I socialisti premono per il voto: la prima data utile è il 29 novembre. Ma Pp e Vox volano nei sondaggi e il distacco è di sedici punti
DAL NOSTRO INVIATO
MADRID Pedro Sánchez ci sta ancora pensando. Anticipare o no ne elezioni in programma l’estate prossima? Venerdì il Congresso spagnolo ha bocciato i suoi due decreti per tamponare la crisi degli affitti. Ha votato contro l’opposizione di destra (Popolari e Vox) più i catalani di Junts, il partito che tiene a galla con il suo appoggio esterno il premier socialista. Secondo El País quasi tutti i ministri e i dirigenti socialisti spingono Sanchez verso le elezioni anticipate: la prima data utile è il 29 novembre. Chissà domani potrebbe arrivare la decisione. «Due settimane fa eravamo morti, adesso abbiamo un’occasione» dicono i baroni regionali del Psoe. L’occasione è ghitta per un governo da sempre in minoranza e martoriato dagli scandali. La piazza è in subbuglio. Si è mobilitata per lo sfratto di Maricarmen, un’anziana malata, e ne ha fatto una bandiera per tutto quel che non funziona. Dopo quindici anni, sono tornate a Puerta del Sol, nel centro di Madrid, le tende. Non ce ne andiamo senza una soluzione minacciano gli accampati. L’ultima volta era nato il movimento degli Indignados, con conseguente terremoto elettorale, oggi Sanchez può solo sperare di essere lui ad intercettare il malcontento.
Il problema sono i numeri. La media dei sondaggi calcolata da El País dà i Popolari di Alberto Núñez Feijóo al 32,7 per cento, i socialisti al 26,4, Vox al 18,1. Gli eredi degli Indignatos, nella peggior tradizione della sinistra, si sono frammentati. Adesso si chiamano Sumar e Podemos. Il primo è dato sotto il 6 e Podemos intorno al 3. Prima di dividersi arrivarono nel 2015 al 20%. La minaccia al bipartitismo spagnolo Pp-Psoe non viene più da sinistra, ma da destra. Le destre insieme, con la lista populista Se Acabó la Fiesta, sfiorano il 52 per cento, le sinistre si fermano al 36. Nel 2019 i due blocchi erano pari, al 43. Un distacco di sedici punti la democrazia spagnola non l’aveva mai visto.
Tradotto in seggi, l’orientamento degli spagnoli calcolato prima dello sfratto di Maricarmen darebbe: 137 al Pp, 107 al Psoe, 62 a Vox. Popolari e Vox insieme arriverebbero a 199, ventitré sopra la maggioranza assoluta. Su ventimila simulazioni, il modello del quotidiano madrileno dà un governo Pp-Vox all’85 per cento; gli alleati che nel 2023 votarono Sánchez, senza Junts, al 5. Il mercato delle scommesse Polymarket, in una settimana, ha portato dal 13 a quasi il 70 per cento la probabilità che Sánchez convochi le elezioni entro il 2026, e vede Feijóo prossimo premier all’88%.
Sánchez è un esperto di alleanze acrobatiche e di rimonta impossibili. Alle elezioni politiche del 2023 partiva otto punti sotto secondo i sondaggi e ne ha recuperati sette. Quella volta lo stesso modello dava alle destre il 55 per cento di probabilità e la maggioranza non arrivò. Oggi parte da quindici punti e gli serve l’impresa di recuperarne undici o dodici. Ecco che lo sfratto Maricarmen e la mobilitazione popolare a Puerta del Sol e in tante altre città diventa la sua scommessa.
Secondo l’istituto 40dB, fra chi nel 2023 votò Psoe o il partito che era alla sua sinistra (Sumar) sono indecisi in una percentuale che è più che doppia rispetto a chi allora votò a destra. Il guaio per il premier sono i giovani: sotto i 25 anni il primo partito è Vox e le destre superano la metà dei voti.
La scommessa socialista è che il problema della casa sposti voti e cambi nell’urna quel che è stato dichiarato ai sondaggisti. Per il 47,9 per cento degli spagnoli, la crisi degli alloggi è la priorità numero uno, davanti a sanità e immigrazione, dice il sondaggio Sigma Dos per El Mundo; sotto i trent’anni si sale al 52,8. Le misure bocciate venerdì piacciono: il prestito pubblico a tasso zero per la prima casa all’81,8 per cento, il divieto ai fondi immobiliari speculativi, «avvoltoio» di comprare abitazioni al 70,5, lo stop agli sfratti di chi non ha un’alternativa al 57,1. Ma il 73,5 per cento non crede che i decreti avrebbero risolto il problema, e sulla casa il 23,9 si fida del Pp contro il 15,2 del Psoe. Il 23 per cento non si fida di nessuno. Altro bacino in cui i vari partiti potranno pescare voti con nuove proposte in campagna elettorale.
Il leader del Pp, Feijóo lo sa. Ieri, al Foro La Toja, in Galizia, ha chiesto a Sánchez di smettere di minacciare il voto e di convocarlo. Nel suo partito si ragiona già sulla squadra di governo, e i manifestanti vengono liquidati come «elettori già radicalizzati», che votavano comunque a sinistra del Psoe. Non andrebbero ad intaccare il consenso per il Pp.
Nel Psoe la voglia di urne cresce man mano che ci si allontana da Madrid, verso la Spagna periferica che già nel 2023 aveva salvato i socialisti. Ma proprio dalla periferia arriva il segnale complicato per Sanchez. Il sondaggio Ipsos per La Vanguardia sulle prossime regionali in Catalogna porta Aliança Catalana, l’ultradestra indipendentista di Sílvia Orriols, dal 3,8 al 17,9 per cento alla pari con i socialisti che dimezzerebbero i consensi. Anche gli indipendentista di Junts precipitano da 35 a 16 seggi. Sperano nella mossa a sorpresa del ritorno dall’esilio del presidente Carles Puigdemont. Vox è al 13,1 marcando un netto spostamento a destra della regione indipendentista. Tutto ciò anche se il primo problema denunciato dai catalani sarebbe la casa.
I socialisti fanno i conti con il calendario: «Un’occasione migliore non l’avremo». L’inflazione è al 4,9 per cento per la guerra in Iran, la spesa costa il 35 per cento più del 2021 e a gennaio finiscono i fondi europei. Se Sanchez resta in carica fino alla scadenza naturale dell’estate del 2027 non potrà guadagnare molti consensi attraverso l’economia. Meglio cavalcare il problema della casa subito e poi incrociare le dita che nelle urne anticipate arrivi un premio.
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