece ferma al 2,4%. Il quadro non è diverso nel resto del continente: secondo Eurostat i prezzi nell’Eurozona sono cresciuti del 3,8% a settembre, dal 3,2% di agosto, con l’Italia al 4,2%.

È su questa base che la Süddeutsche Zeitung stima per i lavoratori coinvolti una perdita di potere d’acquisto intorno al 10% nell’arco del piano, mentre IG Metall parla di almeno il 10% se i prezzi continueranno a salire come negli ultimi mesi. Per molti dipendenti tedeschi non sarebbe la prima rinuncia: già nell’accordo di fine 2024, quello che evitò la chiusura degli stabilimenti, era stata concordata una tornata senza aumenti per circa 130 mila lavoratori di Volkswagen.

Le reazioni: “assurdo” per il consiglio di fabbrica

La risposta dei rappresentanti dei lavoratori è stata immediata. Il consiglio di fabbrica globale ha definito “assurdo” l’approccio del management e ha giudicato “piuttosto irrealistica” la sua attuazione, annunciando una forte resistenza. Ancora più netta la linea di IG Metall: “A Volkswagen l’andamento delle retribuzioni si decide al tavolo delle trattative, non per decreto dal consiglio di amministrazione”, ha dichiarato un portavoce del sindacato. Secondo le agenzie, la presidente del consiglio di fabbrica Daniela Cavallo aveva chiesto già domenica sera al vertice di spiegare il piano ai dipendenti.

Il sindacato si presenta al confronto con una richiesta opposta: un aumento del 5% su dodici mesi. Le trattative, secondo IG Metall, dovrebbero partire a fine novembre e riguarderanno sia il contratto aziendale di Volkswagen sia il contratto di settore della metalmeccanica, che si applica anche ad Audi, MAN e Porsche. Da Wolfsburg, intanto, nessuna conferma: «Non commentiamo speculazioni», ha detto un portavoce del gruppo. Ha aggiunto che le questioni contrattuali vanno discusse prima di tutto nelle sedi negoziali interne e che una nuova tornata di colloqui in calendario nei prossimi giorni sarà il luogo per qualsiasi proposta sul costo del lavoro.

Perché Wolfsburg stringe ancora

Il congelamento degli stipendi è l’ultimo tassello di una ristrutturazione che Reuters definisce la più radicale nella storia del gruppo e che ha già deteriorato i rapporti con le rappresentanze dei lavoratori. A inizio settembre il consiglio di sorveglianza ha approvato all’unanimità il piano che porta a 100 mila i posti da eliminare entro il 2030, dimezza la gamma di modelli entro il 2035 e punta a riportare il margine operativo al 9% a fine decennio. Sullo sfondo pesano i dazi statunitensi, che il gruppo stima in circa 5 miliardi di euro l’anno tra effetti diretti e indiretti, il crollo delle vendite in Cina e l’avanzata dei costruttori cinesi in Europa. Circa un mese fa Volkswagen ha inoltre disdetto gran parte dei suoi contratti aziendali.

Il messaggio implicito è chiaro: dopo aver ridotto il perimetro, il management vuole contenere anche il costo di chi resta. Il mercato, però, finora non ha premiato la cura. Il titolo ha perso circa un terzo del proprio valore da inizio anno, dopo il taglio delle stime 2026 e un semestre segnato da utili in calo. Alla chiusura del 2 ottobre le azioni privilegiate valevano 67,48 euro.

La scommessa

La partita che si apre a fine novembre va oltre i confini di Wolfsburg. Da una parte c’è un’azienda che deve recuperare margini in un mercato dove i concorrenti cinesi producono a costi più bassi; dall’altra una forza lavoro che, con l’inflazione di nuovo sopra il 3%, vedrebbe il proprio salario reale eroso anno dopo anno. In mezzo c’è il peso politico di un gruppo in cui il Land della Bassa Sassonia, grazie alla cosiddetta Legge Volkswagen, ha potere di veto sulle decisioni strategiche. Il congelamento fino al 2030 è un tentativo di rendere prevedibile il costo del lavoro proprio quando tutto il resto, dai prezzi dell’energia ai dazi, non lo è. Resta da vedere se sarà il primo atto di una trattativa o il punto su cui si consumerà lo scontro.


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