I risultati sono meno drammatici di quanto si racconti e più inquietanti di quanto sembrino, perché il problema non è la cifra: è che nessun modello sa produrla.
Quando si parla di rischio climatico per il sistema finanziario l’immagine che si impone è quella della grande compagnia petrolifera che si ritrova in bilancio giacimenti che non potrà mai estrarre. È un’immagine corretta ma marginale, perché le compagnie petrolifere sono poche, sono grandi, sono quotate e sono sorvegliate. Il canale attraverso cui una perdita di valore si trasforma in crisi sistemica non è mai l’impresa che subisce il danno: è chi le ha prestato il denaro.
È per questo che negli ultimi anni il baricentro della discussione si è spostato dalle imprese energetiche alle banche, e dalle banche ai loro supervisori. La Banca centrale europea ha cominciato a chiedere agli istituti di credito una cosa apparentemente banale e in realtà molto difficile: dimostrare di sapere quanto rischiano.
Perché uno stress test climatico non è uno stress test
Le prove di resistenza tradizionali funzionano perché la storia fornisce un campionario. Si prende una recessione severa già accaduta, se ne replicano i parametri — caduta del prodotto, disoccupazione, crollo immobiliare, allargamento degli spread — e si osserva quanto capitale resta in piedi. La calibrazione è retrospettiva.
Il rischio climatico non ha questa cortesia. Non esiste nella serie storica un evento paragonabile a ciò che si sta cercando di modellare, perché il fenomeno è per definizione senza precedenti nel periodo di osservazione strumentale. Gli economisti della Banca dei regolamenti internazionali hanno coniato per questa condizione l’espressione cigno verde: non un evento raro che i modelli sottostimano, ma un evento la cui distribuzione di probabilità i modelli non possono in linea di principio conoscere. La differenza è sostanziale. Nel primo caso si sbaglia la stima, nel secondo non si dispone dello strumento per stimare.
A questo si somma un disallineamento temporale. Il rischio climatico si materializza su orizzonti di venti o trent’anni; il prestito bancario medio ha una durata di pochi anni, il bilancio si chiude ogni dodici mesi e la carriera di un amministratore delegato dura meno di un ciclo climatico. È il fenomeno che l’ex governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha battezzato tragedia dell’orizzonte: i costi cadono oltre la finestra entro cui gli attori economici hanno incentivo a guardare, e quindi restano invisibili non per ignoranza ma per struttura.
Cosa hanno effettivamente trovato le prove europee
Nel 2022 la Banca centrale europea ha condotto il primo esercizio climatico su larga scala, coinvolgendo oltre cento banche significative dell’area euro. Il risultato più citato — perdite nell’ordine delle decine di miliardi di euro in scenari di transizione disordinata a breve termine — è anche il meno interessante, perché la Banca centrale stessa ha precisato che quella cifra sottostima in modo significativo il rischio reale, coprendo solo una frazione delle esposizioni complessive.
Il risultato davvero rilevante era un altro, e riguardava la maturità metodologica: una quota molto ampia degli istituti non disponeva di un quadro interno di valutazione del rischio climatico degno di questo nome, e per una parte considerevole delle esposizioni verso imprese le banche non erano in grado di dire da quali attività derivassero le emissioni dei propri debitori. Il problema non era che il rischio fosse grande: era che le banche non sapevano rispondere alla domanda.
Un secondo esercizio, condotto nel 2024 in collaborazione con le altre autorità europee di vigilanza per valutare l’impatto del pacchetto normativo europeo sul clima, ha prodotto una conclusione più tranquillizzante: i rischi di transizione, presi isolatamente, non appaiono tali da minacciare la stabilità finanziaria complessiva. Anche qui, però, l’attenuante conta più della sentenza. Le stesse autorità hanno osservato che l’esito cambia sensibilmente quando lo scenario di transizione si combina con uno shock macroeconomico ordinario. Le crisi finanziarie non nascono quasi mai da un fattore isolato: nascono quando due fattori indipendenti si presentano insieme e si amplificano a vicenda.
L’anomalia italiana: non petrolio, ma mattoni
Applicare questo quadro all’Italia richiede un aggiustamento, perché il profilo di rischio delle banche italiane non assomiglia a quello descritto nella pubblicistica internazionale.
L’Italia non ha riserve fossili significative. Il portafoglio creditizio nazionale non è appesantito da giacimenti, oleodotti o grandi centrali a carbone destinati alla dismissione anticipata — quel tipo di attivo incagliato pesa molto di più sui sistemi bancari di paesi produttori. L’esposizione italiana è di natura diversa e passa per tre canali.
Il primo, e di gran lunga il più consistente, è il credito immobiliare. I mutui residenziali costituiscono una porzione dominante dell’attivo delle banche italiane, e ogni mutuo è garantito da un immobile il cui valore incorpora implicitamente due presupposti: che sia abitabile e che sia assicurabile. Entrambi i presupposti sono sensibili al rischio fisico, e l’Italia è uno dei paesi europei più esposti a rischio idrogeologico e sismico. Un immobile in un’area che perde la copertura assicurativa contro le calamità non vale meno perché è stato danneggiato: vale meno prima, nel momento stesso in cui il mercato prende atto della condizione. La svalutazione della garanzia precede l’evento, e non è un danno fisico ma finanziario.
Il secondo canale sono i distretti manifatturieri energivori. La forza industriale italiana si concentra in comparti — ceramica, vetro, carta, meccanica, chimica di base — con consumi energetici elevati e margini stretti, spesso geograficamente addensati. Una banca del territorio che finanzia decine di imprese dello stesso distretto ha una concentrazione di rischio di transizione che nessuna diversificazione settoriale nominale attenua, perché quelle imprese non sono indipendenti l’una dall’altra: condividono catena di fornitura, contratti energetici e mercato di sbocco.
Il terzo è la filiera automobilistica. L’Italia è un paese di componentistica più che di assemblaggio, e la conversione all’elettrico riduce drasticamente il numero di pezzi meccanici per veicolo. Non è un rischio climatico in senso stretto: è un rischio di transizione tecnologica indotta da politiche climatiche, e per il creditore la distinzione è irrilevante.
C’è poi un elemento peculiare che merita di essere segnalato, perché va nella direzione opposta. La siderurgia italiana è per larghissima parte a forno elettrico alimentato a rottame, e produce quindi acciaio con un’intensità carbonica molto inferiore a quella del ciclo integrale tedesco o polacco. In quel comparto specifico, un inasprimento normativo europeo avvantaggia il debitore italiano invece di penalizzarlo. Il rischio di transizione non è uniformemente negativo: ridistribuisce.
Da esercizio a obbligo
La fase in cui le prove di resistenza climatiche erano un’esercitazione conoscitiva è finita. Il quadro europeo le ha trasformate in materia di vigilanza ordinaria: le aspettative di supervisione della Banca centrale europea in materia di rischi climatici e ambientali sono diventate vincolanti, con scadenze definite e — per gli istituti inadempienti — la prospettiva di penalità periodiche di mora. Il pacchetto bancario europeo ha inserito i fattori ambientali, sociali e di governo societario nell’impianto prudenziale e ha introdotto l’obbligo di predisporre piani di transizione; le linee guida dell’Autorità bancaria europea in materia hanno completato il quadro con applicazione a partire da quest’anno.
Il senso di questa costruzione va compreso correttamente, perché viene spesso frainteso. La vigilanza bancaria non ha ricevuto un mandato ambientale e non lo rivendica. Il suo mandato è la stabilità del sistema, e il rischio climatico è entrato nel perimetro non perché sia un problema ecologico ma perché è un rischio non misurato, e un rischio non misurato è per definizione un rischio non prezzato. La motivazione è prudenziale, non ideologica. È una distinzione che conviene tenere ferma, perché è l’unica che regge alla prova del cambio di maggioranza politica.
Dove l’impianto è fragile
Sarebbe scorretto presentare tutto questo come una macchina che funziona. Non funziona ancora, e le obiezioni serie sono almeno tre.
La prima riguarda i dati. Le metriche di allineamento introdotte dalla tassonomia europea — a cominciare dal rapporto fra attivi verdi e attivi totali — hanno prodotto per la quasi totalità delle banche valori bassissimi, con numeratore soggetto a criteri stringenti e denominatore che include esposizioni per le quali l’informazione semplicemente non esiste. Il risultato è un indicatore che non discrimina fra istituti virtuosi e istituti indifferenti, e un indicatore che non discrimina non è un indicatore.
La seconda riguarda l’orizzonte. Se il rischio si materializza in trent’anni e i prestiti si rinnovano in cinque, una banca può teoricamente uscire da qualunque esposizione prima che il danno si concretizzi. È l’argomento più forte di chi ridimensiona la questione, e ha un difetto preciso: presuppone che il riprezzamento sia graduale. Se invece avviene per salto — un cambio normativo brusco, una serie di eventi estremi ravvicinati, il ritiro simultaneo di più assicuratori da un territorio — l’uscita ordinata non è disponibile per tutti contemporaneamente, ed è esattamente in quella simultaneità che consiste una crisi.
La terza è la più scomoda: gli scenari usati per calibrare gli esercizi assumono percorsi di politica climatica che i governi stanno in più casi rivedendo al ribasso. Uno stress test costruito su una transizione ordinata verso obiettivi che nessuno rispetterà misura il rischio sbagliato, e lo misura nella direzione che rassicura.
Il punto
La lezione dell’ultimo decennio di vigilanza finanziaria è che i rischi diventano sistemici quando sono contemporaneamente diffusi, correlati e non contabilizzati. Nel 2008 furono i mutui americani cartolarizzati: non perché fossero enormi in valore assoluto, ma perché nessuno sapeva chi li avesse in pancia e tutti li avevano un poco.
Il rischio climatico ha oggi le stesse tre caratteristiche. È diffuso, perché tocca ogni settore attraverso l’energia e ogni territorio attraverso il clima. È correlato, perché un’ondata di calore o un’alluvione non colpiscono un debitore alla volta ma tutti quelli della stessa area nello stesso giorno. Ed è largamente non contabilizzato, perché gli strumenti per farlo sono in costruzione proprio adesso.
Non ne discende che una crisi sia imminente. Ne discende qualcosa di più sobrio e più utile: che l’unica cosa peggiore di un rischio grande è un rischio ignoto, e che il lavoro di misurazione avviato in questi anni ha valore anche se — soprattutto se — i numeri che produce dovessero risultare rassicuranti. Un numero rassicurante e verificabile è un patrimonio informativo. Una rassicurazione senza numero è quello che avevamo prima.
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