“Mai nessun grande fratello fiscale”, no a controlli invasivi per la gente comune, tutt’al più caccia “a sedicenti nullatenenti con ville, barca e supercar”. Scriveva così Giorgia Meloni nel 2024, mentre il ministero dell’Economia restringeva il redditometro, il meccanismo con cui l’Agenzia delle Entrate mette a confronto il tenore di vita con il reddito dichiarato. Due anni dopo la musica non è cambiata, ma oggi la presidente del Consiglio ha anche un numero da esibire per rispondere a chi la accusa di indulgenza verso chi non paga tra i suoi elettori. Da quando è al governo, la premier rivendica ogni anno un nuovo record del recupero dell’evasione. Lo scorso anno sono stati 36,2 miliardi di euro, ben il 43% in più rispetto al 2022, l’anno del suo insediamento. Un risultato che, presentato così, sembra dare ragione alla linea scelta dal governo con la riforma fiscale, quella di controlli meno invasivi e più risultati. Peccato che il numero, seppur vero, misuri un’altra cosa. Il recupero è infatti quanto il fisco riesce a incassare dell’evasione già scoperta, spesso di anni prima, non quanta se ne continui a produrre.
Per sapere quanta evasione si continua a generare nel sistema economico italiano bisogna guardare altrove e aggiornare il conto dell’economia sommersa. Così facendo, il quadro cambia, eccome. Nel 2024 le attività legali nascoste al fisco valevano 198,4 miliardi, quasi uno in più dell’anno precedente, calcoli Istat. La prova che lo Stato incassa, sì, sempre più dall’evasione, ma da quella di ieri, mentre quella di oggi sale o nel migliore dei casi resta dov’era. Il motivo si legge nei rapporti che Commissione europea, Ocse e Fondo monetario internazionale hanno dedicato all’Italia, da cui risulta a chiare lettere che le misure di contrasto adottate in questi quattro anni lasciano scoperto ben più di un fronte.
Dove il governo ha investito, cioè sulla tracciabilità, i risultati si vedono, anche se, va detto, da questo punto di vista palazzo Chigi ha proseguito un percorso avviato prima. Tra le misura adottate, Bruxelles elenca il collegamento obbligatorio tra pos e registratori di cassa, in vigore dal 2026, insieme all’accesso della riscossione ai dati delle fatture elettroniche e allo stop alle compensazioni per chi ha oltre 50mila euro di debiti già affidati all’Agenzia delle Entrate. Strumenti, tutti previsti dal Pnrr, che si appoggiano sulla fatturazione elettronica, obbligatoria dal 2019, grazie alla quale si sono già visti i primi risultati. Tra il 2019 e il 2023, scrive palazzo Berlaymont, l’evasione dell’Iva in Italia è scesa dal 19% al 15% anche grazie alla diffusione dei pagamenti digitali, pur restando lontana dalla media europea del 9,5%.
Ma scoprire gli illeciti serve a poco se poi lo Stato non incassa. Dei 72,3 miliardi di evasione accertati nel 2024 con controlli veri e propri, evidenzia la Commissione nel rapporto pubblicato lo scorso giugno, l’erario ne ha effettivamente recuperati 12,8 miliardi, meno di un quinto. È su questo divario su cui si misura la tenuta del sistema, ed è qui che il governo ha imboccato la strada che le grandi istituzioni politico-economiche internazionali sconsigliano. Alla rottamazione quater del 2023 è infatti seguita la quinquies, con nuove cartelle, rate per nove anni, niente sanzioni né interessi di mora. L’Ocse, che la cita espressamente nel suo rapporto di aprile, ne spiega il rischio: anche quando il debito alla fine viene saldato, chi aderisce paga meno di chi ha rispettato le scadenze. E se gli sconti si ripetono, rinviare diventa la scelta più conveniente. Secondo l’organismo parigino, Roma non dovrebbe concederne altre perché un condono può funzionare solo come eccezione mirata, seguito poi da controlli più severi. Difficile riconoscerlo in una sanatoria arrivata dopo tre anni dopo l’ultima, in un paese che, ricorda la stessa Ocse, ne conta almeno 80 in soli 150 anni. Non a caso anche la Commissione europea, riprendendo il parere della Corte dei conti, ha sottolineato che la rottamazione quinquies rischia di vanificare i progressi degli ultimi anni perché l’attesa di nuovi sconti spinge molti contribuenti a rinviare i pagamenti.
La stessa contraddizione riguarda il contante. Il collegamento tra pos e registratori rende visibili i pagamenti elettronici, ma nel 2023 il governo ha allargato lo spazio di quelli in banconote, portando il tetto da 2mila a 5mila euro. Studi della Banca d’Italia indicano come soglie più alte favoriscano il sommerso, e per l’Ocse il limite italiano supera quello di diversi Paesi con problemi di riscossione simili. Il contante, poi, pesa soprattutto dove l’evasione è più alta, tra piccole imprese e servizi. Qui la spinta a fatturare dipende spesso da un vantaggio per chi paga e molto spesso coincide con il terreno degli autonomi, che nel 2023 secondo le stime ufficiali riprese dall’Ocse, hanno versato appena il 40% di quanto dovevano tra imposte e contributi. È anche la platea a cui il governo ha guardato di più, ma non in termini di controlli. Nel 2023 è stata infatti alzata la soglia del regime forfettario, estendendo da 65 a 85mila euro di ricavi l’applicazione dell’aliquota agevolata al 15%. Oggi conta oltre due milioni di beneficiari e nel 2025 è costato 3,4 miliardi di minor gettito, più del previsto sempre secondo i giudici contabili. Una tassa piatta fino a una determinata soglia crea, inoltre, un incentivo a non superarla o a non dichiarare ciò che la supera. È per questo che il Fondo monetario internazionale, nella sua relazione del 2025, ne propone l’abolizione, mentre l’Ocse indica come opportuno un abbassamento del tetto.
Agli stessi contribuenti si rivolge anche il concordato preventivo biennale, che rovescia la logica del controllo, visto che chi aderisce accetta per due anni il reddito proposto alle Entrate ed evita una parte di accertamenti. Nelle prime due edizioni, l’adesione era accompagnata da un ravvedimento speciale per sanare a costo ridotto gli anni dal 2018 al 2022. Il limite sta però nella scelta volontaria, perché aderire conviene soprattutto a chi si vede proporre un reddito inferiore a quello reale. Un motivo in più per la Corte dei conti per chiedere di giudicare la misura dai redditi emersi, non dal numero delle adesioni.
Resta, infine, la deterrenza. Una leva che dipende da quanto costa essere scoperti e da quanto è probabile esserlo. Dal 2024, la sanzione per dichiarazione infedele è scesa dal 90%-180% al 70% dell’imposta evasa, mentre quella per omesso versamento dal 30% al 25%. Soglie che l’istituzione di Parigi ha giudicato più proporzionate, ma a patto che i controlli restino credibili. Quanto lo siano lo ha misurato la Corte dei Conti. Dei 19,4 milairdi arrivati nel 2025 da attività di controllo, quasi 12 vengono da procedure automatiche e solo 6,6 da accertamenti che recuperano davvero la base imponibile.
Il fisco, insomma, sa sempre di più ma riesce a farsi temere sempre di meno. Il bilancio complessivo lo tira la stessa Commissione europea. Nella tabella con cui valuta i passi avanti dell’Italia sulle raccomandazioni ricevute, alla voce che chiede di combattere l’evasione il giudizio è “qualche progresso”. Poche righe prima la diagnosi: l’evasione “resta elevata, in particolare sull’Iva e tra i lavoratori autonomi nonostante le ambiziose contromisure adottate negli ultimi anni”. Un passaggio che il governo, riunito a caccia di coperture per la manovra, farebbe bene a tenere a mente.
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