Neutralità energetica e competitività il ruolo del Mezzogiorno


Il costo dell’energia per l’industria italiana sta rapidamente superando il perimetro della priorità strategica per assumere i tratti di una vera e propria emergenza competitiva. Per superarla, le tecnologie e le soluzioni non mancano; a difettare è la rapidità d’attuazione.

È questo il messaggio chiave emerso dal workshop “La transizione energetica nell’industria italiana: decarbonizzazione e neutralità tecnologica per un’autonomia strategica”, promosso dall’AIDIC (Associazione Italiana di Ingegneria Chimica) in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II, tenutosi presso la Facoltà di Ingegneria il 16 ottobre scorso.

Il contesto: il divario tra target climatici e realtà industriale

L’incontro si inserisce in un dibattito reso impellente dai richiami del mondo imprenditoriale e confermato dai numeri. Il Rapporto 2026 di Energy&Strategy del Politecnico di Milano evidenzia come, a fronte di una riduzione del 37% delle emissioni di $\text{CO}_2$ nell’UE negli ultimi trent’anni, i ritmi attuali non consentiranno il raggiungimento dei target al 2040 e 2050. Il gap stimato è di circa 500 milioni di tonnellate di $\text{CO}_2$ equivalente al 2030, destinato a salire a 1,5 miliardi nei due decenni successivi.

L’Italia, pur rappresentando la seconda manifattura d’Europa con circa il 20% del valore aggiunto continentale — concentrato in comparti energivori come chimica, farmaceutica, metallurgia e meccanica — soddisfa oltre l’80% del proprio fabbisogno energetico tramite le importazioni.

Per l’ingegneria di sistema, colmare questo divario richiede azioni immediate basate su pragmatismo e neutralità tecnologica.

Le 3 direttrici di AIDIC per l’autonomia strategica

Per rispondere alle sfide di sistema, l’AIDIC ha tracciato tre assi di intervento concreti:

  1. Massima diversificazione del mix energetico: Nessuna fonte va esclusa a priori. Rinnovabili, nucleare di nuova generazione, biofuel e gas (utilizzato come ponte) devono essere valutati in base al contributo reale fornito al sistema.

  2. Efficienza energetica immediata: Ridurre i consumi a parità di produzione industriale rappresenta la leva più rapida ed economica a disposizione delle imprese.

  3. Sviluppo di filiere energetiche nazionali: Biofuel da biomasse agricole, idrogeno verde e biogas da scarti industriali consentono di convertire l’autoproduzione in una riduzione diretta della dipendenza geopolitica.

A questi pilastri si affianca la tecnologia CCUS (Carbon Capture, Utilization, and Storage), considerata ineludibile per la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate (non elettrificabili). Il PNIEC fissa un target di stoccaggio di 4 $\text{MtCO}_2$/anno entro il 2030, a fronte di un quadro normativo nazionale ancora in fase di completamento.

Il Mezzogiorno come hub energetico tra Europa e Mediterraneo

In questo scenario, il Sud Italia si candida a ruolo di protagonista. Il Mezzogiorno produce già oggi oltre la metà dell’energia rinnovabile nazionale (tra eolico, solare e bioenergie) e beneficia di strumenti d’impulso strategico come il PNRR e la ZES Unica, registrando ritmi di crescita superiori alla media nazionale.

L’area metropolitana di Napoli, grazie al suo patrimonio industriale e alla posizione logistica centrale nel Mediterraneo, costituisce un nodo focale per trasformare la transizione energetica in opportunità di sviluppo industriale.

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Porto di Napoli ed economia marittima

Shipping e logistica marittima: la prova del fuoco

Il settore marittimo rappresenta il fronte più critico della transizione:

  • Via mare viaggia il 46% del commercio italiano e oltre l’80% di quello globale.

  • La flotta commerciale italiana ha subito una contrazione nell’ultimo decennio (da 1.505 a 1.266 unità, dati UNCTAD) e rimane fortemente dipendente dai combustibili fossili tradizionali (olio combustibile e gasolio).

L’impatto economico delle normative europee

L’introduzione progressiva del sistema ETS europeo (con restituzione delle quote di emissioni che raggiungerà il 100% nel 2026) e l’applicazione di FuelEU Maritime comporteranno una crescita rilevante dei costi per gli armatori. Secondo simulazioni di settore, il peso complessivo di ETS e FuelEU sui costi operativi di una nave tipo passerà da circa l’8% nel 2024 fino a una forbice compresa tra il 20% e il 30% nel 2026.

Al contempo, le opzioni alternative presentano costi elevati: l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) stima che l’e-ammoniaca costerà circa il 75% in più dell’olio combustibile pesante in termini di costo totale di proprietà (TCO) al 2030.

Le deroghe temporanee: Per i collegamenti marittimi con le isole sotto i 200.000 abitanti (come quelle del Golfo di Napoli), restano in vigore esenzioni ETS fino al 31 dicembre 2030, offrendo una finestra temporale per l’adeguamento tecnologico.

Le soluzioni per i porti tirrenici

L’applicazione concreta delle direttrici AIDIC al settore portuale include:

  • Diversificazione: Integrazione di GNL, biocarburanti e metanolo.

  • Efficienza operativa: L’IMO evidenzia che la corretta gestione del fouling dello scafo può ridurre fino al 25% le emissioni, mentre l’ottimizzazione della velocità di navigazione fino al 75%.

  • Filiere locali: Produzione di carburanti alternativi, come il metanolo ottenuto dal riciclo dei rifiuti plastici.

La neutralità energetica come guida

«La neutralità energetica deve guidare le decisioni, le policy e i progetti, senza ridursi a uno slogan», ha concluso Giuseppe Ricci. «Un sistema energetico efficiente richiede un mix integrato: rinnovabili tradizionali, biocarburanti avanzati già maturi e scalabili, sistemi di accumulo per stabilizzare la rete, oltre a CCS/CCU, idrogeno e nucleare. I combustibili fossili accompagneranno ancora la transizione per garantire la sicurezza del sistema, evolvendo gradualmente verso una quota sempre maggiore di fonti pulite.»

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