MILANO. Il Gruppo Intesa Sanpaolo è presente nel mondo con istituti esteri sussidiari, filiali e uffici di rappresentanza. Questa capillare presenza come viene messa in pratica in particolare nei Paesi dell’Unione Europea in Egitto.
“In questi Paesi – spiega in un’intervista in esclusiva a Report Difesa, Giuseppe Ferraro, Responsabile International Banks Division Corporate SME Small Business di Intesa Sanpaolo – non operiamo come una banca estera che replica dall’esterno un modello italiano. Siamo banche commerciali di diritto locale, profondamente radicate nei territori, e al tempo stesso parte di un grande Gruppo europeo. È questa combinazione a fare la differenza: conoscenza delle imprese, dei settori e delle istituzioni locali, unita alla capacità di mettere in campo competenze specialistiche e una visione internazionale”.

La Divisione International Banks è presente in 12 Paesi attraverso 11 banche commerciali e circa 880 filiali, servendo oltre 7,5 milioni di clienti, di cui circa 600 mila Corporate, SME e Small Business.
“Inoltre – -aggiunge Ferraro – sosteniamo l’economia reale di queste aree con circa 25 miliardi di euro in finanziamenti (dati al 30 giugno 2026).
La logica è quella di One Bank, One Group: una banca locale con il supporto della Banca dei Territori e delle competenze della Divisione IMI Corporate & Investment Banking.
Questo vale tanto per le aziende dei mercati in cui siamo presenti quanto per le imprese italiane che vogliono crescere all’estero. In questa prospettiva, stiamo rafforzando il programma di internazionalizzazione delle PMI, con l’obiettivo di raggiungere oltre 900 imprese per circa 0,5 miliardi di euro di volumi entro fine anno”.
Dottor Ferraro, quali sono, in queste aree geografiche, i Paesi ritenuti più vantaggiosi per un investimento finanziario? E perché?
Non esiste un Paese migliore in assoluto: la scelta dipende dal progetto industriale, dalla filiera di riferimento e dalla capacità dell’impresa di presidiare il mercato.
La CEE va letta non solo come area di costo, ma come componente sempre più strategica della base industriale europea.
Il nearshoring sta rafforzando la prossimità delle catene del valore, la loro resilienza e la loro integrazione con i mercati europei.
Slovacchia e Ungheria occupano una posizione rilevante nelle filiere industriali ad alto valore aggiunto, in particolare automotive ed energia. La Romania offre un potenziale di sviluppo e convergenza economica. La Serbia presenta dinamiche di crescita e opportunità da valutare attentamente nel proprio quadro normativo.
L’Egitto ha un ruolo geostrategico di primo piano: la vicinanza al Canale di Suez lo rende un hub naturale per infrastrutture, logistica, energia e manifattura orientata all’esportazione. Proprio per questo, ogni decisione richiede una valutazione rigorosa del rischio cambio e della stabilità macrofinanziaria.


È previsto un vostro supporto agli imprenditori che vogliono investire all’estero sull’analisi del rischio e finanziario?
Sì. Il nostro punto di partenza non è il prodotto, ma la qualità della decisione industriale e finanziaria. Analizziamo il country risk, l’esposizione al rischio cambio, la struttura finanziaria dell’operazione, il capitale circolante e la sostenibilità dei flussi di cassa. Valutiamo inoltre le modalità di hedging e il merito delle controparti, facendo leva sulla conoscenza diretta dei mercati delle nostre banche locali.
Su questa base costruiamo soluzioni coerenti con il profilo dell’impresa e dell’investimento.
Factoring e Supply Chain Finance, che hanno raggiunto in poco tempo volumi superiori a 0,5 miliardi di euro, aiutano a governare i flussi commerciali transfrontalieri e il capitale circolante dando flessibilità alle nostre aziende clienti.
Accompagniamo poi le imprese anche sui fattori che incidono sulla resilienza nel tempo. Intesa Sanpaolo ha erogato quasi 90 miliardi di euro in finanziamenti green e oltre 26 miliardi di euro in social lending, con l’impegno di destinare il 30% dei futuri finanziamenti a medio-lungo termine a progetti sostenibili. Inoltre, coerentemente con gli obiettivi del Piano Industriale 2026-2029, attraverso Intesa Sanpaolo Innovation Center promuoviamo l’evoluzione tecnologica con un programma di circa 1.400 iniziative d’innovazione e circa 200 milioni di euro di investimenti in startup tramite Neva SGR.
Secondo le vostre analisi quali sono i settori merceologici più richiesti in questi paesi?
Più che di settori merceologici richiesti, parlerei di ambiti nei quali osserviamo maggiore dinamismo degli investimenti e domanda di finanziamento. Nei Paesi CEE e in Egitto emergono modernizzazione industriale, sostenibilità e infrastrutture, con priorità diverse da mercato a mercato.
Nel perimetro della Divisione International Banks, riferito alla clientela Corporate, SME e Small Business, l’esposizione per volumi, alla fine del primo semestre dell’anno, è concentrata nel manifatturiero, con oltre 3,5 miliardi, sostenuto in particolare da automotive, meccanica e settori ad alta tecnologia; nell’energia, con oltre 2 miliardi di euro, decisiva per la transizione energetica; e nelle infrastrutture, con oltre 1 miliardo di euro , legate al rafforzamento delle reti di collegamento e degli hub logistici transfrontalieri.
I vari Stati prevedono sostegni a un sistema bancario e creditizio straniero che opera nel loro territorio?
Il punto è che nei nostri mercati non siamo soggetti esterni: operiamo attraverso banche commerciali di diritto locale, stabilmente radicate nei rispettivi Paesi. Questo ci consente di accedere, nel rispetto delle regole applicabili, agli strumenti pubblici e sovranazionali disponibili e di integrarli con la capacità del Gruppo.
Nei Paesi CEE, tra cui Slovacchia, Ungheria, Romania e Serbia, sono presenti garanzie pubbliche multilivello, fondi nazionali per le PMI e schemi collegati ai fondi europei, come NextGenerationEU o i programmi di co-finanziamento regionale. Questi strumenti possono facilitare l’accesso al credito e migliorare le condizioni di finanziamento per l’economia reale.
Le nostre banche collaborano inoltre, in sinergia con la Divisione IMI CIB, con BERS, BEI e IFC, che mettono a disposizione linee dedicate, strumenti di condivisione del rischio e garanzie per priorità quali transizione energetica, digitalizzazione, startup e imprenditoria femminile.
Anche nei mercati CEE e in Egitto esistono programmi per attrarre capitali privati in energia rinnovabile, logistica e transizione verde. Il valore della nostra presenza locale è saper collegare questi strumenti al fabbisogno concreto dell’impresa.
Oltre alle aziende italiane curate anche gli interessi di quelle locali?
Assolutamente. Il sostegno al tessuto imprenditoriale locale è un pilastro della nostra strategia internazionale. La presenza in 12 Paesi della International Banks Division è quella di un attore integrato nei territori: lavoriamo con imprese locali, conosciamo le loro filiere e le accompagniamo nei passaggi che ne determinano la competitività.
La nostra piattaforma comprende finanziamenti a medio-lungo termine ben superiori a 15 miliardi di euro, al 30 giugno, oltre 5 miliardi di euro in finanziamenti a breve termine e volumi di finanza strutturata prossimi ai 2,5 miliardi di euro.
A ciò si aggiungono Factoring e Supply Chain Finance per il capitale circolante e la continuità delle filiere, fino all’accesso ai mercati dei capitali attraverso strumenti dedicati alla crescita delle imprese più dinamiche, come i Minibond.
L’obiettivo non è soltanto erogare credito, ma essere un partner di lungo periodo: aiutare le aziende locali a crescere, digitalizzarsi, affrontare la transizione sostenibile e integrarsi nelle catene globali del valore. È il significato concreto di “Bank on the right advice”.
La crisi dovuta al COVID-19 ha interessato anche le aziende italiane vostre clienti che operavano in queste aree? Con quali risultati?
La pandemia ha sottoposto a forte pressione le catene di approvvigionamento e la liquidità delle imprese attive in CEE e in Egitto. La risposta ha richiesto rapidità, ma soprattutto capacità di leggere la situazione di ciascuna azienda e della sua filiera.
Le nostre banche estere hanno introdotto misure di liquidità, sospensione delle rate e nuove linee di credito garantite, in collaborazione con istituzioni locali ed estere, tra cui BEI e BERS. Factoring e finanza di filiera hanno contribuito a mantenere la regolarità dei pagamenti e la tenuta economica di fornitori locali e controllate italiane.
La lezione più importante della crisi riguarda però la resilienza delle supply chain.
La pandemia ha accelerato il riposizionamento delle catene del valore europee e il ricorso a produzioni di prossimità. Oggi il nearshoring e il consolidamento delle filiere sono una parte essenziale della logica di investimento in CEE: non una reazione contingente, ma una scelta industriale per rendere le catene di fornitura più solide.
Come si protegge una Banca dal rischio di default di aziende italiane all’estero?
La protezione dal rischio di credito comincia dal giudizio sul credito, non dalla garanzia. Analizziamo il modello di business, la capacità di generare cassa, la struttura finanziaria, l’esposizione ai rischi di Paese e di cambio e la qualità delle controparti.
Su questa base definiamo una struttura dell’operazione sostenibile e proporzionata ai flussi reali dell’impresa.


Il secondo presidio è il monitoraggio.
La presenza diretta nei mercati, attraverso le banche locali della International Banks Division, unisce conoscenza del contesto e visione di Gruppo.
Questo doppio livello consente di attivare sistemi di early warning e di cogliere tempestivamente eventuali criticità.
Garanzie e strumenti di mitigazione completano il processo. Factoring pro-soluto, lettere di credito e Supply Chain Finance possono proteggere i flussi commerciali; la collaborazione con assicuratori del credito, SACE ed enti multilaterali può offrire coperture rispetto a rischi politici, normativi e di inadempimento commerciale. Restano strumenti al servizio di un credito ben selezionato, strutturato e monitorato.
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