di Giovanni Talente
La seconda indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria delle piccole imprese, diffusa l’8 settembre 2026 e condotta nel primo semestre del 2025 su 5.000 titolari di imprese fino a nove addetti, colloca il punteggio medio al 74 per cento del massimo, in aumento di due punti percentuali rispetto alla rilevazione del 2021 sulle diciassette domande confrontabili. Nella stessa indagine l’intelligenza artificiale risulta adottata, in forma estensiva o limitata, dal 5 per cento delle microimprese, con un altro 19 per cento che dichiara di sperimentarla o di prevederne l’introduzione entro dodici mesi. Il cloud si ferma al 44 per cento, la robotica al 6, l’interconnessione dei sistemi produttivi al 4. Nello stesso periodo i prestiti bancari alle piccole imprese sono scesi del 4,3 per cento su base annua a marzo 2026, secondo l’elaborazione di Unimpresa su dati della Banca d’Italia, mentre alle imprese medio-grandi sono cresciuti del 2,2 per cento.
Il punteggio complessivo aggrega diciannove domande: otto sulla comprensione dei concetti finanziari, otto sui comportamenti, tre sugli atteggiamenti. Sul primo blocco il 45 per cento degli intervistati risponde correttamente ad almeno sette quesiti su otto, il 40 per cento si colloca fra quattro e sei risposte esatte e il 15 per cento si ferma a tre o meno. Le risposte corrette superano l’80 per cento sul dividendo e sulla relazione fra rischio e rendimento, scendono al 63 per cento sul capitale di rischio e al 61 sull’incidenza della durata sul costo di un prestito. Sono due nozioni che servono esattamente a valutare un investimento pluriennale in tecnologia. Nel presentare i risultati la Banca d’Italia scrive che “permangono difficoltà nella comprensione dei concetti economico-finanziari di base”.
Il passaggio successivo, quello che il brief di questa proposta anticipava, va letto con cautela. L’istituto registra che l’adozione di tecnologie digitali è più frequente fra i microimprenditori con conoscenze finanziarie più elevate, e descrive il rapporto come un’associazione positiva, non come un rapporto di causa. La stessa indagine rileva che il punteggio di alfabetizzazione cresce con il fatturato e risulta più alto fra le imprese che esportano. Le due cose viaggiano insieme: le imprese più grandi e più aperte ai mercati esteri sanno di più di finanza e adottano più tecnologia, senza che i dati permettano di stabilire quale delle due variabili muova l’altra.
Il dettaglio più utile riguarda i comportamenti. Il monitoraggio dell’andamento finanziario è praticamente universale, con il 99,6 per cento dei titolari che lo esegue con regolarità, e quasi il 90 per cento tiene separati i conti aziendali da quelli familiari ed elabora previsioni di redditività. Il consenso scende quando si passa dalla contabilità alla decisione: il 51,9 per cento dichiara di preferire un piano finanziario all’istinto, il 56,6 di non accettare soluzioni chiavi in mano nei rapporti con le banche. È la componente comportamentale, secondo la rilevazione, quella che mostra il legame più diretto con le scelte strategiche dell’impresa.
C’è una ragione statistica per cui questa indagine è l’unica a poter dire qualcosa sull’argomento. La rilevazione Istat su imprese e tecnologie dell’informazione, che è la fonte ufficiale sulla digitalizzazione del sistema produttivo, osserva le imprese con almeno dieci addetti. Sotto quella soglia si collocano 4.273.161 imprese attive nell’industria e nei servizi, il 94,8 per cento del totale, che occupano il 41,2 per cento degli addetti e producono il 26,8 per cento del valore aggiunto, secondo i conti economici delle imprese diffusi da Istat nell’ottobre 2025 e riferiti al 2023. La gran parte del tessuto produttivo italiano, quando si parla di adozione digitale, non compare nelle serie storiche.
Sopra i dieci addetti il quadro è documentato e si sta divaricando. L’uso dell’intelligenza artificiale è passato dall’8,2 per cento del 2024 al 16,4 del 2025, con il 15,7 per cento fra le imprese da dieci a quarantanove addetti e il 53,1 oltre i duecentocinquanta. La distanza fra le due classi è salita da circa venti punti percentuali nel 2023 a venticinque nel 2024 e a trentasette nel 2025. Fra i punti in evidenza del rapporto, diffuso il 15 dicembre 2025, Istat segnala che “la mancanza di competenze adeguate frena l’adozione dell’IA in quasi il 60% delle aziende”.
L’ostacolo che le imprese dichiarano, quindi, non è finanziario. La ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, presentata il 21 maggio 2026, misura un 76 per cento di piccole e medie imprese che non ha investito in intelligenza artificiale e non prevede di farlo, a fronte di un 7 per cento che ha avviato programmi di formazione strutturati sul tema. Nella stessa ricerca il 22 per cento delle imprese investe nel digitale in misura minima perché lo considera marginale e il 9 per cento giudica i costi sproporzionati rispetto ai benefici attesi. Quest’ultima quota, la sola che esprime un giudizio economico esplicito, è la più piccola delle due. “Le PMI non possono affrontare da sole una trasformazione di questa portata”, ha detto Claudio Rorato, direttore dell’osservatorio.
Sul versante dell’offerta di denaro il movimento è più netto. La contrazione dei prestiti alle piccole imprese si attenua rispetto al meno 5,7 per cento di marzo 2025 e al meno 8,1 di marzo 2024, ma resta negativa in un anno in cui il credito complessivo è tornato a crescere del 2,5 per cento e quello alle famiglie consumatrici del 3,2. Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa, ha parlato di “una ripresa del credito a due velocità”.
Nell’indagine della Banca d’Italia il ricorso al debito resta diffuso: il 38 per cento delle microimprese utilizza prestiti o mutui, il 29 aperture di credito in conto corrente, il 23 anticipi su fatture. Sul fronte dei pagamenti l’87 per cento accetta carte di debito e il 62 carte di credito. La dimestichezza con gli strumenti finanziari di uso corrente non manca; scarseggia quella sui prodotti in cui il prezzo dipende dalla durata e dal rischio.
La politica industriale si sta muovendo su un perimetro più stretto di quello del problema. Il 21 settembre 2026 Simest ha aperto lo sportello di una misura da 200 milioni di euro destinata a investimenti in intelligenza artificiale e quantum computing, con un finanziamento agevolato a sei anni estendibile a otto e un contributo a fondo perduto fino a 100.000 euro. Per accedere occorre dimostrare un fatturato export pari ad almeno il 3 per cento del totale, oppure una quota di ricavi generata da clienti italiani esportatori. È lo stesso segmento in cui la Banca d’Italia rileva i punteggi di alfabetizzazione finanziaria più alti. “Servono degli strumenti operativi per accompagnare le piccole imprese in questa transizione”, ha osservato Luca Montagnin, presidente della CNA di Padova, il 15 settembre.
Restano alcuni limiti di lettura. L’indagine della Banca d’Italia si riferisce al primo semestre del 2025 e precede quindi l’ultima fase di diffusione degli strumenti generativi, mentre la rilevazione Istat più recente è di dicembre 2025 e riguarda un universo diverso, quello delle imprese con almeno dieci addetti, non confrontabile con quello delle microimprese. Fra il 2021 e il 2025 il punteggio di alfabetizzazione finanziaria è salito e l’uso effettivo dell’intelligenza artificiale resta al 5 per cento: la conoscenza è cresciuta più in fretta dell’adozione. E l’associazione che l’istituto documenta fra conoscenze finanziarie e propensione tecnologica convive con un’altra associazione, quella fra alfabetizzazione e dimensione d’impresa, che i dati pubblicati non consentono di separare.
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