Ubs prepara il piano B nel caso in cui la Svizzera imponesse requisiti patrimoniali giudicati troppo onerosi per il suo modello di business. Il ventaglio delle opzioni allo studio comprenderebbe il trasferimento della sede centrale all’estero, una possibile fusione con un altro istituto di credito e persino l’eventualità di diventare oggetto di un’acquisizione, secondo quanto riferito da alcune fonti vicine al dossier citate da Reuters.
Per ora il mercato resta con i piedi per terra: il titolo alla borsa di Zurigo il 16 ottobre si limita a un progresso dello 0,38% a 39,57 franchi svizzeri (+25% in un anno). La Svizzera sta elaborando una nuova normativa per le banche in risposta al crollo di Credit Suisse del 2023, poi salvata da Ubs, norme giudicate intollerabili dal colosso bancario svizzero.
Nessuna trattativa in corso, ma Ubs prepara le contromosse per difendere la competitività
Parallelamente, l’istituto elvetico starebbe valutando una lista di banche di dimensioni più contenute negli Stati Uniti che potrebbero rappresentare potenziali obiettivi di acquisto. Un gruppo interno alla banca sta esaminando i diversi scenari, tuttavia finora non risultano trattative in corso. Ubs, che segue da vicino l’iter parlamentare della riforma, ha declinato ogni commento sulle indiscrezioni di Reuters: «Non commentiamo le speculazioni né le opinioni espresse su tali questioni».
Il confronto con Berna si concentra sulla revisione delle regole prudenziali avviata dopo il collasso di Credit Suisse nel 2023. Alla fine di ottobre una commissione della Camera bassa dovrebbe iniziare a discutere le misure già approvate a settembre dal Consiglio degli Stati. Per Ubs la posta in gioco è rilevante: un irrigidimento eccessivo dei requisiti patrimoniali rischierebbe di penalizzare la redditività, limitare la flessibilità nell’allocazione del capitale e indebolire la competitività internazionale del gruppo.
Il nodo di 20 miliardi di capitale
Il punto più controverso della riforma riguarda il trattamento patrimoniale delle controllate estere. Il governo svizzero punta a imporre a Ubs una copertura integrale, pari al 100%, con il capitale Common Equity Tier 1 (Cet1), il capitale di migliore qualità, delle proprie partecipazioni bancarie all’estero. Secondo le stime circolate nel dibattito, il requisito potrebbe comportare l’immobilizzazione di oltre 20 miliardi di dollari.
Il Consiglio degli Stati ha ridotto la soglia al 90% il mese scorso, ma anche questo livello resta, secondo la banca, eccessivamente elevato. Oggi il requisito è pari al 60% e può essere soddisfatto in parte attraverso strumenti di capitale meno costosi rispetto al Cet1.
La differenza non è soltanto tecnica. Un maggior ammontare di capitale da vincolare alle controllate estere potrebbe ridurre la capacità del gruppo di impiegare le risorse in attività più remunerative, con potenziali conseguenze sui ritorni per gli azionisti e sulla possibilità di finanziare nuove iniziative di crescita.
Dal punto di vista delle autorità svizzere, invece, la riforma mira a rafforzare la resilienza del sistema bancario e a ridurre il rischio che eventuali perdite nelle attività internazionali di Ubs finiscano per gravare sui contribuenti. È un tema particolarmente sensibile dopo il salvataggio di Credit Suisse, la cui acquisizione da parte di Ubs ha concentrato ulteriormente il peso del gruppo all’interno dell’economia nazionale.
Londra sul tavolo, Morgan Stanley sullo sfondo
Tra le alternative considerate, il trasferimento della sede all’estero avrebbe un peso strategico e politico significativo. Londra sarebbe emersa come una delle principali destinazioni possibili nel piano di emergenza della banca. Il Financial Times ha riferito che il governo britannico e Ubs hanno discusso quest’anno dell’eventualità di un trasferimento, qualora il gruppo decidesse di lasciare la Svizzera.
La capitale britannica offrirebbe una piazza finanziaria internazionale consolidata e un ecosistema di servizi professionali adatto a un gruppo con una forte presenza globale nel wealth management e nell’investment banking. Un trasferimento, tuttavia, comporterebbe costi, complessità regolamentari e conseguenze organizzative che rendono difficile considerarlo una soluzione immediata.
L’ipotesi di un’aggregazione con un altro istituto apre invece uno scenario ancora più radicale. Secondo le fonti informate sulle intenzioni del gruppo, Morgan Stanley sarebbe, in teoria, il partner ideale per Ubs. I legami personali ai vertici delle due banche alimentano le speculazioni: il presidente di Ubs, Colm Kelleher, ha lavorato per molti anni in Morgan Stanley, dove ha ricoperto anche incarichi di primo piano.
Non vi sono indicazioni di negoziati in corso né elementi per considerare concreta un’operazione. Una combinazione tra i due gruppi avrebbe dimensioni eccezionali e solleverebbe questioni complesse sul piano regolamentare, della concorrenza e dell’integrazione operativa. Resta quindi una possibilità teorica nel quadro delle alternative che Ubs sarebbe chiamata a valutare, non un’operazione annunciata o in fase avanzata.
Gli Stati Uniti restano una priorità strategica
Un altro tassello del piano riguarda il mercato americano. A marzo Ubs ha ottenuto una licenza bancaria negli Stati Uniti e punta a rafforzare la propria presenza nel Paese. L’ipotesi di acquisire istituti più piccoli consentirebbe, in linea teorica, di accelerare l’espansione e consolidare la presenza locale.
Proprio il mercato statunitense, tuttavia, è al centro di una parte delle preoccupazioni di Berna: i requisiti patrimoniali più severi sono concepiti anche per limitare i rischi che eventuali perdite nelle attività americane possano ripercuotersi sulla casa madre e, in ultima istanza, sul sistema svizzero.
Ne deriva un possibile paradosso strategico. Da una parte, Ubs considera gli Stati Uniti un mercato essenziale per la crescita; dall’altra, le nuove regole potrebbero rendere più costoso finanziare le attività internazionali e ridurre la convenienza di ulteriori investimenti.
Il confronto con Berna
Ubs ha più volte dichiarato di non avere intenzione di trasferire la propria sede e di attribuire grande valore alle proprie radici svizzere. Il presidente Kelleher, tuttavia, ha avvertito a settembre che il gruppo potrebbe essere costretto a riconsiderare il proprio futuro nel Paese se le nuove norme si rivelassero troppo severe. La posizione del management riflette anche un obbligo verso gli azionisti.
La ministra delle Finanze svizzera, Karin Keller-Sutter, ha minimizzato il rischio di un addio di Ubs al Paese, giudicandolo improbabile e sottolineando i costi e gli ostacoli giuridici di un trasferimento. Il governo, tuttavia, deve bilanciare la tutela della stabilità finanziaria con il rischio di rendere la principale banca del Paese meno competitiva rispetto ai concorrenti internazionali.
La partita è quindi solo all’inizio. L’iter parlamentare definirà l’effettiva portata dei nuovi requisiti e il margine di compromesso tra le richieste delle autorità e quelle della banca. Fino ad allora, il dossier sulla sede resterà soprattutto uno strumento di pressione negoziale e di pianificazione strategica. Ma il fatto stesso che Ubs stia valutando scenari tanto diversi segnala quanto sia diventato delicato l’equilibrio tra il ruolo della banca nella sicurezza finanziaria svizzera e la sua capacità di competere sui mercati globali. (riproduzione riservata)
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