Quando un manager diventa padre di una figlia è più propenso nel suo lavoro ad assumere una donna.
Se, infatti, in un leader la sola esperienza della paternità – definita “trasformativa” dal ceo di OpenAI (che ha avuto un figlio maschio) – influenzerebbe le scelte aziendali, la nascita di una femmina avrebbe un effetto ancora più potente nelle politiche aziendali. In particolare su temi di parità di genere e responsabilità sociale. Da tempo sappiamo, guardando ai vertici, che le amministratrici delegate guidano, almeno in qualche maniera, i cambiamenti in questo senso. Da alcuni anni però, studi specifici stanno iniziando a chiarire meglio le conseguenze sulle decisioni per l’impresa, di manager o ceo che diventano padri di primogenite. O che hanno più figlie.
Ad indirizzare l’attenzione accademica specifica su questo filone sarebbero proprio il continuo emergere di evidenze che puntano in questa direzione. Conferme che arrivano analizzando le leadership aziendali. Ma che tornano simili anche osservando come in generale si modifica la visione degli uomini che hanno figlie femmine. E in aree del mondo non particolarmente esemplari per l’avanzamento o la promozione di istanze progressiste se si tratta di equilibrio o pari opportunità per i generi.
Quando nasce una femmina. Il caso danese
La “scoperta” citata in apertura di questo articolo, è emersa dall’analisi dei risultati di uno studio dell’Università di Aarhus di inizio 2026. Obiettivo specifico di questa ricerca era comprendere il possibile effetto della nascita di una figlia sulle scelte di assunzione da parte di manager-padri. Stando al campione osservato tra il 1992 e il 2017, gli studiosi hanno rilevato come, nelle imprese dove un leader aveva una primogenita, sono cresciute la quota di nuove lavoratrici (salite del 2,9%). E i guadagni relativi a loro offerti (+4,4%). Dati alla mano, l’analisi danese indica che quando quegli uomini che ne hanno il potere diventano padri di una figlia, tenderebbero ad assumere più donne. Questi leader, mostrerebbero una predisposizione a scegliere (per quanto solo leggermente più di frequente) un profilo femminile a parità di qualifiche ed esperienza. Tendenza che tra l’altro si manifesterebbe piuttosto presto e si manterrebbe nel tempo.
Attenzione però, come avvertono i ricercatori stessi: ciò non significa affatto che tutti questi manager sposino automaticamente posizioni simili. Nè tutti mostrano, di conseguenza, una maggiore attenzione alla parità di genere. Fatta questa premessa, comunque, non mancano evidenze a conferma della presenza significativa del fenomeno. Inoltre, per quanto la ricerca della Aarhus University – intitolata: “Daddy’s Girl: Daughters, Managerial Decisions, and Gender Inequality” – si concentrata su un campione danese, l’analisi di come l’esperienza personale influenzi l’equilibrio di genere nelle imprese, aggiunge un tassello al dibattito sul cosiddetto effetto “della figlia maggiore” (the eldest daughter effect).
Non limitato all’ambito professionale, la tesi alla base di questo fenomeno sostiene che un padre la cui primogenita è femmina tenderebbe a mostrare atteggiamenti meno sessisti. E a sviluppare una maggiore consapevolezza delle disuguaglianze di genere rispetto a uno il cui primogenito è maschio. Per quanto sia nato negli anni ‘70 e il suo studio si sia sviluppato maggiormente a partire dal 2011, è negli ultimi anni che la sua diffusione sta trovando nuovi e interessanti riscontri.
Mettersi nei suoi panni: le visioni cambiano
Tra le altre iniziative, la ricerca danese stessa è tornata a portare l’attenzione sul tema grazie a un articolo dell’Economist di qualche giorno fa. Se però lo sforzo degli studiosi di Aarhus si concentra sulle scelte dei manager nelle assunzioni, il fenomeno in realtà interessa sia diversi livelli di leadership che la società in generale. E ha chiaramente una portata mondiale.
Già alcuni anni fa, per esempio, una ricerca dell’Università di Miami e la China Europe International Business School guardava ai vertici aziendali. Dallo studio emergeva come, quando nelle imprese statunitensi veniva misurato il clima aziendale sotto la lente della diversità, gli amministratori delegati padri di figlie femmine raggiungevano punteggi di circa 8,7% superiori rispetto a quelli che non avevano figli o che avevano solo figli maschi. E, inoltre, i leader padri di femmine tendevano a destinare allo sviluppo della responsabilità sociale di impresa un 10,4% dell’utile netto annuale in più rispetto alla media delle imprese.
Più che gli altri, poi, questi amministratori delegati promuovevano donne e minoranze, spingevano maggiormente per la varietà di genere nei team di lavoro e introducevano più frequentemente benefit per le famiglie. Insomma, trovarsi a vestire i panni delle proprie figlie e ascoltare le loro storie – indicavano gli studiosi -, avrebbe contribuito in modo concreto a trasformare le ineguaglianze da concetti astratti a esperienze concrete. Con la conseguenza che, chi ha il potere di farlo, più facilmente interviene nella sua organizzazione.
Inoltre, quando questo avviene, la conseguenza si rivelano benefiche anche nel puntare a una certa maggiore parità all’interno dell’impresa.
Non tutti i leader padri di figlie promuovono la parità. Eppure….
Non mancano, però, i motivi di cautela per non cadere nell’errore di credere che questo processo avvenga sempre. Così come non si può interpretare i dati analizzati come la testimonianza del fatto che avere una figlia femmina automaticamente renda le visioni e le scelte di un leader più inclusive in tema di inclusione.
Per prima cosa se un ceo può certo implementare certe pratiche e orientare le politiche interne, deve anche rispondere alle dinamiche aziendali, agli stakeholders, alle richieste del mercato. Inoltre, poi, non sempre le visioni di chi è a capo si traducono in trasformazioni aziendali consistenti o durature. Due esempi particolarmente eclatanti in questo senso, arrivano ancora una volta dagli Stati Uniti. Sia Google che Meta, i cui amministratori delegati sono entrambi padri di figlie femmine (la primogenita nel caso di Pichai e tutte e tre per Zuckerberg), erano stati tra i primi ad annunciare pubblicamente i loro dati e il loro impegno per la parità di genere.
Ma non appena gli scenari politici e legali sono cambiati (in particolare da inizio 2025, con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e le nuove regole contro la d&i), erano stati anche tra quelli che molto presto hanno fatto passi indietro. E cancellato gli sforzi di anni nella direzione di una migliore parità.
Casi singoli a parte, grazie anche a un’osservazione sempre più specifica del fenomeno, non mancano elementi che confermano l’esistenza della tendenza, specialmente dei leader che diventano o sono padri di femmine, ad agire in modo diverso. Basti citare le analisi accademiche sulle aziende Standard &Poor 500 recenti. Tra le imprese di questo indice azionario quelle guidate da un amministratore delegato con una o più figlie hanno generalmente leadership (consigli di amministrazione e c-suite) più diversificate per genere.
E non è tutto. La situazione, infatti, non sarebbe prerogativa del solo mondo occidentale. Indizi simili sono stati rilevati anche da studi sulle borse di Shangai e Shenzhen. In maggio Forbes riportava come, sul campione considerato, le società cinesi guidate da un amministratore delegato con figlie avevano un numero di donne in posizioni di leadership tra i 2 e i 4 punti percentuali superiori rispetto ad altre in cui il ceo aveva solo figli maschi.
Il caso del Giappone
“L’effetto della prima figlia” sembra essere presente non solo nelle aziende ma anche a livello di società. Anche laddove non ce lo si aspetterebbe immediatamente.
Dati alla mano, una pubblicazione recente ha registrato questa tendenza anche in aree del mondo che mostrano attualmente il prevalere di una cultura conservatrice. Su tutti è particolarmente interessante il caso del Giappone racontato su Public Opinion Quarterly, rivista accademica peer-reviewed pubblicata dalla Oxford University Press. Nell’approfondire la ricerca, a incuriosire gli autori sono state proprio le evidenze che suggerirebbero come in occidente diventare padre di una femmina porta molti uomini a sostenere maggiormente la parità di genere. Da qui, la loro attenzione si è presto spostata a capire se questo avviene solo in ambienti culturalmente progressisti.
In questo il Paese del sol levante rappresenta un campo di studio particolarmente utile. Rispetto ad altre regioni del sud-est Asiatico, dove preferenze culturali per i maschi hanno modificato il rapporto tra nati maschi e femmine, è presente una struttura socio-culturale dove le percentuali di genere tra neonati è assolutamente casuale. Ma, allo stesso tempo, prevale una radicata cultura tradizionalista. Dove uomini e donne sono relegati ad aspettative e ruoli ben definiti. Inoltre, pur godendo di un governo democratico stabile e una società particolarmente avanzata per certi aspetti, nella nazione l’equilibrio di genere è tutt’altro che livellato. Rimane alto il divario retributivo tra sessi. E restano poche, a livello nazionale, le elette in posizioni di potere.
Nonostante tutto però, rispetto agli uomini in cui primo figlio è maschio, le analisi rilevano una maggiore predisposizione dei padri di una primogenita a rifiutare un ordine dei ruoli di genere più conservatore. Tra le altre cose, per esempio, si dimostrerebbero più aperti a supportare la revisione della norma che impone a una coppia di scegliere un cognome di famiglia – nella stragrande maggioranza dei casi quello del marito. O a sostenere la posizione per cui venga permesso a una donna di ereditare il trono imperiale.
Insomma, mettendola in altre parole, anche in Giappone avere una figlia porterebbe nei padri a una maggiore coscienza dell’esistenza di disparità di genere. Anche nel quotidiano.
Avere una figlia cambia la visione sulla parità di genere
Seppure questo cambiamento sia registrato dai dati raccolti in indagini estese, lo studio di Public Opinion Quarterly segnala: davanti a una certa evoluzione degli atteggiamenti, resta comunque difficile dire se le idee personali si stiano effettivamente trasformando in cambiamenti profondi. Politici o culturali.
Lo studio comunque, da una parte, conferma il diffondersi di un cambio di visioni rispetto ai ruoli di genere, legato all’esperienza della paternità di una femmina. Anche in una società fortemente legata alle tradizioni la cui evoluzione, tra l’altro, è quantomeno evidente negli atteggiamenti verso la necessità di certe riforme. E dall’altra, traccia il consolidarsi di una tendenza che è stata fino ad ora osservata soprattutto in ben altre parti del mondo. Dove cioè già da tempo e in maniera più consolidata si registrano percorsi, per quanto tortuosi, di progresso verso una migliore parità.
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