Consumi, gli italiani spendono di più ma comprano meno: dal 2019 spesa reale giù dell’8,7%. Come cambia il carrello


di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Dagli alimentari ai viaggi, l’inflazione ridisegna i bilanci delle famiglie. Dal 2019 la spesa reale è scesa dell’8,7%, secondo il Crc, con una perdita virtuale di 224 euro mensili. La mappa delle regioni: Puglia maglia nera, Umbria in controtendenza

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C’è un paradosso che accompagna gli italiani ogni volta che arrivano alla cassa: il conto aumenta, ma il carrello non si riempie altrettanto. Si spendono più euro per acquistare, in termini reali, meno di prima. E nel frattempo cambiano anche le abitudini: crescono le preparazioni alimentari, si riducono le spese per abbigliamento e spettacoli, mentre ristoranti e alberghi assorbono una quota crescente del bilancio familiare. È la fotografia di un Paese che, tra pandemia, inflazione e caro-energia, ha dovuto rivedere le proprie priorità. Dal 2019 al 2025 la spesa reale delle famiglie italiane si è ridotta dell’8,7%, secondo un’elaborazione del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), basata su dati Istat. 

Più soldi alla cassa, meno acquisti

Nei numeri si annoda il paradosso. Nel 2019 una famiglia italiana spendeva mediamente 2.560 euro al mese per i propri consumi. Nel 2025 è arrivata a 2.782 euro, circa 222 euro in più. Ma sono valori nominali, che non tengono conto dell’inflazione. Una volta depurata la spesa dall’aumento dei prezzi accumulato nel periodo, secondo i calcoli del Crc, il risultato cambia segno: meno 8,7%, equivalente a una riduzione virtuale di 224 euro mensili per famiglia. Si spendono, insomma, 222 euro in più, ma il valore reale dei consumi risulta inferiore a quello del 2019.




















































A pesare è stata soprattutto la sequenza di choc che ha attraversato l’economia negli ultimi anni: prima il Covid, poi l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata dei costi energetici e delle materie prime. L’inflazione ha successivamente rallentato, ma ciò non significa che i prezzi siano tornati ai livelli precedenti. Il risultato, osserva Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del Crc, è che, appunto, «gli italiani spendono di più per acquistare sempre meno».

Il dato pubblicato direttamente dall’Istat l’8 ottobre aggiunge un particolare significativo: nel 2025 la spesa media mensile è rimasta sostanzialmente stabile rispetto ai 2.755 euro del 2024, con un aumento nominale dell’1% a fronte di un’inflazione dell’1,6% misurata dall’indice armonizzato. Una sostanziale immobilità degli esborsi che, anche nell’ultimo anno, non ha tenuto pienamente il passo con i prezzi.

La geografia dei consumi: Puglia in fondo, Umbria in testa

La contrazione dei consumi reali, tuttavia, non è uguale dappertutto. Sempre secondo i calcoli del Crc, la Puglia registra la flessione più pronunciata, con un -18,7% rispetto al 2019. Seguono la provincia autonoma di Bolzano (-17,2%), dove ha pesato una delle dinamiche inflazionistiche più sostenute, e la Calabria (-14,9%).

In Puglia la spesa media mensile è addirittura diminuita di 21 euro anche in termini nominali, unico caso tra i territori considerati. Altrove gli esborsi sono cresciuti, ma non sempre abbastanza da compensare i rincari.
Il quadro si capovolge in Umbria, dove il Crc calcola un aumento della spesa reale del 9,9%. Seguono le Marche (+9%), la provincia autonoma di Trento (+8,2%) e l’Abruzzo (+6,1%). Anche i valori nominali mostrano distanze considerevoli: dal 2019 l’esborso medio mensile è aumentato di 810 euro in Umbria, 767 a Trento e 681 nelle Marche.

Differenze che non dipendono soltanto dai prezzi: sui livelli medi di spesa incidono anche la composizione delle famiglie, le condizioni economiche e le caratteristiche dei territori. Non si tratta, dunque, di una classifica diretta dei redditi o del benessere.

In dieci anni il cibo assorbe il 25% in più

Ma dove finiscono gli euro che le famiglie spendono in più? Per rispondere bisogna allargare l’orizzonte al decennio 2015-2025. Lo ha fatto il Codacons, con una propria elaborazione dei dati Istat, distinta da quella del Crc, che permette di osservare come sia cambiata la composizione della spesa.

In dieci anni l’esborso medio mensile delle famiglie è salito da 2.499 a 2.782 euro, con un incremento nominale dell’11,3%. Ma per alimentari e bevande analcoliche la crescita è stata più che doppia: da 441,50 a 552,06 euro al mese, il 25% in più, pari a circa 1.326 euro aggiuntivi all’anno per famiglia.

Non significa, naturalmente, che gli italiani mangino un quarto in più. La spesa monetaria misura quanto si paga, non quanto si mette effettivamente in tavola. E gli alimentari sono stati tra i settori più esposti ai rincari, dalle tensioni sui mercati agricoli all’aumento dei costi energetici e di trasporto.

Dentro il carrello, però, alcune voci si distinguono nettamente dalle altre. Sempre secondo il Codacons, la crescita più vistosa riguarda la categoria che comprende piatti pronti e altre preparazioni alimentari: +254,1% in dieci anni, con un esborso passato da 10,07 a 35,66 euro mensili, circa 307 euro in più all’anno. È una categoria statistica ampia, che include anche prodotti come sale, spezie, condimenti e alimenti per bambini: il dato non può quindi essere attribuito interamente al consumo di piatti pronti. Né consente, da solo, di stabilire quanto dell’aumento dipenda dai prezzi e quanto da una maggiore diffusione di questi prodotti.

Dal caffè agli oli, i rincari nel carrello

Non sorprende trovare ai primi posti anche caffè, tè e cacao, per i quali la spesa media mensile è cresciuta del 67,6%, da 12,22 a 20,48 euro. Una differenza di circa 99 euro all’anno, sulla quale hanno inciso anche le forti oscillazioni dei prezzi internazionali delle materie prime.

Per oli e grassi l’incremento raggiunge il 37,8%, mentre zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi segnano un +21,3%. La spesa per verdure aumenta del 19,7%, quella per la carne del 19,4%, per pesce e prodotti ittici del 17,8%, per latte, formaggi e uova del 17,3%. Pane e cereali si fermano al +14,1%, la frutta al +13,6%.

Non è una graduatoria dei rincari dei singoli prodotti, ma degli aumenti di spesa sostenuti dalle famiglie. Una distinzione importante, perché i comportamenti di acquisto possono essere cambiati insieme ai prezzi.
Il risultato complessivo è comunque evidente: dai dati Istat emerge che in dieci anni la quota del bilancio familiare destinata ad alimentari e bevande analcoliche è passata dal 17,7% al 19,8%. Quasi due euro ogni dieci spesi dalle famiglie finiscono oggi in questa voce.

Meno vestiti e spettacoli, più spesa per ristoranti e alberghi

Fuori dal comparto alimentare, invece, la crescita della spesa è stata decisamente più contenuta: appena l’8,4% in dieci anni, secondo il Codacons. E alcune voci hanno addirittura imboccato la strada opposta.
Per ricreazione, spettacoli e cultura le famiglie spendono il 16,7% in meno rispetto al 2015, una riduzione media di 253 euro all’anno. L’abbigliamento e le calzature perdono il 9%, circa 125 euro annui, mentre bevande alcoliche e tabacchi arretrano del 4,1%.

Il quadro cambia quando si passa alle spese meno facili da comprimere. Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili assorbono il 10,9% in più, pari a quasi 1.180 euro aggiuntivi all’anno. Una voce che comprende anche gli affitti figurativi, cioè il valore stimato del servizio abitativo delle case occupate dai proprietari, e non soltanto bollette e pagamenti effettivi. Per i trasporti la crescita raggiunge il 10,7%, circa 342 euro annui.

Nella ricostruzione del Codacons, l’incremento percentuale più consistente tra le grandi voci non alimentari riguarda però ristoranti e servizi ricettivi: +33,7%, circa 495 euro in più all’anno. Anche qui, sarebbe sbagliato concludere che gli italiani frequentino un terzo in più ristoranti e alberghi. L’aumento degli esborsi riflette una combinazione di prezzi e consumi che il solo dato monetario non permette di separare.

C’è poi una voce quasi immobile: la spesa per servizi sanitari, passata da 112,72 a 113,18 euro mensili, appena lo 0,4% in più nell’arco di dieci anni. Un dato che non basta a misurare l’evoluzione dei bisogni di cura o delle prestazioni acquistate, ma che segnala quanto poco sia cresciuta questa componente del bilancio familiare.

Una famiglia su tre taglia sul cibo, il 45% cambia abitudini di viaggio

La trasformazione dei consumi emerge anche dalle risposte delle famiglie alle rilevazioni Istat richiamate dal Crc. Circa una su tre dichiara di aver ridotto gli acquisti alimentari. Il 44% ha limitato quelli di abbigliamento e calzature, il 38,2% le spese per la cura della persona e il 25,4% quelle sanitarie. 

Quanto ai viaggi, circa il 45% dei nuclei ha modificato le proprie abitudini. Le percentuali descrivono comportamenti differenti: limitare gli acquisti non significa necessariamente rinunciare del tutto, così come cambiare abitudini di viaggio non equivale sempre a spendere meno.

A rendere ancora più articolata la fotografia è un altro dato Istat: nel 2025 la spesa mediana, quella che divide le famiglie italiane in due metà uguali, era di 2.338 euro mensili, ben al di sotto della media di 2.782 euro. Significa che più della metà delle famiglie spende meno del valore medio nazionale.

E allora il punto non è soltanto quanto gli italiani spendano, ma come siano costretti a distribuire quello che hanno. C’è chi rinvia un acquisto, chi riduce le uscite, chi cerca alternative più economiche, chi continua a concedersi un ristorante o una vacanza ma deve fare i conti con prezzi più alti. L’inflazione non ha cancellato i consumi: ne ha cambiato gli equilibri, comprimendo alcune scelte e rendendone altre più costose.

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11 ottobre 2026 ( modifica il 11 ottobre 2026 | 11:27)


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