Il clima presenta il conto, l’adattamento diventa la risposta delle aziende


Per un’impresa, il problema climatico sta diventando sempre meno astratto. Può infatti significare una linea produttiva fermata, una catena di fornitura interrotta, costi assicurativi più alti o materie prime che diventano più difficili da reperire. È anche per questo che l’85% dei Chief Sustainability Officer intervistati dal World Economic Forum prevede che l’adattamento diventerà una priorità maggiore nei prossimi tre anni. Il 77% ritiene inoltre che gli investimenti privati saranno decisivi per accelerarlo.

Ma proprio quando il rischio diventa più concreto, arriva la domanda più difficile per un’azienda: quanto vale spendere oggi per un danno che potrebbe non verificarsi domani? La risposta è che il 62% dei CSO indica nell’incertezza delle valutazioni costi-benefici il principale ostacolo agli investimenti in adattamento. Il 42% cita la mancanza di sostegno da parte dei vertici e il 31% i cicli di budget troppo brevi. Il valore della resilienza, osserva il rapporto, consiste spesso in perdite evitate e interruzioni che non si verificano: un beneficio reale, ma più difficile da misurare rispetto a un ricavo immediato.

È questo uno dei punti centrali del Chief Sustainability Officers’ Outlook 2026 del World Economic Forum, costruito sulle risposte di 103 CSO di grandi aziende distribuite su cinque continenti.

Perché l’adattamento è una priorità aziendale

L’adattamento, dunque, non viene più descritto soltanto come una questione ambientale, ma come parte della continuità operativa, della gestione del rischio e dell’allocazione del capitale. Bisogna però partire dal fatto che il rischio non si presenta allo stesso modo ovunque, dunque le priorità dell’adattamento cambiano in funzione dei profili di rischio locali e delle politiche dei diversi mercati. In Europa, per esempio, la resilienza delle infrastrutture critiche sta assumendo un ruolo sempre più centrale. Negli Stati Uniti, invece, sono soprattutto i costi e la disponibilità delle assicurazioni a rendere più evidente alle imprese l’impatto dei rischi climatici fisici. Nei mercati emergenti, l’attenzione si concentra maggiormente sulla costruzione di infrastrutture resilienti, sulla sicurezza alimentare e sulla capacità di attrarre investimenti privati per rafforzare la resilienza economica.

Queste differenze si riflettono anche nelle aree della catena del valore più esposte. Gli intervistati hanno indicato la distribuzione e la logistica (54%) e le attività operative (53%) come le aree delle catene del valore globali più vulnerabili agli impatti legati al clima e alla natura nei prossimi tre anni. Anche la disponibilità di materie prime emerge come una preoccupazione ricorrente. L’esposizione si vede anche sul fronte assicurativo, con il 42% dei CSO che considera costi e disponibilità delle assicurazioni tra gli aspetti delle catene del valore più vulnerabili agli impatti climatici e naturali.

Per trasformare queste criticità in investimenti, secondo il WEF servono però condizioni più favorevoli. Il rapporto richiama la necessità di creare opportunità di investimento più facilmente finanziabili, con modelli di ricavo e rimborso più chiari e meccanismi di condivisione del rischio tra pubblico e privato. È qui che l’adattamento smette di essere soltanto una voce di costo e diventa una questione di allocazione del capitale: non si tratta solo di proteggersi da un evento estremo, ma di capire quali investimenti possano ridurre perdite future e rendere più stabile l’attività.

Alcuni segnali mostrano già questo potenziale. Il rapporto cita i dati CDP secondo cui le aziende che gestiscono attivamente le emissioni lungo le proprie catene di fornitura hanno già generato 13,6 miliardi di dollari di risparmi, con la possibilità di ottenere ulteriori 165 miliardi di dollari di benefici finanziari. La resilienza, dunque, può avere un ritorno economico anche quando il risultato non si presenta sotto forma di un nuovo ricavo, ma di costi e interruzioni che vengono evitati.

Dalla compliance al business: la sostenibilità cambia posto nelle aziende

La stessa evoluzione emerge quando il rapporto allarga lo sguardo dalla resilienza alla transizione nel suo complesso. Nei prossimi tre anni, il 64% dei CSO indica nella maggiore convenienza economica degli investimenti nella sostenibilità il principale fattore in grado di accelerare i progressi, mentre il 56% cita la riduzione dei costi e una maggiore disponibilità di tecnologie sostenibili. Il 50% indica inoltre la collaborazione tra aziende e lungo le catene del valore. Gli accordi internazionali, invece, sono citati soltanto dal 7% degli intervistati.

Queste risposte suggeriscono che la sostenibilità si sta integrando sempre più nelle logiche commerciali delle aziende, anche se le politiche rimangono fondamentali per trasformare lo slancio del mercato in progressi sistemici.

La crescente dimensione della green economy offre un indicatore di questo cambiamento. Una ricerca del World Economic Forum stima che, nel 2024, la green economy abbia superato i 5.000 miliardi di dollari di valore annuo –  pari a circa il 5% dell’attività economica globale –  e sia destinata a superare i 7.000 miliardi entro il 2030.4 Ciò la renderebbe uno dei settori in più rapida crescita a livello mondiale, secondo solo a quello tecnologico. La stessa ricerca rileva che il fatturato delle attività “green” delle aziende cresce, in media, a un ritmo doppio rispetto alle altre attività; inoltre, le imprese del settore beneficiano di valutazioni di mercato più elevate e di un minor costo del capitale.

Anche dentro le aziende il cambiamento è già visibile. Il 69% dei CSO prevede che strategie e investimenti ambientali resteranno sostanzialmente invariati o accelereranno nei prossimi dodici mesi, il 49% non prevede variazioni significative e il 20% si aspetta un’accelerazione.

Ma il passaggio dalla compliance alla creazione di valore non è ancora completo. Il 65% degli intervistati afferma infatti che i vertici aziendali considerano ancora la sostenibilità soprattutto un obbligo di compliance, mentre il 50% la associa alla necessità di mantenere una legittimazione sociale. Solo il 41% la vede invece come una fonte di crescita o valore per il business.

L’AI accelera la transizione, ma presenta un nuovo conto

L’intelligenza artificiale rende particolarmente evidente il doppio volto della trasformazione tecnologica. Da un lato, può aiutare le aziende a capire meglio i rischi ambientali, usare in modo più efficiente energia e risorse e misurare con maggiore precisione i risultati delle proprie azioni. Non sorprende quindi che il 73% dei CSO consideri l’AI e le tecnologie digitali un importante motore dei progressi sulla sostenibilità nel prossimo anno.

Dall’altro lato, però, l’AI ha un costo ambientale crescente. Il 77% dei CSO considera infatti il consumo di energia e risorse delle infrastrutture necessarie a far funzionare questi sistemi il principale impatto negativo dell’AI sulla sostenibilità. I data center rappresentano già circa l’1,5% del consumo globale di elettricità, mentre il rapporto segnala che i prelievi di acqua associati all’AI potrebbero più che raddoppiare entro il 2030. Il risultato è un bilancio ancora incerto: il 37% dei CSO ritiene che i benefici ambientali dell’AI siano superiori ai suoi costi, il 28% sostiene il contrario e il 35% non ha ancora una posizione definita.

È proprio questa ambivalenza a rendere l’AI un esempio della sfida più ampia che attraversa oggi la sostenibilità. Una tecnologia può contribuire a ridurre consumi, rischi e inefficienze, ma richiede a sua volta energia, infrastrutture e investimenti. La transizione non consiste quindi semplicemente nell’adottare soluzioni più sostenibili: significa anche valutarne i costi, gli effetti indiretti e i compromessi che comportano.

Lo stesso principio vale per la resilienza. Investire nell’adattamento significa spesso sostenere costi immediati per evitare perdite future che potrebbero non comparire mai nei bilanci. E vale per la transizione energetica: tecnologie più efficienti possono generare risparmi nel tempo, ma richiedono capitale iniziale e condizioni di mercato che ne rendano conveniente l’adozione. In entrambi i casi, la sfida per le aziende è sempre più quella di tenere insieme benefici ambientali, ritorni economici e costi della trasformazione.


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