Il Nobel per l’economia ha una funzione ideologica fin dalla sua nascita. Quest’anno il premio ad Hall e Woodford giustifica il presunto rigore per silenziare le teorie alternative
Il Nobel per l’economia non compare nel testamento di Alfred Nobel. Fu istituito nel 1968 dalla Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, che tuttora lo finanzia. Non è solo una curiosità storica: in The Nobel Factor, Offer e Söderberg ne ricostruiscono la nascita sullo sfondo dello scontro tra socialdemocrazia svedese e sostenitori del mercato. Il prestigio del nome Nobel ha cercato di conferire alle teorie economiche l’autorità delle scienze naturali, come la fisica e la chimica. Eppure queste teorie imperfette non si limitano a descrivere il mondo: contribuiscono a guidare scelte di politica economica che hanno un impatto sulla vita di milioni di persone.
Il premio 2026 a Robert Hall e Michael Woodford rende questo paradosso particolarmente evidente. Secondo l’Accademia Reale Svedese delle Scienze, i due economisti hanno fornito i «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», sviluppando strumenti capaci di attenuare i picchi e le cadute dell’economia. Il documento ufficiale sostiene persino che le loro ricerche abbiano reso molto più efficace la gestione delle grandi crisi. Il paradosso è che i modelli in questione, fondati sui contributi di Hall e Woodford, non hanno contribuito a stabilizzare le economie – come ha ben mostrato la crisi del 2008 – ma hanno convinto molti economisti di poterlo fare. La coerenza interna è stata scambiata per capacità di comprendere le dinamiche delle economie capitalistiche, l’eleganza teorica per validità empirica, l’apparente stabilità per assenza di crisi. Questa illusione di controllo non è rimasta confinata nelle università, ma ha orientato le politiche economiche di governi e banche centrali. Ciò ha alimentato una fiducia smisurata nella capacità della politica monetaria di stabilizzare sia l’inflazione che l’economia reale, ignorando al contempo proprio quei rischi finanziari che avrebbero travolto l’economia mondiale con la crisi dei mutui subprime.
Leggi anche…
Un’economia fatta a misura di modello
Negli anni Settanta la stagflazione mise in difficoltà le relazioni statistiche con cui un certo tipo di macroeconomia «keynesiana» interpretava produzione, disoccupazione e inflazione. La risposta della «Nuova Macroeconomia Classica» fu radicale: studiare la dinamica delle economie capitalistiche partendo dalle scelte di consumo, risparmio e lavoro di un solo individuo iper razionale, capace di prevedere il futuro sulla base di tutte le informazioni disponibili. Sostituire le interazioni di milioni di persone e imprese con un unico individuo immaginario è stata una comoda scorciatoia per evitare di affrontare seriamente i problemi dei modelli di equilibrio generale. Ma ciò ha significato eliminare i problemi che la scienza economica deve comprendere e spiegare: la disoccupazione involontaria, i conflitti distributivi, la disuguaglianza, il rischio sistemico, le crisi.
In questo contesto si colloca il celebre lavoro di Hall del 1978 sul consumo. Se una famiglia rappresentativa sceglie razionalmente quanto consumare in ogni periodo sulla base dei redditi che si aspetta di ottenere lungo tutta la sua vita, le variazioni dei consumi seguono un percorso casuale («random walk»), perché dipendono solo dalle nuove informazioni, per definizione imprevedibili. Tale risultato teorico implica che i consumi dipendono solo dal reddito che ci si attende di ottenere lungo tutta la vita, ma ciò contrasta con il comportamento di milioni di famiglie, i cui consumi dipendono dai redditi percepiti mensilmente.
Infatti, già nel 1989, l’evidenza empirica ha mostrato che le predizioni del modello di Hall non erano corrette, perché una parte considerevole dei consumatori spendeva in funzione del reddito corrente e non permanente. Le ricerche successive hanno confermato l’importanza dei vincoli di liquidità che limitano i consumi e le differenze di ricchezza tra le famiglie. E non è un dettaglio: per una famiglia a basso reddito o indebitata, un trasferimento pubblico può aumentare immediatamente i consumi, così come una riduzione dei tassi d’interesse. La distribuzione del reddito e la composizione delle politiche fiscali diventano quindi decisive. Ma nel modello di Hall, come in tutti quelli costruiti attorno a un mitologico consumatore rappresentativo, queste differenze sono assenti per costruzione.
Robert Hall è anche famoso per aver sviluppato insieme a Jorgenson la teoria neoclassica dell’investimento, in cui un’impresa rappresentativa decide quanto investire sulla base del costo del capitale. Anche in questo caso, numerosi studi empirici hanno contraddetto gli eleganti risultati teorici: le scelte d’investimento delle imprese dipendono principalmente dalle aspettative di domanda futura e dalla disponibilità di fonti di finanziamento come il credito bancario.
Se Hall ha fornito le teorie per modellare la dinamica di consumi e investimenti aggregati, due componenti fondamentali del Pil, Woodford ha avuto un ruolo preminente in quella «Nuova sintesi Neoclassica» che si prefiggeva di spiegare la dinamica di un’economia capitalistica. Nel suo magnum opus, Interest and Prices (2003), Woodford ha sviluppato un modello macroeconomico (Dsge, Dynamics Stochatic General Equilibrium) fondato sulle scelte razionali di un consumatore e di un’impresa rappresentativi che massimizzano rispettivamente utilità e profitti conoscendo perfettamente il modello dell’economia in cui operano.
La principale differenza tra questo modello Dsge e quelli della Nuova Macroeconomia Classica è l’esistenza di «imperfezioni nei mercati», per cui, in primis, le imprese non cambiano i prezzi continuamente. La presenza di prezzi viscosi permette così alla Banca centrale di stabilizzare consumi, produzione e occupazione attraverso annunci delle proprie scelte future e variazioni del tasso d’interesse. Grazie a questa frizione, la politica monetaria influisce sulla dinamica del Pil, anche se l’architettura teorica rimane quella della Nuova Macroeconomia Classica.
Anche se questo compromesso è spesso stato citato come «Nuovo Keynesismo», di Keynes ha poco o nulla. Le fluttuazioni economiche derivano infatti da shock esterni al modello che allontanano temporaneamente l’economia dall’equilibrio dei mercati, e solo le rigidità dei prezzi consentono alla politica monetaria di correggere tali scostamenti. All’opposto, in Keynes i cicli economici sono una caratteristica intrinseca del funzionamento dei sistemi capitalisti anche in presenza di prezzi flessibili. In questo contesto, le politiche monetarie e, soprattutto, quelle fiscali svolgono un ruolo fondamentale nel contenere gli effetti duraturi delle crisi finanziarie e delle recessioni.
Leggi anche…
Dalla Grande Moderazione alla Grande Recessione
L’avvento della Nuova Sintesi Neoclassica aveva alimentato una crescente fiducia nei modelli macroeconomici apparentemente confermata dalla cosiddetta «Grande Moderazione»: un lungo periodo, iniziato a metà degli anni Ottanta, durante il quale molte economie avanzate registrarono una significativa riduzione della volatilità del Pil e dell’inflazione. Molti economisti considerarono questo risultato una «coincidenza divina», dovuta in larga parte a una migliore politica monetaria che seguiva pedissequamente i principi «scientifici» forniti dai modelli Dsge. In questo clima di ottimismo che ricordava la «Fine della Storia» di Fukuyama, il premio Nobel Robert Lucas dichiarava solennemente come un novello Pangloss che gli economisti avevano risolto il problema delle depressioni. E nell’agosto 2008 Olivier Blanchard definiva «buono» lo stato della macroeconomia.
Purtroppo, l’epilogo di questa storia è noto: nell’autunno del 2008 la crisi finanziaria dei mutui subprime ha scaraventato l’economia mondiale nella più grave recessione dalla Depressione del 1929. Sotto la stabilità apparente indicata dai modelli Dsge crescevano le disuguaglianze, il debito delle famiglie, la fragilità delle banche e degli intermediari finanziari, mentre si deregolamentava il settore finanziario e si inventavano nuovi prodotti derivati. La stabilità dei prezzi mascherava la crescente instabilità del sistema finanziario. Ciò avveniva nel silenzio assoluto della teoria macroeconomica dominante, che non prestava attenzione ai comportamenti di banche e grandi investitori, e non ammetteva – neppure teoricamente – la possibilità di una crisi finanziaria.
Come osservato da Stiglitz e Krugman, la mancata rappresentazione della finanza rendeva i modelli dominanti inutili non solo per prevedere una crisi, ma anche per spiegarne l’esistenza. Quel che è peggio è che i modelli Dsge si dimostrarono inutili per formulare gli interventi di politica economica necessari a evitare una nuova depressione, come salvataggi bancari, politiche fiscali espansive, politiche monetarie non convenzionali, regolamentazioni macroprudenziali del sistema finanziario e misure straordinarie per impedire il collasso dei mercati finanziari.
In sostanza, i contributi di Hall e Woodford e, più in generale, la Nuova Sintesi Neoclassica non hanno fornito alcuna fondazione teorica per la stabilizzazione macroeconomica, ma al contrario hanno contribuito a impedire a molti economisti e policy makers di cogliere i segnali della tempesta perfetta che stava per colpire l’economia mondiale. E quando la crisi è esplosa, si sono rivelati inadeguati a fornire le politiche economiche necessarie a salvare le economie globali.
Leggi anche…
L’estrema precisione di un mondo immaginario
Il pregio principale dei modelli Dsge, che sono diventati il linguaggio dominante della macroeconomia moderna e strumenti influenti nelle banche centrali, è la loro disciplina formale. Ma la coerenza matematica non è garanzia di realismo. Un modello può descrivere rigorosamente che cosa accadrebbe in un mondo immaginario se le ipotesi sottostanti fossero vere ed essere totalmente inaffidabile quando tali ipotesi vengono confrontate con la realtà.
Caballero, economista del Mit, lo spiega chiaramente dopo la crisi del 2008: la macroeconomia mainstream si era lasciata affascinare dalla logica interna dei modelli, confondendo la precisione raggiunta nel mondo virtuale da essi costruito con la conoscenza di quello reale. Da ciò è derivato il rischio di pretendere che le politiche esistenti avrebbero garantito la stabilità dei prezzi e quella dell’economia, mentre si creavano le condizioni per la crisi dei mutui subprime. Se il sistema finanziario è marginale e i fallimenti sono assenti o fortemente semplificati, il modello può fornire risposte precisissime alle domande sbagliate. Già nel 2002, ricerche alla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bis) avevano mostrato che gli squilibri finanziari possono crescere anche con inflazione contenuta, mentre gli economisti Jorda, Taylor e Schularick trovavano che il rapido aumento del credito poteva segnalare rischi sistemici prima della crisi. Ma questo tipo di analisi restava ai margini del paradigma dominante. Citando l’ex economista della Bank of England Charles Goodheart, i modelli Dsge escludono tutto quello che è interessante per la stabilità del sistema finanziario.
Purtroppo, questa tendenza si è radicalizzata nella macroeconomia mainstream sin dalle teorie sviluppate negli anni Settanta da Lucas e Sargent. Ci si focalizza infatti sull’eleganza matematica, a scapito dell’analisi critica delle assunzioni e del realismo del modello. Ma le implicazioni di politica economica dipendono dalle assunzioni, non dalle dimostrazioni matematiche ottenute in economie immaginarie. Altrimenti, si rischia di affidare la comprensione della dinamica macroeconomica e della politica economica a modelli post-reali, come scriveva ironicamente Romer nel 2016.
Dopo il 2008 i modelli Dsge hanno aggiunto imperfezioni nel mercato del credito e dosi omeopatiche di eterogeneità tra i consumatori. E lo stesso Woodford ha affrontato il rapporto fra politica monetaria e stabilità finanziaria. Sviluppi da riconoscere. Ma aggiungere una nuova legione di frizioni non basta a spiegare come gli squilibri economici possano portare a crisi finanziarie e profonde recessioni.
Il costo dell’ortodossia e la necessità di pluralismo
C’è poi un costo meno visibile di quello di una crisi economica: il soffocamento del pluralismo nella ricerca. Il costrutto teorico-politico sviluppatosi sull’apparato di Hall e Woodford è divenuto così forte e autoreferenziale da squalificare la quasi totalità delle tesi contrarie. Approcci Keynesiani o di altre scuole economiche incentrati su incertezza profonda, domanda effettiva, distribuzione del reddito, istituzioni e instabilità finanziaria sono stati spesso giudicati meno scientifici ed emarginati non perché smentiti dai dati, ma perché estranei al linguaggio del paradigma dominante che fornisce una patina di rigore formale.
Krugman colse tale paradosso nel 2016 chiedendo quali previsioni corrette giustificassero l’egemonia dei modelli Dsge, osservando che quella metodologia aveva sottratto spazio ad analisi meno sofisticate, ma più utili per comprendere le crisi. Non si tratta di un’obiezione al rigore tecnico, ma alla trasformazione di una particolare tecnica in criterio fideistico di appartenenza alla disciplina, dove la teoria dominante diventa quasi un credo o, peggio, una setta. E quando il metodo conta più dei fenomeni da spiegare e dei risultati ottenuti, il presunto rigore diviene arma per silenziare le teorie alternative. Ciò avviene attraverso il controllo delle riviste scientifiche dove i guardiani dell’ortodossia pubblicano solo gli articoli del paradigma teorico rilevante. In questo modo, come discutono Heckman e Moktan, si condizionano le carriere dei giovani economisti, si incentiva il carrierismo e si riduce la creatività. E tutto ciò, secondo Akerloff, ha scoraggiato la ricerca sulle crisi finanziarie, ritenute un tema secondario nel paradigma dominante, almeno fino alla crisi.
Il Nobel del 2026 premia un’idea seducente: con un modello teorico elegante, le oscillazioni delle economie capitalistiche possono essere facilmente smussate attraverso politiche economiche disegnate seguendo principi «scientifici». Il problema è che la realtà non si può piegare al modello se questo è un salto al di fuori dell’economia come asserito da Solow. Sono necessari approcci teorici diversi come quelli che considerano le economie come dei sistemi complessi in evoluzione (Dosi e Roventini, 2025). Ci auguriamo quindi che l’assegnazione del premio Nobel a Hall e Woodford inneschi un dibattito che porti a un maggiore pluralismo nella disciplina economica, premiando la capacità di spiegare il mondo reale piuttosto che il formalismo di mondi immaginari. Siamo purtroppo consapevoli che in questo caso il Dr. Pangloss siamo molto probabilmente noi.
*Francesco Lamperti è Professore di Politica Economica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove insegna Macroeconomia, Analisi delle Serie Storiche, ed Economia del Cambiamento del Climatico. Inoltre, ricopre il ruolo di Scientist presso il Centro Euromediterraneo per il Cambiamento Climatico. Andrea Roventini è Professore di Economia Politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove è direttore dell’Istituto di Economia e insegna Macroeconomia, Economia Monetaria, Economia Post-Keynesiana ed Economia Computazionale. Inoltre, è un fellow dell’ OFCE di Sciences Po e del World Inequality Lab, e editor di Industrial and Corporate Change – Macroeconomics and Development.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





