Giovani e risparmio: perché gli under 30 scelgono app e mercati digitali al posto del conto deposito


I genitori, quasi sempre, hanno fatto così: un libretto alla posta, poi un conto in banca, e quando avanzava qualcosa un buono o un titolo di Stato consigliato dall’impiegato di fiducia. Chi oggi ha venticinque anni ragiona in un altro modo, e spesso nemmeno se ne accorge. Il primo stipendio arriva su un conto aperto dal telefono in dieci minuti, e quello che resta a fine mese, quando resta, finisce in un’app di investimento scoperta grazie a un video, a un collega, a una pubblicità tra una storia e l’altra.

Non è un fenomeno da grandi città. Anche nei centri dell’entroterra siciliano, dove le filiali bancarie hanno ridotto orari e sportelli, il risparmio dei giovani passa dallo schermo dello smartphone. E il prodotto che per decenni è stato la scelta prudente per eccellenza, il conto deposito, per molti di loro è semplicemente fuori dal radar.

Conto deposito e tassi d’interesse: perché ha perso appeal tra i più giovani

Il conto deposito ha vissuto una breve stagione di rinascita quando la Banca centrale europea ha alzato i tassi per contrastare l’inflazione. Per qualche tempo si sono visti rendimenti che non si incontravano da più di un decennio, e anche qualche ragazzo ha scoperto che si potevano vincolare i soldi per un anno e ottenere un interesse decente senza rischi particolari. Poi, dal 2024, la BCE ha cominciato a tagliare, e le offerte si sono adeguate al ribasso.

Ma i tassi spiegano solo una parte della storia. Il conto deposito chiede pazienza e immobilità: i soldi restano fermi, spesso vincolati, e il guadagno si vede soltanto alla scadenza. Per una generazione abituata a controllare tutto in tempo reale, dalle consegne ai voli ai messaggi, un prodotto che non si muove sembra quasi noioso. Il rischio, ovviamente, è scambiare la noia per inefficienza, quando in molti casi è esattamente quello che serve a una somma che potrebbe essere necessaria domani per un affitto, un’auto o un trasloco al Nord.

App di investimento, ETF e piani di accumulo: come investono gli under 30

La rivoluzione è arrivata dalle app di investimento, i cosiddetti neobroker, che hanno abbassato drasticamente le soglie d’ingresso. Commissioni ridotte o nulle, la possibilità di comprare frazioni di azioni, un’interfaccia pulita che sembra quella di un social network. In pochi passaggi si può acquistare un pezzo di una grande società americana o impostare un piano di accumulo, il PAC, che investe automaticamente una cifra fissa ogni mese.

Il prodotto più scelto, almeno da chi ha studiato un minimo l’argomento, è l’ETF, un fondo quotato che replica un indice di mercato. Comprare un ETF sull’azionario mondiale significa investire contemporaneamente in migliaia di aziende, con costi di gestione bassi. Abbinato a un PAC, permette di entrare nei mercati un po’ alla volta, anche con cinquanta euro al mese, senza dover indovinare il momento giusto. È una strategia che i consulenti finanziari raccomandano da anni e che le nuove piattaforme hanno reso accessibile a chiunque abbia uno smartphone.

Accanto agli ETF, però, nelle stesse app compaiono le criptovalute, presentate con la stessa grafica e la stessa facilità d’acquisto. Bitcoin, ether, token come SOL o altre valute digitali meno conosciute stanno a un tocco di distanza da un fondo indicizzato, e per un utente inesperto la differenza di rischio non è affatto evidente. Un ETF azionario globale può perdere valore anche in modo consistente durante una crisi; una criptovaluta può dimezzarsi in poche settimane e restare sotto il prezzo d’acquisto per anni, oppure salire in modo vertiginoso. Mettere le due cose sullo stesso piano è uno degli errori più comuni tra chi si avvicina agli investimenti per la prima volta.

Finfluencer, educazione finanziaria e rischi della gamification

C’è poi la questione di chi spiega queste cose. Molti ragazzi imparano a investire da creator e youtuber, i cosiddetti finfluencer, che sui social parlano di mercati, rendimenti e strategie. Alcuni fanno un lavoro serio, con contenuti accurati e avvertenze chiare. Altri promuovono prodotti dietro compenso senza dichiararlo, oppure raccontano soltanto i successi, alimentando l’idea che basti seguire un consiglio per moltiplicare i propri risparmi. Le autorità di vigilanza, a livello italiano ed europeo, hanno cominciato a occuparsi del fenomeno proprio per questo motivo.

Il problema si intreccia con un dato di fondo: l’educazione finanziaria in Italia è storicamente debole, e le rilevazioni internazionali collocano spesso il Paese nelle parti basse delle classifiche. A scuola di questi temi si parla poco, in famiglia a volte per niente, e chi comincia a investire lo fa senza conoscere concetti come diversificazione, orizzonte temporale o profilo di rischio.

Le app, dal canto loro, non sempre aiutano. Notifiche colorate, grafici che si aggiornano al secondo, badge e premi per chi completa determinate azioni: è la cosiddetta gamification, che rende l’esperienza coinvolgente ma può spingere a operare troppo spesso, a reagire a ogni oscillazione, a trattare il risparmio come un gioco. Le ricerche sul comportamento degli investitori indicano da tempo che chi compra e vende di frequente tende a ottenere risultati peggiori di chi resta fermo, anche per effetto dei costi e delle decisioni prese sull’onda dell’emotività.

Fondo di emergenza, orizzonte temporale e scelte concrete

Tra il libretto dei nonni e l’app che manda notifiche ogni ora, uno spazio ragionevole esiste. Prima di investire qualunque cifra, conviene mettere da parte un fondo di emergenza, qualche mensilità di spese tenute su un conto o, appunto, in un deposito facilmente accessibile. Sono i soldi per la caldaia che si rompe, per il biglietto aereo improvviso, per i mesi di passaggio tra un contratto e l’altro, che per molti giovani del Sud sono tutt’altro che un’ipotesi remota.

Solo dopo ha senso pensare ai mercati, e farlo con un orizzonte temporale coerente: le somme che serviranno tra due anni non dovrebbero finire in strumenti che possono perdere il trenta per cento in un semestre. Chi vuole provare le criptovalute può farlo, ma con una quota piccola, che si è disposti a vedere evaporare senza conseguenze sul resto della propria vita.

Poi c’è l’aspetto fiscale, che nell’entusiasmo dell’apertura del conto viene quasi sempre ignorato. Alcuni neobroker esteri non fanno da sostituto d’imposta, e lasciano al cliente l’onere di dichiarare redditi e investimenti. Lo si scopre di solito l’anno dopo, al primo 730, quando il CAF chiede documenti che nessuno ha pensato di conservare. Un buon motivo, forse, per leggere le condizioni prima di toccare il pulsante verde, anche se l’app è progettata per farlo nel minor tempo possibile.


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