La legge di bilancio con la quale Giorgia Meloni accompagnerà il Paese verso le prossime elezioni vale circa 23,5 miliardi di euro. Dentro quella cifra devono convivere il taglio dell’Irpef promesso al ceto medio, le risorse per famiglie e sanità, il sostegno alle imprese, l’aumento delle spese per la difesa, i fondi destinati alle forze dell’ordine e le richieste previdenziali dei partiti.
La somma delle promesse supera però lo spazio disponibile. Per questo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha convocato la maggioranza con un obiettivo meno suggestivo degli annunci pubblici: stabilire quali misure possano essere realmente finanziate e quali debbano essere ridimensionate, rinviate oppure cancellate.
Il centro politico della manovra è l’Irpef. Il governo intende estendere fino a 60 mila euro il secondo scaglione con aliquota al 33%, che oggi si ferma a 50 mila. La parte di reddito compresa tra 50 mila e 60 mila euro, attualmente soggetta all’aliquota marginale del 43%, verrebbe quindi tassata dieci punti in meno.
Il beneficio massimo sarebbe di mille euro l’anno e scatterebbe per chi possiede almeno 60 mila euro di reddito imponibile. Chi guadagna 55 mila euro risparmierebbe circa 500 euro; chi si ferma a 52 mila ne risparmierebbe circa 200. Non si tratta di una riduzione del 10% sull’intero reddito, ma esclusivamente sui diecimila euro collocati nella fascia interessata.
La precisazione è necessaria perché il dibattito politico sulle aliquote tende spesso a confondere scaglioni e reddito complessivo. Un contribuente non paga l’aliquota più alta su tutto ciò che guadagna: ogni parte del reddito viene tassata secondo lo scaglione corrispondente. L’estensione del 33% produce dunque un vantaggio progressivo fino a mille euro, senza trasformare radicalmente il peso fiscale complessivo.
La platea potenziale comprende circa 3,3 milioni di contribuenti. Il costo della misura viene stimato tra 2,6 e 2,7 miliardi di euro l’anno. Le risorse inizialmente previste per gli interventi fiscali sarebbero però poco superiori ai due miliardi. Prima ancora di discutere l’opportunità del taglio, il governo deve quindi trovare almeno mezzo miliardo aggiuntivo oppure restringere i beneficiari.
La riduzione viene presentata come un aiuto al ceto medio, una categoria diventata tanto politicamente centrale quanto statisticamente indefinita. Un reddito imponibile di 50 o 60 mila euro non identifica necessariamente una persona ricca. In una grande città, soprattutto con figli e un affitto o un mutuo elevato, può corrispondere a una condizione solida ma tutt’altro che privilegiata.
Negli ultimi anni questa fascia ha subito un doppio effetto. L’inflazione ha aumentato il costo della vita; gli adeguamenti nominali degli stipendi hanno spinto una parte del reddito verso aliquote più alte. Anche quando il potere d’acquisto non cresce, il contribuente può così pagare più imposte. È il meccanismo del fiscal drag: lo Stato incassa automaticamente di più perché gli scaglioni non vengono adeguati all’aumento generale dei prezzi.
Il taglio dell’Irpef restituisce quindi una parte di quanto il sistema fiscale ha assorbito silenziosamente. Presentarlo soltanto come un regalo del governo sarebbe incompleto. Per molti contribuenti si tratta della parziale correzione di un aumento della tassazione reale prodotto dall’inflazione, non di un improvviso ampliamento della ricchezza disponibile.
Resta inoltre da decidere che cosa accadrà ai redditi superiori a 60 mila euro. Se non verrà introdotto un meccanismo di sterilizzazione, anche un contribuente che dichiara 100 mila o 200 mila euro riceverà il beneficio massimo di mille euro sulla porzione compresa tra 50 mila e 60 mila. È il normale funzionamento di un’imposta progressiva per scaglioni.
Il governo potrebbe limitare lo sgravio attraverso detrazioni decrescenti oltre una certa soglia. In questo modo concentrerebbe le risorse sul ceto medio, ma aggiungerebbe un nuovo elemento di complessità a un sistema fiscale già carico di eccezioni, bonus e riduzioni selettive. Ogni tentativo di rendere il beneficio più mirato rischia di produrre aliquote effettive difficili da comprendere.
La manovra solleva quindi una domanda più ampia. L’Italia vuole un sistema basato su aliquote chiare e applicate a tutti oppure continuare a correggere l’Irpef attraverso detrazioni temporanee, soglie e benefici sottoposti a condizioni? Il taglio al 33% semplifica un tratto della curva fiscale; l’eventuale sterilizzazione per i redditi alti potrebbe complicarla nuovamente.
La copertura più importante dovrebbe arrivare dal settore finanziario. Il Documento programmatico di bilancio prevede poco più di cinque miliardi di euro nel 2027 da banche, assicurazioni e altri operatori. Nel triennio 2027-2029 il contributo complessivo raggiungerebbe circa 10,7 miliardi, diminuendo progressivamente dopo il primo anno.
Giorgetti ha giustificato la richiesta ricordando i profitti ottenuti dagli istituti durante la stagione degli alti tassi d’interesse, la limitata concorrenza nel mercato italiano e le garanzie pubbliche concesse sui prestiti durante la pandemia. L’argomento possiede una base economica: l’aumento dei tassi ha ampliato rapidamente il margine tra quanto le banche incassano sui finanziamenti e quanto riconoscono ai depositanti.
La tassazione delle rendite eccezionali può apparire equa, soprattutto mentre famiglie e imprese hanno pagato mutui e credito più costosi. Il problema riguarda la forma del prelievo. Il governo non ha ancora precisato come verranno raccolti i cinque miliardi e il confronto con gli istituti resta aperto.
Le banche preferiscono intervenire attraverso il rinvio nell’utilizzo delle attività fiscali differite. In termini semplici, gli istituti rinuncerebbero temporaneamente a utilizzare alcuni crediti tributari, permettendo allo Stato di incassare più risorse nell’immediato. Non sarebbe però equivalente a una nuova tassa definitiva: il beneficio fiscale verrebbe spostato nel tempo e potrebbe tornare a pesare sui conti pubblici negli anni successivi.
Una copertura temporanea non può finanziare serenamente una riduzione permanente dell’Irpef. Se il taglio delle tasse resta in vigore ogni anno, anche le entrate utilizzate per sostenerlo devono essere strutturali. Altrimenti il governo risolve il bilancio del 2027 e consegna a quello successivo un nuovo problema.
Forza Italia guarda con diffidenza a una tassazione straordinaria delle banche. Antonio Tajani teme che un prelievo aggressivo possa ridurre il credito disponibile e trasferirsi indirettamente su correntisti e imprese. La Lega insiste invece affinché il settore contribuisca in misura sostanziale, presentando l’operazione come una redistribuzione dagli extraprofitti verso famiglie e sicurezza.
Entrambe le posizioni contengono una parte di verità. Le banche non possono essere considerate una riserva fiscale illimitata alla quale attingere ogni volta che mancano coperture. Allo stesso tempo, l’argomento secondo cui qualsiasi imposta verrebbe automaticamente pagata dai clienti rischia di trasformare il sistema finanziario in un settore politicamente intoccabile.
La soluzione dovrebbe distinguere gli utili prodotti dall’efficienza da quelli derivanti da condizioni eccezionali e da vantaggi regolamentari. Dovrebbe inoltre impedire agli istituti di recuperare interamente il contributo attraverso commissioni più alte. Senza maggiore concorrenza e trasparenza sui costi, una parte del prelievo potrebbe infatti ricadere proprio sui cittadini ai quali il governo promette di restituire potere d’acquisto.
La manovra finanzia anche sicurezza e difesa. Il rinnovo dei contratti delle forze dell’ordine richiede circa 2,6 miliardi di euro. A questa voce si aggiungono fondi per mezzi, formazione e funzionamento degli apparati. Dopo gli scontri nelle città, la spesa per la sicurezza acquista un’immediata rilevanza politica.
Aumentare organici e retribuzioni può risultare più utile dell’ennesimo irrigidimento simbolico delle pene. Agenti meglio formati, reparti adeguatamente dimensionati e sistemi di intelligence capaci di leggere le mobilitazioni digitali incidono sulla sicurezza reale prima che la violenza esploda. La legge interviene dopo il reato; il personale e l’organizzazione possono impedirlo.
Il comparto chiede però anche misure previdenziali specifiche, motivate dalla particolare usura fisica e dai rischi professionali. La maggioranza valuta l’esclusione di militari, polizia e vigili del fuoco dall’aumento dell’età pensionabile, oltre alla creazione di una previdenza complementare dedicata.
Il principio di differenziare i lavori più gravosi è ragionevole. Deve tuttavia essere accompagnato da criteri trasparenti. Se ogni categoria dotata di maggiore capacità politica ottiene una deroga, il sistema previdenziale perde coerenza e scarica i costi sui lavoratori meno rappresentati.
La pressione sulle pensioni non proviene soltanto dal comparto sicurezza. La Lega propone l’uscita a 64 anni con venticinque anni di contributi e l’utilizzo della previdenza complementare per raggiungere la soglia minima richiesta. Forza Italia continua a chiedere l’aumento delle pensioni minime e l’estensione della detassazione per i premi di produttività.
Ogni proposta possiede un destinatario elettorale riconoscibile. Il problema nasce dalla loro somma. Un aumento permanente delle pensioni, una nuova flessibilità in uscita e agevolazioni fiscali più estese producono costi destinati a crescere nel tempo. Non possono essere finanziati soltanto con il contributo temporaneo di un settore o attraverso maggior deficit.
Il Documento programmatico prevede che il disavanzo torni al 3,4% del Pil nel 2027, dopo essere sceso sotto la soglia del 3%. La manovra utilizza quindi anche nuovo indebitamento. Circa tredici dei 23,5 miliardi complessivi deriverebbero dal maggiore deficit, mentre il resto dovrebbe arrivare da banche, giochi, tagli ai ministeri e altre entrate.
Una parte dell’aumento è legata alle spese per energia e difesa, sulle quali l’Italia ha ottenuto margini di flessibilità europea. Il debito pubblico resta però elevato e l’aumento dei rendimenti può rendere più costoso finanziarlo. Ogni miliardo destinato agli interessi è un miliardo sottratto a riduzioni fiscali, sanità o investimenti.
La qualità della manovra dipenderà dunque meno dalla sua dimensione nominale che dalla durata delle coperture. Un taglio Irpef strutturale finanziato da entrate stabili può migliorare il sistema. Lo stesso taglio sostenuto da rinvii fiscali, maggior deficit e prelievi negoziati anno per anno diventa una promessa elettorale trasferita ai bilanci futuri.
Anche i cinque miliardi indicati per famiglie e spesa sociale dovranno essere valutati al netto delle misure già esistenti. Rifinanziare un beneficio in scadenza impedisce una perdita per i cittadini, ma non equivale ad aggiungere nuove risorse. La comunicazione politica tende a sommare entrambe le categorie, presentando come aumento anche la semplice conservazione dello stato attuale.
Lo stesso vale per la sanità. Un incremento nominale del fondo può essere assorbito dall’inflazione, dai rinnovi contrattuali e dall’aumento dei costi farmaceutici. Per capire se il servizio riceva davvero più risorse occorre osservare la spesa reale per abitante e la sua incidenza sul Pil, non soltanto il numero inserito nella legge di bilancio.
La maggioranza arriva quindi alla riunione con una scelta politica inevitabile. Può concentrare le risorse su pochi interventi riconoscibili oppure distribuire importi ridotti tra tutte le richieste dei partiti. Nel primo caso qualcuno dovrà rinunciare alla propria bandiera. Nel secondo, la manovra rischierà di produrre molti titoli e pochi cambiamenti percepibili.
L’Irpef al 33% fino a 60 mila euro possiede il vantaggio della chiarezza. Il contribuente può calcolare il proprio beneficio e verificarlo in busta paga. Proprio per questo la misura è elettoralmente preziosa. Ma la credibilità del taglio dipenderà dalla capacità di Giorgetti di finanziarlo senza costruire una tassa incerta sulle banche, comprimere servizi essenziali o rinviare semplicemente il conto.
Una buona manovra non si misura da quante categorie riesce a nominare, ma da quante promesse può mantenere anche dopo le elezioni. Il governo vuole restituire mille euro al ceto medio e chiedere cinque miliardi alla finanza: ora deve dimostrare che entrambi i numeri appartengano a un bilancio e non soltanto a una campagna elettorale.
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