Perché in Spagna si protesta per la crisi abitativa e in Italia no


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Anche in Italia negli ultimi anni ci sono state molte manifestazioni per il diritto alla casa, ma non paragonabili a quello che sta succedendo in Spagna, sia per partecipazione sia per conseguenze politiche. Nel 2023 gli studenti universitari montarono le tende davanti agli atenei per protestare contro il costo degli affitti, negli ultimi mesi a Roma ci sono stati cortei per difendere Spin Time, un palazzo occupato nel quartiere Esquilino. Sono però mobilitazioni rimaste legate a una città o a un momento: nessuna ha portato nelle piazze e nelle strade decine di migliaia di persone in tutto il paese, come è successo in Spagna dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, né soprattutto ha costretto il governo a occuparsi della crisi abitativa.

Non è facile capire come mai in Spagna il diritto alla casa sia molto più sentito e dibattuto che in Italia, sempre che si possa davvero capire. Alcune ragioni economiche, storiche, sindacali e politiche aiutano però a inquadrare meglio il contesto sociale che ha innescato e sostenuto le proteste spagnole e allo stesso tempo limitato le mobilitazioni italiane.

La differenza si spiega in parte con l’impatto della crisi finanziaria del 2008, che la Spagna affrontò con premesse diverse rispetto all’Italia. Tra la metà degli anni Novanta e il 2007 in Spagna si sviluppò una bolla edilizia: le banche concessero 9,8 milioni di mutui per un valore di mille miliardi di euro e si iniziarono a costruire 6,5 milioni di abitazioni. In dieci anni il prezzo medio delle case passò da 685 euro al metro quadrato a 2.057 euro. Quando arrivò la crisi finanziaria, il mercato si fermò di colpo e si passò da oltre un milione di mutui concessi ogni anno a poco meno di 200mila.

A pagare la crisi furono soprattutto le famiglie che si erano indebitate negli anni precedenti. Secondo i dati raccolti in uno studio da Ricardo Méndez, professore di geografia all’Università Complutense di Madrid, negli otto anni tra il 2007 e il 2014 nei tribunali spagnoli furono avviati 605mila pignoramenti di case con un mutuo che non veniva pagato. Di questi procedimenti, 425mila si conclusero con lo sfratto dei proprietari.

Negli anni successivi comprare casa diventò molto più difficile per i giovani. Un’indagine fatta dalla Banca di Spagna sulle finanze delle famiglie ha stimato che tra il 2011 e il 2020 la quota di proprietari di casa tra le famiglie più giovani passò dal 69 al 36 per cento, mentre in tutta la popolazione spagnola il calo fu di nove punti percentuali. In poco tempo una generazione che negli anni precedenti avrebbe comprato casa si trovò a prendere casa in affitto, proprio mentre gli affitti cominciavano a salire.

Anche in Italia la crisi ebbe conseguenze gravi, ma più per l’occupazione che per l’accesso alla casa: i prezzi delle case scesero lentamente per anni fino alla pandemia, mentre in quasi tutti gli altri paesi europei – Spagna compresa – riprendevano a salire. In Italia i prezzi scendevano proprio perché l’economia e i salari crescevano poco a causa dell’aumento della disoccupazione, a cui si aggiunse un aumento del precariato che limitava la concessione dei mutui. Nel dibattito pubblico la casa era un problema in quanto patrimonio che perdeva valore, non in quanto bene sempre più difficile da ottenere.

«Noi ci siamo un po’ cullati in quella che io chiamo l’illusione proprietaria, cioè l’idea che alla fine in qualche modo ci si possa permettere una casa di proprietà, prima o poi», dice Filippo Celata, professore di geografia economica all’università La Sapienza di Roma.

– Leggi anche: I giovani e la crisi abitativa, spiegati coi dati

Dalla crisi del 2008 deriva anche un cambiamento della distribuzione delle proprietà immobiliari e in particolare l’aumento delle case comprate e gestite dai grandi fondi immobiliari, uno dei temi più sentiti nella mobilitazione spagnola. Nel 2012, per far fronte alle conseguenze della crisi finanziaria, lo Stato creò SAREB, una società finanziata con circa 50 miliardi di euro di debito pubblico che comprò dalle banche in difficoltà una parte delle case pignorate, in totale poco più di 100mila. Molte di queste case vennero poi vendute a fondi d’investimento internazionali a cui negli stessi anni furono concesse agevolazioni fiscali.

Madrid è una delle città dove i fondi e le società hanno acquisito più case: si stima che oggi abbiano il 5 per cento dell’intero patrimonio immobiliare. Nel luglio del 2013 il fondo statunitense Blackstone comprò 1.860 case popolari dal comune di Madrid, negli anni successivi ne acquistò altre 11mila soltanto nella capitale e 20mila nel resto della Spagna, diventando il primo proprietario privato del paese. Goldman Sachs, Lazora, Axa, Vivenio, Ares ne hanno altre decine di migliaia.

La manifestazione lungo la Gran Vía di Madrid, il 3 ottobre (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

In Italia i fondi hanno investito molto meno: si può dire che il mercato degli affitti è molto meno finanziarizzato rispetto alla Spagna, cioè meno sfruttato per logiche di investimento e rendimenti da parte di fondi e investitori. Secondo un report dell’Agenzia delle Entrate, in Italia su 3,6 milioni di case affittate, l’87 per cento è messo in affitto da piccoli proprietari e il 13 per cento da società, quasi tutte molto piccole, con al massimo 5 dipendenti.

Questa diversa distribuzione della proprietà, soprattutto nelle grandi città, ha offerto alla mobilitazione spagnola un bersaglio più facile di quello di chi manifesta in Italia: è più semplice prendersela con i fondi immobiliari che con i piccoli proprietari, e questo vale non solo per chi manifesta, ma anche per la politica e i sindacati.

In Spagna le cose sono andate diversamente anche nell’esecuzione degli sfratti. Secondo i dati riportati nello studio di Ricardo Méndez, tra il 2013 e il 2024 i tribunali spagnoli ne hanno eseguiti 765mila. All’inizio erano soprattutto pignoramenti di case con un mutuo, oggi sono per la maggior parte di inquilini che non riescono a pagare l’affitto: nel 2024, su 51.178 sfratti eseguiti, quelli legati a un mutuo erano il 38 per cento. In Italia gli sfratti sono più lenti, un po’ per la burocrazia e per la lentezza dei processi, un po’ per le tutele maggiori. È tra l’altro una delle ragioni per cui molti proprietari dicono di preferire l’affitto breve rispetto all’affitto a lungo termine. Il risultato è che in Italia lo sfratto è raramente un evento improvviso, e questo limita le tensioni.

In Italia anche le case popolari hanno un ruolo nel limitare i conflitti. In un articolo pubblicato nel 2023 sul Radical Housing Journal Simone Tulumello, geografo dell’Università di Lisbona, definisce l’Italia un «caso anomalo» rispetto alla Spagna, in parte grazie al sostegno offerto dalle case popolari. Tulumello ha analizzato la situazione di Torino e Napoli, due città dove sono state date risposte diverse a problemi simili.

Torino è un esempio di come una buona gestione delle case popolari, insieme a un sistema di aiuti per chi rischia lo sfratto, può disinnescare i conflitti: il comune assegna circa 500 alloggi l’anno, metà a chi è in graduatoria e metà alle famiglie rimaste senza casa. A Napoli la stessa funzione la svolgono le occupazioni, tollerate e in parte negoziate tra il comune e i movimenti per la casa. In Spagna invece solo il 3,4 per cento della popolazione vive in affitto con qualche forma di protezione pubblica e nel 2023 la spesa pubblica per costruire case è stata dello 0,2 per cento del prodotto interno lordo.

Secondo Emily Clancy, vicesindaca di Bologna con la delega alla casa, questo margine in Italia si sta esaurendo. Oggi nelle case popolari entrano soprattutto persone con un ISEE (l’indicatore che misura la situazione economica di una famiglia) molto basso, che pagano canoni altrettanto bassi: gli affitti incassati non bastano a coprire la manutenzione e i comuni devono investire molti soldi. Resta poi scoperta la cosiddetta fascia grigia. «Sono persone che hanno un lavoro, ma che non riescono a pagare l’affitto e hanno un reddito troppo alto per entrare in una casa popolare: non sanno quindi se rimanere qui o spostarsi. Questo fenomeno è già evidente in Spagna: siamo solo qualche anno indietro rispetto a loro», dice Clancy.

– Leggi anche: Quante sono e dove sono le case popolari inagibili

Un’altra ragione che spiega la differenza tra Italia e Spagna riguarda la politica. In Spagna i movimenti per la casa hanno trovato interlocutori nazionali in partiti come Podemos e Sumar, senza mai smettere di contestare il governo, e negli ultimi due anni il Sindicato de Inquilinas ha organizzato una serie di manifestazioni sempre più grandi.

In Italia il tentativo più strutturato di mettere insieme i movimenti per la casa è il Social Forum dell’Abitare, una rete promossa da associazioni come Arci e Legambiente, dai sindacati degli inquilini Sunia e Unione Inquilini, dalle associazioni degli studenti universitari e da collettivi locali. Il Social Forum ha prodotto documenti, studi e proposte di legge, che tuttavia non hanno mai attirato l’attenzione dell’opinione pubblica a livello nazionale per le ragioni spiegate finora.

Anche i partiti all’opposizione, come il Partito Democratico, si muovono spesso con cautela, soprattutto perché il problema degli affitti riguarda molto le grandi città governate per la maggior parte dal centrosinistra. Il risultato è che in Italia la crisi abitativa e il diritto alla casa sono percepiti come temi di sinistra, con un conseguente scarso interesse da parte del resto dei partiti rappresentati in parlamento, dei sindacati più grandi e di riflesso anche dei mezzi di informazione.


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