CATANZARO – L’autonomia differenziata torna ad accendere lo scontro politico in Calabria. E questa volta, al centro della polemica, non c’è soltanto la decisione del Governo di procedere con le intese richieste da quattro Regioni settentrionali, ma anche il silenzio che, secondo l’opposizione, il presidente della Regione Roberto Occhiuto continuerebbe a mantenere su una questione destinata a incidere sul futuro dei servizi pubblici e della sanità calabrese.
A sollevare il caso è Francesco De Cicco, consigliere regionale e capogruppo dei Democratici Progressisti Meridionalisti, che ha depositato una nuova interrogazione a risposta scritta indirizzata al presidente Occhiuto e alla Giunta regionale. L’obiettivo è ottenere una posizione ufficiale della Calabria sull’accelerazione impressa dal Governo nazionale al percorso dell’autonomia differenziata.
Le intese con quattro Regioni e il nodo della sanità
A innescare la nuova iniziativa politica è il via libera del Consiglio dei ministri agli schemi di intesa riguardanti Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, finalizzati al trasferimento di ulteriori funzioni in ambiti particolarmente delicati: tutela della salute, protezione civile, professioni e previdenza complementare.
Per De Cicco, il rischio è che il rafforzamento delle competenze regionali finisca per aggravare squilibri territoriali già profondi, soprattutto in un settore strategico come quello sanitario.
La preoccupazione riguarda le possibili conseguenze di una maggiore differenziazione delle regole e delle risorse tra territori con capacità economiche e infrastrutturali molto diverse.
In una regione come la Calabria, dove il sistema sanitario affronta da anni difficoltà strutturali, carenze di personale e problemi nell’accesso alle prestazioni, un’ulteriore competizione tra sistemi regionali potrebbe rappresentare, secondo il consigliere, un elemento di particolare criticità.
De Cicco richiama la sentenza della Corte costituzionale
Al centro della contestazione c’è anche la sentenza numero 192 del 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime diverse disposizioni della legge 86 del 2024, conosciuta come legge Calderoli, fissando importanti limiti e condizioni al trasferimento delle funzioni.
La Consulta ha richiamato la necessità di salvaguardare l’unità della Repubblica, il principio di solidarietà e la garanzia dei diritti fondamentali, sottolineando che l’attribuzione di competenze deve riguardare specifiche funzioni e non tradursi nel trasferimento indiscriminato di intere materie.
Secondo De Cicco, il percorso intrapreso dal Governo rischierebbe di non rispettare pienamente tali principi.
«Nonostante la netta sentenza della Corte Costituzionale (n. 192/2024), che ha chiaramente bocciato profili essenziali della Legge Calderoli ponendo vincoli stringenti sui LEP e sul divieto di trasferire intere materie, il Governo centrale accelera in modo forzato», dichiara il capogruppo.
La questione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) assume un’importanza decisiva: si tratta delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantite uniformemente sull’intero territorio nazionale, indipendentemente dalla regione di residenza.
«Il Nord rischia di attrarre risorse e personale a discapito del Sud»
L’aspetto più controverso, nella ricostruzione del consigliere regionale, riguarda le possibili ripercussioni sul Servizio sanitario nazionale.
«Consentire alle Regioni più ricche di svincolarsi, ad esempio, dal tariffario sanitario nazionale per le prestazioni, significa attrarre risorse, medici, infermieri e investimenti privati a scapito del Mezzogiorno. Un vero e proprio sistema competitivo che accentuerà tragicamente i divari territoriali».
È questa la prospettiva denunciata da De Cicco: un sistema nel quale le Regioni economicamente più forti potrebbero acquisire ulteriori vantaggi nella capacità di attrarre professionisti e investimenti, lasciando quelle più fragili alle prese con difficoltà crescenti.
Si tratta di conseguenze prospettate dall’esponente dell’opposizione, non di effetti già accertati delle intese. Il tema, tuttavia, investe un problema concreto: la necessità di conciliare le richieste di maggiore autonomia con il mantenimento di un sistema sanitario nazionale capace di assicurare pari diritti ai cittadini.
Il precedente del 20 febbraio e le accuse di immobilismo
La nuova interrogazione si inserisce in un confronto politico che, secondo De Cicco, sarebbe rimasto finora senza risposte.
Il consigliere ricorda infatti di avere già presentato, il 20 febbraio 2026, un’interrogazione per sollecitare una presa di posizione della Giunta regionale e chiedere un confronto in Consiglio sulle possibili conseguenze dell’autonomia differenziata.
A quella iniziativa, sostiene, non sarebbe seguito alcun riscontro da parte del presidente Occhiuto. Da qui la decisione di tornare formalmente sulla questione, anche alla luce delle iniziative annunciate da altre amministrazioni regionali meridionali.
De Cicco richiama in particolare le posizioni assunte da Puglia e Campania, indicando nelle iniziative giudiziarie davanti alla Corte costituzionale una strada da valutare anche per la Calabria.
La critica politica è rivolta direttamente al governo regionale: per il capogruppo dei Democratici Progressisti Meridionalisti, la Calabria non può limitarsi a osservare le decisioni nazionali senza chiarire quali strumenti intenda utilizzare per difendere i propri interessi.
Tre richieste a Occhiuto e alla Giunta regionale
L’interrogazione depositata da De Cicco pone tre questioni centrali.
La prima riguarda la posizione ufficiale della Regione Calabria rispetto alle intese e all’attuazione della legge sull’autonomia differenziata.
La seconda sollecita la promozione di iniziative davanti alla Corte costituzionale contro eventuali disposizioni e atti applicativi ritenuti incompatibili con i principi stabiliti dalla sentenza del 2024, nei limiti e attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.
La terza chiama in causa il ruolo della Calabria nella Conferenza Stato-Regioni, chiedendo quali azioni concrete la Giunta intenda intraprendere per tutelare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale e contrastare trasferimenti di funzioni che potrebbero compromettere l’equilibrio tra i territori.
Non si tratta, dunque, soltanto di una richiesta di chiarimenti politici. L’iniziativa punta a ottenere impegni istituzionali verificabili su una delle questioni più controverse nel rapporto tra Stato e autonomie regionali.
La Calabria davanti a una scelta che riguarda il futuro dei servizi pubblici
La discussione sull’autonomia differenziata supera i confini dello scontro tra maggioranza e opposizione. Sullo sfondo rimane una questione che riguarda direttamente milioni di cittadini: come garantire che il rafforzamento delle autonomie territoriali non si traduca in una maggiore disuguaglianza nell’accesso ai servizi essenziali.
Per la Calabria, il confronto assume un significato ancora più delicato, soprattutto alla luce delle difficoltà del sistema sanitario e della necessità di rafforzare strutture, personale e prestazioni.
La nuova interrogazione di Francesco De Cicco riporta quindi l’attenzione sulla responsabilità politica della Giunta regionale e sulla necessità di chiarire quale posizione la Calabria intenda assumere nel confronto nazionale.
Il punto decisivo resta uno: l’autonomia può rappresentare uno strumento di efficienza amministrativa soltanto se non compromette l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Perché il diritto alla salute, garantito dalla Costituzione, non può dipendere dalla maggiore o minore ricchezza del territorio in cui si vive.
E su questo principio, prima ancora che sulle appartenenze politiche, si misurerà la capacità delle istituzioni di difendere gli interessi della Calabria.
stefaniasapienza@calabriainchieste.it
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