Dai rischi climatici e ambientali alla resilienza economica e alla competitività
Intervento di Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea e Vicepresidente del Consiglio di vigilanza della BCE Green Swan Conference 2026 – Manila, 19 ottobre 2026
Abstract (*)
Elderson (BCE): la transizione ecologica è una strategia per la competitività europea
Il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi rappresentano rischi sempre più concreti per la crescita economica, l’inflazione e la stabilità finanziaria. Nel suo intervento alla Green Swan Conference 2026, Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della BCE, sottolinea come la transizione ecologica possa rafforzare la competitività europea, riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e migliorando la sicurezza energetica. Secondo recenti ricerche della BCE, la grave scarsità d’acqua potrebbe mettere a rischio fino al 24% della produzione economica dell’area dell’euro. Per affrontare queste sfide occorre accelerare gli investimenti nell’adattamento climatico, nelle energie rinnovabili e nell’elettrificazione. Elderson individua nell’incertezza normativa e nelle difficoltà di accesso ai finanziamenti i principali ostacoli alla transizione, richiamando la necessità di politiche prevedibili, mercati dei capitali più sviluppati e una maggiore cooperazione internazionale.
Introduzione
Viviamo in un’epoca caratterizzata da una profonda incertezza economica, geopolitica e tecnologica. Eppure, in questo contesto di incertezza, una cosa è chiara: il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi continueranno a influenzare le nostre economie e le nostre società, e dovremo affrontarne le conseguenze.
Il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi rappresentano una certezza in un mondo incerto. Gli eventi di quest’estate ce lo hanno ricordato nel modo più concreto possibile.
Per l’Europa, l’estate del 2026 non è stata semplicemente un’altra stagione calda. È stata l’estate più calda mai registrata nell’Europa occidentale, caratterizzata da gravi siccità, incendi devastanti, scarsità d’acqua e pressioni crescenti sugli ecosistemi in tutto il continente.
I livelli idrici dei principali fiumi europei sono scesi a valori eccezionalmente bassi, con ripercussioni sui trasporti, sull’industria e sulla produzione di energia. Allo stesso tempo, vaste superfici di territorio sono state devastate dagli incendi e importanti settori economici hanno subito interruzioni delle attività.
L’Europa si sta riscaldando più rapidamente di qualsiasi altro continente, a un ritmo superiore al doppio della media mondiale.
Le conseguenze sulla popolazione sono state gravi, con decine di migliaia di decessi in eccesso associati al caldo estremo registrati durante i mesi estivi.
Quest’estate ci ha inoltre ricordato quanto le nostre economie dipendano dalla natura. La scarsità d’acqua ha colpito non soltanto le famiglie e l’agricoltura, ma anche l’industria manifatturiera, i trasporti e la produzione energetica.
In tutta Europa, le pressioni sugli ecosistemi hanno messo in evidenza che foreste, suoli, fiumi, zone umide e oceani in buona salute non costituiscono soltanto un patrimonio ambientale, ma forniscono servizi ecosistemici essenziali dai quali dipende quotidianamente l’attività economica e la cui importanza spesso passa inosservata fino a quando non vengono messi sotto pressione.
Considerati nel loro insieme, gli eventi di quest’estate hanno trasmesso un messaggio semplice ma significativo: il clima e la natura non sono elementi esterni alle nostre economie. Ne sono parte integrante e stanno assumendo un’importanza sempre maggiore sul piano macroeconomico.
Questo solleva alcuni interrogativi fondamentali.
Come possiamo rafforzare la resilienza economica in un mondo caratterizzato da shock climatici e ambientali sempre più frequenti?
Come possiamo garantire che il perseguimento della transizione ecologica rafforzi anche la competitività, la sicurezza energetica e la prosperità di lungo periodo?
E quali ostacoli continuano a frenare gli investimenti necessari per raggiungere questi obiettivi?
Vorrei affrontare queste domande una alla volta.
Le crisi climatiche e ambientali rappresentano un rischio sistemico
Vorrei partire da una considerazione più generale.
Quando si verifica una siccità, un’alluvione o un incendio, l’attenzione si concentra immediatamente, e comprensibilmente, sull’evento stesso. Considerate isolatamente, le conseguenze economiche e finanziarie possono apparire gestibili.
Tuttavia, i singoli eventi raccontano soltanto una parte della storia. È un po’ come concentrarsi sui singoli sintomi ignorando la malattia che li provoca.
La questione più importante è comprendere come gli shock climatici e ambientali si accumulino, interagiscano, si rafforzino reciprocamente e influenzino le economie nel corso del tempo.
A questo proposito, mi viene in mente un’osservazione dell’economista e autore Simon Sharpe.
Gli scienziati sono formati per non sopravvalutare i rischi. I responsabili della gestione dei rischi sono formati per non sottovalutarli.
Questo mette in evidenza un compromesso che i banchieri centrali e le autorità di vigilanza conoscono bene. Di fronte all’incertezza, possiamo commettere errori in entrambe le direzioni: possiamo rassicurarci troppo facilmente sulla possibilità che un rischio non si concretizzi oppure possiamo lanciare un falso allarme.
Ridurre la probabilità di uno di questi errori aumenta quella dell’altro.
Il nostro compito consiste quindi nel ridurre il più possibile l’incertezza attraverso dati e analisi migliori, valutare attentamente le conseguenze di eventuali errori e rispondere in modo proporzionato.
Non possiamo prevedere il futuro con certezza, ma possiamo cercare di comprendere come potrebbero evolvere i rischi, individuare le vulnerabilità e rafforzare la resilienza.
È questa la prospettiva che le banche centrali e le autorità di vigilanza dovrebbero adottare nell’esaminare le crisi climatiche e ambientali.
La sfida è resa ancora più complessa dal fatto che non abbiamo a che fare con un rischio statico. Con l’aumento delle temperature e l’intensificarsi dei pericoli fisici, le conseguenze economiche stanno diventando sempre più dinamiche e rilevanti.
Un numero crescente di evidenze dimostra che gli shock climatici possono lasciare conseguenze economiche durature.
Il caldo estremo riduce la produttività del lavoro. La siccità colpisce l’agricoltura, l’industria e i trasporti. Le alluvioni danneggiano le infrastrutture e interrompono la produzione.
Gli investimenti possono essere rinviati, le popolazioni possono essere costrette a trasferirsi e la produzione economica può rimanere al di sotto della propria tendenza di lungo periodo per anni dopo eventi di particolare gravità.
Questi fenomeni non incidono soltanto sull’attività economica, ma influenzano già in misura crescente anche i prezzi.
L’estate appena trascorsa ne ha offerto nuovi esempi: le temperature elevate e i bassi livelli delle acque hanno compromesso il funzionamento di alcune componenti del sistema energetico europeo, contribuendo all’aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità, mentre gli eventi meteorologici estremi continuano a influenzare i prezzi alimentari.
Gli shock climatici incidono quindi non soltanto sulla crescita, ma anche sulle dinamiche dell’inflazione.
Questi rischi hanno inoltre una dimensione intrinsecamente transfrontaliera. Gli shock sui prezzi alimentari, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e le pressioni migratorie non si fermano ai confini nazionali.
I rischi legati al degrado degli ecosistemi operano attraverso meccanismi analoghi.
Recenti ricerche della BCE suggeriscono che la sola grave scarsità d’acqua potrebbe mettere a rischio fino al 24% della produzione economica dell’area dell’euro. Allo stesso tempo, una quota significativa dell’attività economica e dei prestiti bancari rimane esposta al rischio di alluvioni.
La conclusione non è che una singola siccità, alluvione o incendio provocherà una crisi macroeconomica.
Il punto è che, con l’aumentare della frequenza e della gravità di queste calamità, il riscaldamento del pianeta e il degrado degli ecosistemi stanno diventando sempre più fattori strutturali che influenzano i risultati economici e finanziari.
Questo riguarda direttamente le banche centrali e le autorità di vigilanza.
Il nostro mandato è chiaro. Siamo responsabili del mantenimento della stabilità dei prezzi, della sicurezza e della solidità delle banche e della salvaguardia della stabilità finanziaria.
Poiché i rischi climatici e ambientali incidono sempre più sulla produttività, sulla crescita, sull’inflazione e sulla resilienza del sistema finanziario, tenerne conto rientra pienamente nel nostro mandato.
Per questo motivo, le banche centrali hanno bisogno di modelli macroeconomici e procedure previsive che riflettano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado degli ecosistemi e tengano conto delle trasformazioni strutturali dell’economia.
È anche per questo che incontri come la Green Swan Conference sono importanti.
Riunire banchieri centrali, autorità di vigilanza, responsabili delle politiche pubbliche e rappresentanti del mondo accademico provenienti da tutto il mondo costituisce di per sé un contributo significativo alla resilienza.
In un mondo caratterizzato da una crescente frammentazione geopolitica e da rischi sempre maggiori, la cooperazione internazionale e gli sforzi collettivi rimangono tra gli strumenti più essenziali e preziosi per accrescere le nostre conoscenze e affrontare i rischi comuni.
La resilienza economica richiede sia adattamento sia mitigazione
Questo mi porta al secondo punto.
Quando si discutono gli effetti delle crisi climatiche e ambientali, è importante distinguere chiaramente tra adattamento e mitigazione.
L’adattamento affronta le conseguenze. La mitigazione interviene sulle cause.
Abbiamo bisogno di entrambi.
La realtà è che le conseguenze del cambiamento climatico e del degrado degli ecosistemi continueranno a manifestarsi per molti anni.
Le emissioni del passato hanno già riscaldato il pianeta e innescato cambiamenti che non possono essere semplicemente invertiti da un giorno all’altro. Nel frattempo, i gas a effetto serra continuano ad accumularsi nell’atmosfera.
Non possiamo far scomparire i rischi che già dobbiamo affrontare.
Ciò significa che le società, le famiglie, le imprese e le istituzioni finanziarie devono intervenire preventivamente e rafforzare la propria resilienza.
Abbiamo bisogno di sistemi avanzati di allerta precoce e di infrastrutture capaci di resistere agli eventi meteorologici estremi.
Di una migliore gestione delle risorse idriche, che comprenda la prevenzione delle alluvioni, sistemi di raffrescamento efficienti dal punto di vista energetico e interventi per ridurre le perdite d’acqua.
E di sistemi energetici più resilienti, nonché di città, reti di trasporto e sistemi produttivi in grado di continuare a funzionare anche in condizioni climatiche più difficili.
L’adattamento non è facoltativo: è una necessità affinché le nostre economie possano rimanere resilienti e competitive in futuro.
Non partiamo da zero.
In tutta Europa, regioni e città stanno già investendo nella resilienza climatica, mentre iniziative a livello dell’Unione europea sostengono l’adattamento e rafforzano la nostra preparazione alla scarsità d’acqua, alle alluvioni e agli incendi.
Questi sforzi dimostrano ciò che è possibile realizzare. La sfida, ora, consiste nell’accelerarli e ampliarli su scala adeguata.
Ma l’adattamento, da solo, non basta.
Senza mitigazione, gli interventi di adattamento necessari diventano progressivamente più ampi e costosi.
In alcune aree, in particolare nelle zone costiere a bassa altitudine e nei piccoli Stati insulari, il cambiamento climatico potrebbe rendere l’adattamento estremamente difficile, se non impossibile.
La mitigazione rimane quindi essenziale.
Quanto più efficacemente riusciremo a mitigare il cambiamento climatico e a proteggere la natura, tanto minori saranno i futuri costi di adattamento.
E quanto meglio sapremo adattarci, tanto più resilienti diventeranno le nostre economie durante la transizione.
Non esiste una soluzione miracolosa. Ma la direzione da seguire è chiara.
La transizione è una strategia per la competitività
Vorrei ora affrontare quello che considero uno dei dibattiti più importanti attualmente in corso in Europa: la transizione ecologica come pilastro fondamentale della competitività.
È forse anche un ambito nel quale i responsabili delle politiche pubbliche e le imprese di molte regioni dell’Asia stanno già offrendo insegnamenti preziosi.
A questo proposito, la prossima sessione della conferenza, dedicata al rafforzamento della resilienza nell’economia reale e alla quale parteciperanno rappresentanti delle imprese delle Filippine, del Giappone e dell’Europa, non potrebbe essere più attuale.
In Europa, la resilienza, la sicurezza energetica, la competitività e la transizione ecologica sono ancora troppo spesso percepite come obiettivi in competizione tra loro.
Ritengo che questo modo di affrontare la questione sia sbagliato.
Le imprese non possono rimanere competitive se le loro attività diventano sempre più vulnerabili agli shock climatici e ambientali.
Al contrario, la resilienza e la sicurezza energetica stanno diventando sempre più condizioni indispensabili per la competitività.
E, se gestita correttamente, la transizione, che comprende sia l’adattamento sia la mitigazione, può rafforzare tutti e tre questi elementi.
La questione non è più se l’economia mondiale passerà all’energia verde.
La questione è chi si troverà nella posizione migliore man mano che avanzeremo lungo il percorso della transizione.
E, quando la transizione sarà completata, chi possiederà e finanzierà le attività della nuova economia e chi rimarrà invece con attività destinate a perdere valore, i cosiddetti stranded assets?
La buona notizia è che molti elementi della transizione risultano sempre più convenienti anche dal punto di vista strettamente economico.
Consideriamo l’energia.
L’Europa continua a dipendere fortemente dalle importazioni energetiche, in larga parte costituite da combustibili fossili.
Questa dipendenza crea vulnerabilità, espone famiglie e imprese agli shock geopolitici e amplifica l’incertezza.
Gli eventi recenti hanno dimostrato ancora una volta i costi economici di queste dipendenze.
Al contrario, le energie rinnovabili e l’elettrificazione possono rafforzare la resilienza riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e migliorando la sicurezza energetica.
Tuttavia, l’Europa è ancora lontana dall’essere un’economia elettrificata.
Attualmente, l’elettricità rappresenta soltanto circa un quarto dei consumi finali di energia.
Esiste quindi un considerevole potenziale di elettrificazione nei trasporti, negli edifici e nell’industria, che consentirebbe di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, sostenendo al tempo stesso la decarbonizzazione e la resilienza economica.
La buona notizia è che le condizioni economiche della transizione sono migliorate radicalmente.
Le tecnologie per la produzione di energia rinnovabile sono sempre più competitive in termini di costi e, in molti casi, risultano già meno costose rispetto alle nuove alternative basate sui combustibili fossili.
L’Agenzia internazionale dell’energia stima che una quota significativa del riscaldamento residenziale, del trasporto stradale e del calore utilizzato nei processi industriali potrebbe già essere elettrificata in modo economicamente conveniente.
E stiamo iniziando a osservare i benefici in termini di resilienza dei sistemi elettrici più puliti.
Durante i recenti shock energetici, i prezzi dell’elettricità si sono dimostrati meno vulnerabili alle oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili nei paesi caratterizzati da una maggiore produzione di energia a basse emissioni di carbonio.
La Spagna ne è un esempio: con l’espansione della produzione di energia solare, i prezzi dell’elettricità sono diventati meno dipendenti dai mercati del gas e meno volatili.
La stessa logica si applica anche al di fuori del settore energetico.
Suoli in buona salute, risorse idriche affidabili ed ecosistemi resilienti non costituiscono soltanto un patrimonio ambientale. Sono anche risorse produttive.
L’agricoltura, la produzione alimentare e molte attività industriali dipendono da essi.
Preservare il capitale naturale e adattarsi a un clima che cambia contribuisce quindi a tutelare la sicurezza alimentare, rafforzare la resilienza e sostenere la competitività di lungo periodo.
Le ragioni a favore della transizione ecologica non sono più, dunque, esclusivamente ambientali.
Riguardano anche, e in misura significativa, la competitività, la resilienza e la sicurezza.
Riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, un sistema energetico maggiormente elettrificato e basato sulle fonti rinnovabili rafforza l’autonomia strategica, rende l’economia più capace di assorbire gli shock e riduce l’esposizione alla volatilità dei prezzi energetici, che nel tempo può influenzare anche l’inflazione complessiva attraverso effetti indiretti e di secondo impatto.
Una transizione riuscita non consiste soltanto nell’evitare costi futuri. Significa anche cogliere nuove opportunità.
Questo conferisce alla scelta delle energie pulite una dimensione macroeconomica.
Per questo continuo a ritenere che ciò di cui l’Europa, e il mondo, hanno bisogno non sia semplicemente una strategia di transizione e adattamento.
Abbiamo bisogno di una «transizione intelligente», che ponga al centro una competitività sostenibile e resiliente, combini mitigazione e adattamento e investa in tecnologie, infrastrutture, competenze e istituzioni capaci di rafforzare la prosperità riducendo al tempo stesso i rischi.
Che cosa frena gli investimenti?
Se le ragioni economiche della transizione sono sempre più evidenti, sorge spontanea una domanda: perché i progressi non sono più rapidi?
Le ricerche individuano sistematicamente due ostacoli principali.
Il primo è l’incertezza, intesa in senso ampio e comprensiva dell’incertezza politica, economica e normativa.
Il secondo è l’accesso ai finanziamenti.
Cominciamo dall’incertezza.
La teoria economica è chiara. Famiglie, imprese e istituzioni finanziarie impegnano capitali in investimenti di lungo periodo soltanto quando ritengono che le regole del gioco rimarranno sostanzialmente stabili.
Questo vale in particolare per gli investimenti legati alla transizione, come le infrastrutture energetiche, la trasformazione industriale e l’elettrificazione.
Tutti questi investimenti richiedono ingenti impegni finanziari iniziali e orizzonti di pianificazione lunghi.
L’instabilità delle politiche aumenta il costo dell’attesa e, quando gli investitori rinviano le proprie decisioni, il progresso rallenta.
Le evidenze dell’indagine sul credito bancario nell’area dell’euro confermano che l’incertezza pesa sulla domanda di prestiti destinati a finanziare gli investimenti verdi.
Ma l’incertezza non influenza soltanto le decisioni di investimento. Incide anche sulle condizioni di finanziamento.
Quando l’incertezza aumenta, le banche diventano più prudenti, irrigidiscono i criteri di concessione del credito e riducono la propria propensione ad assumere rischi.
Ne deriva un duplice vincolo: le imprese rinviano gli investimenti e ottenere finanziamenti diventa più difficile, con il rischio di amplificare ulteriormente gli effetti sulla domanda.
Questo fenomeno è particolarmente dannoso per gli investimenti verdi, che richiedono ingenti risorse iniziali e una pianificazione di lungo periodo.
Vorrei essere chiaro.
Non sto sostenendo la necessità di politiche rigide. Sto invece sottolineando l’importanza della prevedibilità.
La transizione richiede certezze per la pianificazione di lungo periodo.
La seconda sfida riguarda i finanziamenti.
La portata del problema non deve essere sottovalutata.
A livello mondiale, il raggiungimento degli obiettivi climatici e di tutela della natura richiederà livelli di investimento senza precedenti.
Nella sola Europa saranno necessari investimenti aggiuntivi per centinaia di miliardi di euro ogni anno, per molti anni a venire.
Molti investimenti legati alla transizione richiedono un elevato impiego di capitale e presentano tempi lunghi di recupero delle risorse investite.
Questo li rende particolarmente sensibili alle condizioni di finanziamento.
Le banche hanno un ruolo importante da svolgere, soprattutto nel sistema finanziario europeo, tradizionalmente incentrato sul credito bancario.
Allo stesso tempo, saranno necessari mercati dei capitali più profondi e sviluppati, capaci di integrare il finanziamento bancario e aiutare le imprese innovative e le nuove tecnologie a crescere e raggiungere una dimensione adeguata.
L’entità degli investimenti necessari sottolinea inoltre l’importanza dei flussi internazionali di capitale e della cooperazione transfrontaliera.
La cooperazione internazionale contribuisce anche a garantire condizioni di concorrenza eque, evitando che le imprese che investono nella transizione si trovino sistematicamente svantaggiate rispetto a quelle che non lo fanno.
Ciò richiede condizioni di parità concorrenziale, sostenute da standard comuni, impegni internazionali credibili e fiducia reciproca.
La credibilità significa anche non tornare indietro rispetto agli impegni legislativi sui quali le imprese hanno basato le proprie decisioni di investimento di lungo periodo.
Senza questa prevedibilità, i progressi diventeranno inevitabilmente più difficili e più costosi.
Conclusioni
Vorrei concludere.
All’inizio del mio intervento ho descritto il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi come una certezza in un mondo incerto.
L’estate del 2026 ha dimostrato esattamente perché.
I rischi climatici e ambientali non sono più possibilità lontane nel tempo. Stanno già influenzando i risultati economici di oggi.
La conclusione è chiara.
Rafforzare la resilienza richiederà una risposta preventiva e complessiva, che combini adattamento e mitigazione con investimenti continuativi, un’efficace cooperazione internazionale e, soprattutto, la determinazione ad agire prima che i rischi si concretizzino pienamente.
Se realizzati correttamente, gli investimenti nell’adattamento e nella transizione non servono soltanto a evitare danni.
Rappresentano un’opportunità per costruire un’economia più produttiva, più resiliente e più competitiva.
Un mondo più resiliente è anche un mondo più prospero.
Il compito che abbiamo davanti è garantire che ci muoviamo verso questo futuro in modo consapevole, credibile e con sufficiente rapidità.
Il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi possono rappresentare una certezza in un mondo incerto, ma il modo in cui decidiamo di affrontarli rimane, in larga misura, una questione di scelta.
Vi ringrazio per l’attenzione.
(*) Abstract e traduzione a nostra cura con supporto AI. Per una massima accuratezza fare riferimento al testo originale
(Manila Foto da Unsplash)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

















