di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
“Stretto di Trump”: è la scritta comparsa nelle scorse ore su una mappa pubblicata dal presidente statunitense sul proprio social network, che ribattezza con il proprio nome lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, da cui transita ogni giorno una quota significativa del petrolio destinato ai mercati globali. È un gesto che, al di là del suo carattere platealmente simbolico, arriva in un contesto internazionale reso incandescente dalla concomitanza di più segnali: l’Arabia Saudita ha intercettato nelle stesse ore due droni Houthi lanciati verso Riad, mentre da Teheran arrivano segnali di una possibile apertura al ritorno degli ispettori delle Nazioni Unite sul programma nucleare iraniano.
Tre notizie che, lette separatamente, potrebbero apparire episodiche, ma che messe in fila restituiscono la fotografia di una regione che resta il crocevia più delicato per gli equilibri energetici mondiali, proprio nei giorni immediatamente successivi a una cena tra i presidenti Trump e Xi Jinping che aveva lasciato intravedere, secondo le cronache diplomatiche, un clima disteso senza tuttavia produrre annunci concreti su nessuno dei dossier commerciali e geopolitici più rilevanti tra le due potenze. La sensazione, osservando la sequenza degli eventi di questi giorni, è quella di un mondo che oscilla continuamente tra segnali distensivi e tensioni latenti pronte a riaffiorare, senza che nessuno dei due poli riesca a prevalere in modo stabile.
Per l’Italia e per il sistema delle imprese europee, questa instabilità cronica dello scenario mediorientale non è un tema di sola politica estera. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti di passaggio più critici per l’approvvigionamento energetico globale, e ogni tensione che si manifesti in quell’area, dall’intercettazione di droni alle dichiarazioni provocatorie sulla sua stessa denominazione geografica, si traduce quasi immediatamente in nervosismo sui mercati delle materie prime energetiche. È significativo, in questo senso, che la stessa Moody’s, nel confermare pochi giorni fa il rating dell’Italia, abbia esplicitamente richiamato lo shock dei prezzi energetici legato al conflitto in Medio Oriente come uno dei fattori di rischio con cui l’economia italiana ha dovuto misurarsi nell’ultimo anno, sottolineando peraltro la resilienza mostrata dal sistema produttivo nazionale di fronte a queste pressioni.
L’apertura iraniana verso un possibile ritorno degli ispettori internazionali sul dossier nucleare rappresenta, in questo quadro complessivamente teso, l’unico segnale che va nella direzione di un allentamento delle tensioni, per quanto ancora tutto da verificare nella sua concreta attuazione. Se confermata, potrebbe rappresentare un primo passo verso la ricostruzione di un canale di dialogo tecnico che negli ultimi anni si era progressivamente interrotto, con conseguenze dirette anche sulla percezione di rischio che i mercati internazionali attribuiscono alla regione. Resta da vedere se questa apertura troverà seguito concreto nei prossimi mesi o se, come già accaduto in altre occasioni, resterà un segnale isolato destinato a essere riassorbito dalle tensioni militari che continuano a manifestarsi lungo le rotte del Mar Rosso e del Golfo Persico.
Per le imprese italiane che dipendono dall’importazione di energia e dalle rotte commerciali che attraversano quella regione, la lezione di queste settimane resta sempre la stessa: la diversificazione degli approvvigionamenti energetici e la capacità di assorbire shock di prezzo improvvisi restano condizioni indispensabili di competitività, non opzioni accessorie. In un mondo in cui persino la denominazione di uno stretto marittimo può diventare oggetto di una disputa simbolica tra grandi potenze, la stabilità energetica dell’Europa continua a dipendere da equilibri geopolitici che restano, nella sostanza, largamente fuori dal controllo diretto dei singoli Paesi membri, Italia compresa.
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