Ministero della Disabilità e Federazione Italiana Vela tornano in acqua con la seconda edizione del progetto. Sull’Adriatico marchigiano le attività sono affidate alla Asd Liberi nel Vento
TL;DR/In Sintesi:
Il Progetto Velando 2, promosso dal Ministero della Disabilità e dalla Federazione Italiana Vela, arriva a Porto San Giorgio con la Asd Liberi nel Vento. Annunciata il 15 ottobre 2026, la seconda edizione usa la vela come strumento di inclusione e unisce politiche pubbliche, competenze federali e il lavoro di un circolo locale. La base operativa è sulla costa marchigiana, in provincia di Fermo.
Una barra del timone non chiede chi la stringe. Risponde allo stesso modo a una mano forte e a una mano incerta, al vento che gonfia la vela e all’onda corta che arriva da prua. Davanti a Porto San Giorgio, sull’Adriatico, è da questa indifferenza meccanica che parte il Progetto Velando 2, promosso dal Ministero della Disabilità e dalla Federazione Italiana Vela. In acqua, a portare avanti le attività, c’è la Asd Liberi nel Vento.
L’annuncio è del 15 ottobre 2026. Il messaggio degli organizzatori sta tutto in una formula, il mare come strumento di inclusione, e non aggiunge altro. Nessuna promessa di risultati sportivi, nessun accenno a classifiche. Il baricentro è altrove: una barca a vela, con le sue regole fisiche, diventa uno spazio in cui la disabilità smette di essere la prima cosa che si vede.
Anche il nome dice qualcosa. Velando è un gerundio, un’azione in corso e non un traguardo da appendere in bacheca. E quel 2 che segue chiarisce che non siamo a un esordio: qualcuno, prima, ha già preso il largo.
Velando 2, il secondo bordo: istituzioni, federazione e vela adattata
Arrivare alla seconda edizione significa aver superato la prova più dura per un’iniziativa sociale: sopravvivere alla prima. Nella vela adattata le attività si reggono spesso sulla tenacia di singoli circoli e di gruppi di volontari, e la continuità diventa un valore tecnico prima ancora che organizzativo. Chi sale a bordo una volta vive un’esperienza. Chi torna in acqua per più stagioni costruisce competenze: impara a leggere una raffica sull’acqua, a sentire la barca che orza, a capire quando lascare prima che sia tardi.
L’impianto di Velando 2 lavora su tre livelli. In alto il Ministero della Disabilità, con il peso delle politiche pubbliche e del riconoscimento istituzionale. In mezzo la Federazione Italiana Vela, che governa lo sport velico nazionale e mette sul tavolo la rete delle società affiliate, i quadri tecnici, la formazione degli istruttori. Poi c’è il livello che tocca l’acqua: il circolo, la banchina, lo scafo ormeggiato con le vele già inferite.
Lo schema risponde a un problema preciso. La vela per persone con disabilità ha perso la sua vetrina più importante: presente nel programma paralimpico da Sydney 2000, ne è uscita dopo i Giochi di Rio 2016. Da allora l’attività vive soprattutto del lavoro di federazioni e associazioni, senza il richiamo mediatico dei Giochi. Un progetto nazionale con una firma ministeriale restituisce visibilità a un movimento che ha continuato a navigare lontano dai riflettori.
Sul piano tecnico, a rendere accessibile una barca bastano pochi accorgimenti ricorrenti:
- Stabilità: derive con bulbo zavorrato e scafi difficili da scuffiare, come l’Hansa 303, permettono di navigare senza il rischio di rovesciamento tipico delle derive leggere.
- Posizione a bordo: sedute centrali e fisse al posto del movimento in falchetta. Il peso del corpo non serve più a bilanciare lo sbandamento.
- Comandi rimandati: scotte e drizze arrivano davanti al timoniere, che gestisce vele e rotta da un’unica postazione.
- Timoneria: barre, joystick o sistemi servoassistiti permettono di governare anche con una mobilità ridotta degli arti superiori.
Non nasce una barca diversa. Nasce una barca che chiede le stesse cose di sempre: leggere il vento, anticipare il salto di direzione, decidere quando cazzare e quando lasciar correre la scotta. A bordo la parola inclusione smette di essere uno slogan da convegno. Si misura in gradi di bolina e in secondi di virata.
E c’è l’equipaggio. Su una barca con più persone i ruoli si distribuiscono: chi timona, chi regola la randa, chi guarda il campo di regata e chiama la boa. Nella vela integrata persone con e senza disabilità condividono lo stesso pozzetto e la stessa responsabilità. Se la virata riesce, riesce a tutti. Se la manovra salta, salta per tutti. Poche discipline mettono le persone su un piano così concreto.
Porto San Giorgio e Liberi nel Vento, la base sull’Adriatico
Porto San Giorgio sta sulla costa marchigiana, in provincia di Fermo. Il porto turistico guarda un tratto di Adriatico dalle coste basse e sabbiose, con fondali che scendono lentamente verso il largo. D’estate le brezze termiche disegnano un campo di regata regolare. D’inverno bora e scirocco cambiano il quadro in poche ore. È un mare che si presta all’apprendimento e che insegna, allo stesso tempo, a rispettare il bollettino prima di uscire.
Qui lavora la Asd Liberi nel Vento, associazione sportiva dilettantistica con finalità sportive e sociali. Il nome è già un programma. Con Velando 2 l’attività del circolo entra in una cornice nazionale, con un riferimento istituzionale e una federazione alle spalle. Vuol dire allinearsi a standard tecnici condivisi, confrontarsi con altre realtà che lavorano sullo stesso terreno e dare continuità a un impegno che, senza un progetto strutturato, rischia di reggersi solo sulle energie dei volontari.
Per chi sale a bordo, il cambiamento si racconta in fretta. Si molla l’ormeggio, si esce dall’imboccatura del porto, si prende il vento. Per qualche ora conta la direzione della prua, non la carrozzina lasciata in banchina. Tra terra e mare passa anche la distanza tra due modi di essere guardati.
Il progetto punta proprio su questo passaggio. La barca non è un luogo protetto o separato, ma un ambiente con regole uguali per tutti. Il vento non fa sconti, l’onda nemmeno. Chi impara a gestirli si porta a terra un’autonomia concreta: decidere in pochi secondi, fidarsi del compagno a prua, correggere la rotta senza perdere la calma.
In barca il metodo non cambia: si prova, si sbaglia, si riprova al bordo successivo. Una virata mancata non è una sconfitta, è un’informazione. Vale per chi impara a timonare e vale per un progetto che porta già un numero nel nome.
A Porto San Giorgio quel numero è un 2. Il prossimo bordo comincia in banchina, dove la barra del timone aspetta chiunque abbia voglia di stringerla.
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