Il dramma della condizione femminile in Afghanistan è un ‘dramma planetario’ che ha visto dal 2021 irrigidirsi il sistema talebano contro le donne del proprio Paese: l’abbandono degli Stati Uniti in quell’anno di kabul ha sancito il ritorno del regime telebano che ha portato a condizioni inumane la condizione afgana della donna. Un interessante documentario testimonia senza fronzoli e senza particolare melodrammaticità tutto questo. Il documentario mostra come il ritorno al potere dei talebani il 15 agosto 2021 abbia drasticamente cancellato i diritti e i sogni delle donne in Afghanistan, riportandole a una condizione di isolamento e persecuzione. Il video racconta questa drammatica transizione attraverso le testimonianze dirette di diverse donne afghane. Una ragazza di 18 anni racconta come i suoi obiettivi di diventare attivista e rappresentare il cambiamento nella società siano andati distrutti con l’arrivo del nuovo regime. Un’ex giudice racconta di essere diventata un bersaglio dei criminali che lei stessa aveva condannato e che i talebani hanno liberato . Per sopravvivere è costretta a nascondersi continuamente, spostandosi di casa in casa. Una fotografa (chiamata Mary) testimonia le violenze subite durante le manifestazioni di protesta, dove è stata colpita ripetutamente dai talebani con una sbarra di ferro per aver filmato gli eventi. Viene evidenziato il blocco totale della scuola secondaria per le ragazze, rimandate a casa poche ore dopo la promessa riapertura delle classi. Il documentario elenca le restrizioni imposte, come l’obbligo di coprirsi il volto in TV, il divieto di praticare sport, l’esclusione dal lavoro pubblico e l’impossibilità di uscire di casa senza un parente maschio. Le protagoniste esprimono anche una forte critica verso i fallimenti dei negoziati internazionali, il disimpegno degli Stati Uniti e la corruzione interna che ha permesso questo ritorno al passato. Il documentario mostra come il ritorno al potere dei talebani il 15 agosto 2021 abbia drasticamente cancellato i diritti e i sogni delle donne in Afghanistan, riportandole a una condizione di isolamento e persecuzione La condizione delle donne in Afghanistan è peggiorata drasticamente. Negli ultimi anni il regime ha imposto oltre 70 editti repressivi, configurando una vera e propria segregazione totale (definita da esperti come apartheid di genere). I divieti temporanei citati nel documentario sono diventati permanenti ed estesi. L’Afghanistan è l’unico paese al mondo che vieta l’istruzione alle ragazze oltre la prima media (sesta elementare) e proibisce totalmente l’accesso alle università. Oltre al divieto di lavorare (solo il 7% delle donne risulta ufficialmente occupata), è stato proibito l’ingresso in parchi, palestre, fiere e mercati. Le donne non possono viaggiare o uscire di casa senza un ‘mahram’ ossia un accompagnatore maschio della famiglia. Le leggi introdotte stabiliscono che la voce femminile è considerata intima e non può essere ascoltata fuori dalle mura domestiche. Alle donne è formalmente vietato parlare, leggere o cantare ad alta voce in pubblico. I nuovi codici sulla famiglia hanno rilegittimato i matrimoni precoci e infantili, rimosso tutele legali contro la violenza domestica, legalizzando di fatto le percosse non gravi da parte dei mariti e rimosso i giudici donna dal sistema giudiziario. Nonostante i rischi estremi per la sicurezza personale, le donne afghane continuano a resistere: sono nate reti di scuole clandestine nelle case, corsi di formazione online via computer o smartphone e attività commerciali nascoste tra le mura domestiche per continuare a studiare, lavorare e documentare le violazioni del regime. Le sanzioni internazionali contro il regime dei talebani costituiscono uno dei principali strumenti di pressione diplomatica ed economica utilizzati dalla comunità internazionale. Tuttavia, l’applicazione di queste misure si scontra con il delicato equilibrio necessario a non aggravare la già drammatica crisi umanitaria della popolazione civile. Le sanzioni attive si sviluppano su tre livelli principali: le Sanzioni delle Nazioni Unite (ONU) ossia il Consiglio di Sicurezza dell’ONU mantiene in vigore un regime sanzionatorio specifico originato dalla Risoluzione 1988. Le misure principali includono il blocco di tutte le risorse finanziarie e dei conti bancari riconducibili a leader del regime de facto ed entità associate.Il divieto assoluto di fornitura, vendita o trasferimento di materiale militare, tecnologie sensibili e assistenza tecnica all’Afghanistan. Le Restrizioni alla libertà di movimento internazionale per i membri chiave del gruppo. La lista aggiornata include decine di alti funzionari talebani, compresi membri del gabinetto di governo come il Primo Ministro Mohammad Hassan Akhund e i suoi vice. Poi l’Unione Europea recepisce e amplia le direttive ONU applicando misure restrittive mirate a individui ed entità ritenuti una minaccia per la stabilità, la pace e la sicurezza dell’area, nonché responsabili di gravissimi abusi dei diritti umani. Il regime sanzionatorio europeo colpisce in modo specifico 135 persone fisiche e 5 entità collegate al movimento. Infine le misure Economiche e Finanziarie degli Stati Uniti: subito dopo la caduta di Kabul nel 2021, gli Stati Uniti e i partner occidentali hanno adottato misure di isolamento finanziario ad altissimo impatto: sono stati bloccati oltre 9 miliardi di dollari di asset appartenenti alla Banca Centrale Afghana depositati all’estero.Vi è poi l’esclusione del sistema bancario afghano dai circuiti finanziari internazionali. L’efficacia politica delle sanzioni è oggetto di un acceso dibattito internazionale per via dei suoi effetti collaterali poichè il blocco dei fondi e l’interruzione degli aiuti allo sviluppo diretti hanno accelerato il collasso economico del Paese, portando milioni di civili afghani alla fame estrema e alla povertà. Per evitare una catastrofe assoluta, l’ONU e i governi occidentali hanno dovuto introdurre specifiche “esenzioni umanitarie” per consentire ad agenzie internazionali e ONG di inviare cibo, medicinali e aiuti di prima necessità direttamente alla popolazione, aggirando i canali governativi talebani. Le sanzioni e l’isolamento riflettono la linea della comunità internazionale di rifiutare il riconoscimento diplomatico ufficiale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, condizionando qualsiasi apertura al ripristino immediato dei diritti umani e civili delle donne. La situazione è sull’orlo del baratro e sia economicamente sia dal punto di vista dei diritti civili: la povertà aumenta ogni giorno di più e si stratifica ad ogni livello della popolazione e tutto questo nel silenzio assoluto della comunità internazionale. L’unico paese che ha lasciato aperto un cnale diplomarico è l’Iran. Il parallelismo fondamentale tra la dittatura afghana e quella iraniana risiede nell’istituzione di una teocrazia autoritaria basata sulla sottomissione totale della donna, dove il controllo del corpo e della vita femminile non è un elemento marginale, ma il pilastro ideologico ed esistenziale del regime stesso. Pur appartenendo a due rami differenti dell’Islam (il fondamentalismo sunnita di matrice tribale per i talebani in Afghanistan e l’islamismo sciita militante per la Repubblica Islamica in Iran), i due regimi condividono dinamiche strutturali evidenti: in entrambe le dittature, il controllo sulle donne è il principale indicatore della purezza ideologica dello Stato. I talebani hanno progressivamente cancellato la presenza femminile dalla vita pubblica attraverso oltre 70 editti, culminati nella legge sulla ‘Promozione della virtù e prevenzione del vizio’, che proibisce persino di far sentire la voce femminile in pubblico. In Iran l’obbligo del velo (hijab) e le leggi sulla modestia sono il simbolo identitario della rivoluzione del 1979. La polizia morale iraniana reprime brutalmente qualsiasi accenno di dissenso o deviazione dall’abbigliamento prescritto dallo Stato. Entrambi i sistemi utilizzano ministeri o corpi speciali dedicati esclusivamente a sorvegliare la moralità dei cittadini, con un focus ossessivo sui comportamenti privati e pubblici delle donne. In entrambi i casi, la violazione di queste norme, ad esempio una ciocca di capelli visibile in Iran o il volto scoperto in Afghanistan viene trattata come un reato contro lo Stato e contro Dio, punibile con l’arresto, le percosse o la morte. Le donne in entrambi i paesi sono state private dello status di cittadine paritarie e sotto i due regimi, la testimonianza di una donna nei tribunali vale meno di quella di un uomo o è del tutto nulla. Esiste l’istituto della tutela maschile: il mahram in Afghanistan e leggi simili sul consenso del marito/padre per viaggiare o lavorare in Iran riducono legalmente la donna a una persona perennemente minorenne. Un ultimo, fortissimo parallelismo è la resistenza guidata dalle donne. In Iran, le proteste scatenate dall’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 sotto lo slogan ‘Donna, Vita, Libertà’ hanno scosso le fondamenta del regime e in Afghanistan, nonostante il rischio di essere arrestate, torturate o fatte sparire, le donne continuano a sfidare i talebani protestando nelle strade, studiando in scuole clandestine e denunciando i soprusi attraverso i social media. I modelli culturali proposti dai due regimi non dovrebbero poter essere tollerati dalla comunità internazionale e certe posizioni ideologiche che sembrano tollerarli, in aperta opposizione alla politica internazionale americana, portano all’unico risultato possibile ossia che l’esistenza di tali schiavitù del corpo e della mente possano ancora sopravvivere.
Jacopo Bononi- presidente del Premio letterario la Tore isola d’Elba
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