La lezione che Berlino dimentica: la Germania est e il rischio dei tagli al bilancio Ue


In un negoziato complesso come quello per il prossimo Quadro finanziario pluriennale UE è sempre difficile aspettarsi che una proposta di compromesso da parte della presidenza di turno del Consiglio, quella irlandese, più di un anno e mezzo prima del gong finale, sia accolta da consensi incondizionati. Ma che non segnali alcun progresso rispetto alle due che l’hanno preceduta, quelle a firma rispettivamente danese e cipriota, desta più di un allarme. 

Nel weekend appena concluso è stato tutto un comunicato dopo l’altro nel quale singoli Paesi e parlamentari europei che sono sul file hanno ringhiato minacciandosi a vicenda. Le precedenti puntate della vicenda sono ormai note. Nel luglio del 2025, la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il periodo 2028-2034, ipotizzando un moderato aumento del budget (in realtà meno significativo di quanti molti auspicassero tenendo conto la necessità di ripagare i debiti contratti con il programma NextGenEU messo in pista dopo il Covid) e un paio di innovazioni radicali (su tutte il Fondo europeo per la competitività, al momento la trasposizione più significativa delle idee contenute nel Rapporto Draghi). 

Da lì è stato subito chiaro che gli Stati membri, ai quali il processo assegna il ruolo principale nell’approvazione del budget, si sarebbero spaccati tra i cosiddetti “frugali”, decisi a ridurre ulteriormente le ambizioni coltivate dalla Commissione (e in forma ulteriormente amplificata dal Parlamento europeo), e i cosiddetti “amici della coesione”, tra i quali l’Italia, a difesa della proposta di budget per salvaguardare in particolare i fondi destinati a coesione e agricoltura. Infatti, i paesi frugali, minori per numero ma in realtà con forte voce in capitolo, in quanto tutti contributori netti al bilancio UE e capitanati dal più grande di tutti, la Germania, vorrebbero riduzioni al bilancio nell’ordine di svariate centinaia di miliardi di euro, rispetto all’attuale previsione che sfiora i duemila a prezzi correnti, ma chiedono di concentrarle proprio sul primo capitolo, quello che comprende coesione e agricoltura, salvaguardando il secondo, che include il Fondo europeo per la competitività. 

Ecco spiegato perché la bozza di compromesso della presidenza irlandese ha scontentato tutti, tagliando il bilancio di circa 160 miliardi di euro in termini nominali (molto meno di quanto avrebbero desiderato i paesi frugali ma decisamente di più rispetto a quanto chiedeva il gruppo degli amici della coesione e soprattutto il parlamento) ma risparmiando agricoltura, coesione e immigrazione per concentrare la scure proprio su competitività e ricerca, insieme alla cooperazione internazionale e alle spese di funzionamento. 

D’altronde, sembra tutt’altro che facile trovare un compromesso, date le posizioni di partenza delle varie parti e con elezioni alle porte che interesseranno più della metà della popolazione europea. In questi casi, come ci insegnano i manuali negoziali, risulta ancora più centrale il ruolo di quello che dovrebbe essere il leader riconosciuto, cioè la Germania. 

Usiamo il condizionale solo perché sappiamo tutti le attuali difficoltà politiche e economiche che il paese sta attraversando e che fatalmente limitano gli orizzonti del cancelliere Merz ma d’altronde, per dirla con Giulio Andreotti, non si vedono giganti intorno che possano prendere l’iniziativa o risolvere la matassa al suo posto. Per capirne le possibili mosse sul Quadro finanziario pluriennale bisogna necessariamente farle i conti in tasca. Spulciando i dati di bilancio tedeschi, nel 2026 la Germania dovrebbe versare all’Europa in tutto 43 miliardi di euro. Le proiezioni disponibili indicano un aumento (in termini nominali) a 46 miliardi di euro nel 2027. Si tratta sicuramente di cifre importanti anche se stiamo parlando all’incirca dell’1% del PIL tedesco. Tuttavia, il calcolo corretto deve naturalmente tener conto di quanto la Germania riceve sotto forma di spesa comunitaria. Secondo i calcoli di IW, il principale think tank economico tedesco, nel 2024 il contributo netto tedesco si è fermato a 13,1 miliardi di euro, pari allo 0,3% circa del PIL. La Bundesbank, usando una metodologia diversa, che comprende NextGenerationEU, ha stimato per lo stesso anno 18 miliardi di euro (pari a circa lo 0,4% del PIL). Ma se si guardano le singole voci del bilancio UE appare chiaro che l’esborso netto è da attribuire quasi interamente ad agricoltura e coesione (voci di bilancio dove, secondo le nostre stime, la differenza tra versamenti e incassi si aggira complessivamente intorno ai 10 miliardi di euro per il 2024). Mentre sul programma di ricerca Horizon (uno di quelli più tagliati nella proposta irlandese), la Germania è si il principale contribuente ma anche quello che incassa più di tutti. Non riesce ad essere, a differenza della Spagna, un percettore netto ma per i primi cinque anni dell’attuale programma settennale il contributo netto complessivo risulta inferiore ai 400 milioni di euro, rispetto agli 8,1 miliardi di euro incassati.Dato che è ipotizzabile che anche per le altre voci del Fondo europeo per la competitività la Germania (così come gli altri Paesi frugali, tutti ricchi e più avanzati della media) possa replicare o addirittura migliorare i risultati finanziari ottenuti negli ultimi anni per Horizon, diventa facilmente spiegabile la resistenza a tagli che interessino quel capitolo. A parte tutte le considerazioni del caso, peraltro giuste, sulla necessità di spendere di più sul futuro dell’Ue. 

Sempre guardando alla Germania ci sono due elementi che dovrebbero giustificare una maggiore disponibilità al compromesso di quella rivelata fino a questo momento sui capitoli che più interessano il gruppo degli amici della coesione. Innanzitutto, se si ha davvero a cuore il futuro dell’Europa, appare legittimo immaginare che un possibile compromesso futuro preveda una percentuale dei fondi riservati all’agricoltura più elevata di quella attuale che vada a supportare l’innovazione e la trasformazione digitale del settore. Idem per la coesione. Ma proprio su quest’ultimo capitolo si dovrebbe anche ricordare ai tedeschi i circa 70 miliardi di euro di trasferimenti garantiti annualmente alla Germania dell’Est da Berlino dal 1991 al 2013. 

Sappiamo oggi dal termometro politico dell’ascesa dell’AfD che l’esperienza non ha presentato solo luci e d’altronde ci rendiamo conto che il vincolo culturale e storico sia ben diverso. Ma alla Germania si chiede oggi una cifra nella maggiore delle ipotesi pari a circa un ventesimo di quella a suo tempo andata ai connazionali dell’Est. A garanzia di un pezzo potenzialmente importante del futuro europeo dove si gioca una partita decisiva sul crinale tra competitività e coesione. E anche qui giusto chiedere che le risorse vengano investite bene, in base a un a governance più efficace dell’attuale. Con la consapevolezza però che, accanto a una maggiore competitività, la riduzione dei divari regionali alla lunga serve a tutti, Germania compresa. Ammesso che si riescano a superarne le logiche di corto respiro, per il bene comune europeo.


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